Streghe e lotta di classe

Nell’Europa del sedicesimo secolo, la caccia alle streghe fu una lotta di classe condotta dalle élite.

6 / 11 / 2018

Un articolo di Silvia Federici  tratto da Caliban and the Witch (2004) e pubblicato su Jacobin

La caccia alle streghe compare raramente all’interno della storia del proletariato. Ad oggi, rimane uno dei fenomeni meno studiati della storia europea o, meglio, globale, se si tiene presente che l’adorazione del diavolo fu un’accusa esportata nel Nuovo Mondo da missionari e conquistadores come strumento di assoggettamento delle popolazioni locali.

Il fatto che, in Europa, la maggior parte delle vittime si contasse tra donne contadine può avere giocato un ruolo specifico nell’indifferenza degli storici nei confronti di questo genocidio. Un’indifferenza che ha spesso sconfinato nella complicità, poiché l’eliminazione delle streghe dalle pagine di storia ha contribuito a sminuire la loro eliminazione fisica sul rogo, consolidando l’immaginario delle persecuzioni come un fenomeno di secondaria importanza, quando non addirittura una questione folkloristica.

Quanti hanno studiato la caccia alle streghe (in passato quasi esclusivamente uomini) sono spesso stati degni eredi dei demonologi del sedicesimo secolo. Pur condannando lo sterminio delle streghe, in molti hanno insistito nel dipingerle come delle povere pazze afflitte da allucinazioni, così che la loro persecuzione potesse assumere i toni di un processo di “terapia sociale” funzionale alla coesione locale, o essere descritta in termini medici come forma di “panico”, “mania” o “epidemia”: caratterizzazioni che scagionavano i cacciatori di streghe ed depoliticizzavano i loro crimini.

I movimenti femministi hanno riconosciuto fin da subito che le centinaia di migliaia di donne massacrate e sottoposte alle più crudeli torture avevano, di fatto, rappresentato una sfida al potere costituito. Fu loro altrettanto chiaro che una simile guerra mossa contro le donne, protrattasi per oltre due secoli, era un punto di non ritorno all’interno della storia europea di genere, una sorta di “peccato originale” del processo di degradazione che le donne hanno subito con l’avvento del capitalismo e, di conseguenza, un fenomeno cui era necessario fare continuamente riferimento nel tentativo di ricostruire il percorso della misoginia che ancora caratterizza le pratiche istituzionali e le relazioni uomo-donna.

Gli storici marxisti, invece, anche studiando la “transizione verso il capitalismo” hanno di fatto – con pochissime eccezioni – consegnato all’oblio la caccia alle streghe, considerandola come irrilevante ai fini della ricostruzione della storia della lotta di classe. E tuttavia, le sole proporzioni di tale massacro avrebbero dovuto suscitare qualche interrogativo, considerato che centinaia di migliaia di donne furono bruciate, impiccate e torturate in meno di duecento anni. 

Un certo peso avrebbe dovuto averlo anche la coincidenza della caccia alle streghe con i processi di colonizzazione e sterminio delle popolazioni autoctone nel Nuovo Mondo, con le recinzioni delle terre demaniali (enclosures) in Inghilterra, con l’inizio della tratta degli schiavi e con il varo di leggi sanguinarie contro vagabondi e mendicanti. La caccia raggiunse il suo apice nell’interregno tra la fine del feudalesimo e gli inizidel capitalismo, quando i contadini europei raggiunsero l’acme della loro forza per poi conoscere la loro sconfitta storica. Nonostante ciò, questo aspetto dell’accumulazione ne primitiva è sempre rimasto un mistero.

L’età dei roghi delle streghe e il ruolo dello Stato

Quello che è stato sistematicamente ignorato è che la caccia alle streghe fu uno degli elementi più importanti dei processi di sviluppo della società capitalista e di formazione del proletariato moderno. Lo scatenarsi di una campagna di terrore contro le donne, insuperata rispetto a qualsiasi altra persecuzione, indebolì la resistenza dei contadini in Europa nei confronti degli attacchi lanciati dai proprietari terrieri e dallo Stato in un momento in cui, peraltro, le comunità rurali stavano già soccombendo sotto il peso delle privatizzazioni, dell’aumento delle tasse e dell’allargamento del controllo statale su ogni aspetto della vita sociale.

La caccia alle streghe contribuì ad aumentare il divario tra le donne e gli uomini insegnando all’uomo a temere il potere della donna e distrusse una galassia di pratiche, credenze e soggettività sociali la cui esistenza era semplicemente incompatibile con la disciplina capitalista del lavoro, ridefinendo così gli elementi portanti della riproduzione sociale. Contrariamente alla vulgata illuminista, la caccia alle streghe non fu l’ultimo bagliore di un mondo, quello feudale, ormai morente. Le persecuzioni raggiunsero l’apice tra il 1580 e il 1630, in un periodo in cui i vincoli feudali stavano già cedendo il passo alle istituzioni economiche e politiche tipiche del capitalismo mercantile. Fu durante questo lungo “secolo di ferro” che, quasi per un tacito accordo, in Paesi spesso in guerra tra loro, i roghi andarono aumentando e lo Stato cominciò a denunciare l’esistenza delle streghe dando il via alle persecuzioni.

Prima che iniziassero le delazioni tra vicini di casa, o che intere comunità fossero colpite dal “panico”, ebbe luogo un severo indottrinamento. Le autorità espressero pubblicamente il timore di una diffusione delle streghe e viaggiarono di villaggio in villaggio per insegnare alla popolazione come riconoscerle, diffondendo talvolta liste di nomi di sospettate e minacciando di pesanti sanzioni chiunque offrisse loro nascondiglio o assistenza.

Tuttavia, furono soprattutto giuristi, magistrati e demonologi, che erano spesso la stessa persona, a contribuire in maniera preponderante alle persecuzioni. Furono loro a sistematizzare le argomentazioni, a rispondere alle critiche e a perfezionare l’apparato legislativo che, per la fine del sedicesimo secolo, garantiva una prassi standardizzata, un assetto quasi burocratico ai processi grazie alle analogie confessionali che trascendevano i confini nazionali. Nel loro lavoro, gli uomini di legge poterono fare affidamento sulla collaborazione dei più rinomati intellettuali del tempo, tra cui filosofi e scienziati che ancora oggi vengono considerati tra i padri del razionalismo moderno.

Non vi è dunque alcun dubbio che la caccia alle streghe sia stata un’importante iniziativa politica. La natura politica delle persecuzioni è dimostrata inoltre dal fatto che Stati di fede cattolica e protestante, in guerra tra loro sotto ogni altro punto di vista, imbracciarono le armi e condivisero le ragioni per dare la loro la caccia. Non è quindi esagerato affermare che la caccia alle streghe è stata il primo elemento unificante nelle politiche dei nuovi Stati-nazione europei, il primo esempio, dopo lo scisma protestante, di un’unificazione europea.

La fede nel diavolo e i cambiamenti nel modo di produzione

Una prima intuizione sul significato della caccia europea alle streghe può essere rintracciata nella tesi proposta da Michael Taussig nel suo classico Il diavolo e il feticismo della merce. Antropologia dell’alienazione nel «patto col diavolo» pubblicato nel 1980 e tradotto in italiano nel 2017, in cui l’autore assume che le credenze sataniche si vadano diffondendo in quei tempi storici in cui un modo di produzione viene soppiantato da un altro. In periodi come questi, infatti, a subire una trasformazione radicale non sono solo le condizioni materiali degli stili di vita, ma anche i presupposti metafisici dell’ordine sociale – ad esempio, come mutano le ragioni di attribuzione del valore, cosa origina la vita e la crescita, cosa può essere considerato “naturale” e cosa invece si oppone alle consuetudini costituite e alle relazioni sociali.

Taussig sviluppa la sua teoria studiando il sistema di credenze dei contadini colombiani e dei minatori boliviani in un momento in cui, in entrambi i paesi, stavano mettendo radici nuove relazioni economico-monetarie che, agli occhi della popolazione, dovevano apparire fatali e diaboliche se comparate alle forme ancora esistenti di economia di sussistenza e di produzione orientata. L’antropologo si accorse che, in questi casi, era il povero a nutrire sospetti nei confronti dei più abbienti, considerati adoratori del diavolo. Ciò nondimeno, l’associazione del diavolo con la forma-merce ci ricorda che anche nel contesto in cui si era diffusa la caccia alle streghe si stava assistendo all’espansione del capitalismo rurale, che implicò l’abolizione dei diritti consuetudinari e la prima ondata d’inflazione nell’Europa moderna.

Questi fenomeni portarono all’aumento della povertà, alla rabbia, alla paralisi sociale e consegnarono il potere nelle mani di una nuova classe di “modernizzatori” che guardavano con paura e disprezzo alle forme di organizzazione comunitarie tipiche dell’Europa pre-capitalista. Fu su iniziativa di questa classe proto-capitalista che prese il via la caccia alle streghe come arma contro l’opposizione alla riorganizzazione sociale ed economica.

A riprova del fatto che il diffondersi del capitalismo rurale – con tutte le sue conseguenze (espropriazione delle terre, aumento del divario sociale, collasso delle relazioni collettive) – sia stato un fattore decisivo nel contesto delle persecuzioni contro le streghe interviene il fatto che ad essere accusate erano contadine o operaie (nei cotonifici, ad esempio) povere, denunciate da esponenti facoltosi e autorevoli della comunità. Molto spesso i delatori erano i loro stessi datori di lavoro o i proprietari delle abitazioni: individui cioè che facevano parte delle strutture di potere locali e che intrattenevano stretti legami con il potere centrale.

In Gran Bretagna, le streghe generalmente erano anziane indigenti a carico della comunità o mendicanti che sopravvivevano elemosinando un tozzo di pane e un bicchiere di vino o latte. In caso di donne sposate, i mariti erano lavoratori giornalieri, ma generalmente si trattava di vedove che vivevano sole. Nelle confessioni veniva fatto esplicito e chiaro riferimento alla loro povertà. Era nei momenti di bisogno che il diavolo sarebbe apparso loro per rincuorarle dicendo che, d’allora innanzi, non si sarebbero più dovute preoccupare, sebbene il denaro che avrebbe dato loro in tali occasioni si sarebbe presto trasformato in cenere – un dettaglio, questo, forse riconducibile all’elevatissimo tasso di inflazione dell’epoca.

I crimini diabolici delle streghe altro non erano che forme di lotta di classe praticate all’interno di villaggi: il possesso di amuleti con l’occhio del diavolo, il malocchio scagliato dalle mendicanti contro chi si era rifiutato di aiutarle, il mancato pagamento dell’affitto, la richiesta di assistenza pubblica…

Caccia alle streghe e rivolta di classe

Come emerso finora, la caccia alle streghe si diffuse negli ambienti sociali in cui i più abbienti vivevano nel costante terrore delle classi subordinate, che potevano certamente essere sospettate di intenzioni demoniache dato che in questo periodo stavano perdendo tutto.

Che questo timore si sia manifestato sotto forma di attacco alla magia popolare non sorprende affatto. La lotta alle credenze magiche ha sempre accompagnato, fin dalle sue origini, lo sviluppo del capitalismo. La magia assume un mondo animato e imprevedibile, in cui agiscono forze imperscrutabili. Ogni evento è quindi letto come la manifestazione di un potere occulto, che deve essere decifrato e piegato al volere di un singolo.

La magia rappresentava anche un ostacolo alla razionalizzazione del processo lavorativo e una minaccia al principio di responsabilità individuale. Ma più di qualsiasi altra cosa, la magia somigliava pericolosamente a una forma di rifiuto del lavoro, di insubordinazione, e a uno strumento di resistenza dal basso al potere. Il riferimento a Weber del mondo era necessario per la sua dominazione. 

All’inizio del XVI secolo, gli attacchi contro la magia erano già in corso e le donne erano i bersagli prediletti. Anche quando non avevano alcuna conoscenza in fatto di stregoneria, ci si rivolgeva a loro per marchiare gli animali ammalati, guarire le persone amiche, trovare oggetti smarriti o sottratti, acquistare amuleti o pozioni d’amore, prevedere il futuro, etc. Sebbene la caccia alle streghe prevedesse l’incriminazione di un’ampia varietà di pratiche femminili, le donne furono più duramente perseguitate proprio per queste azioni, per essere guaritrici, maghe, per aver recitato incantesimi o aver predetto il futuro. Affermare di possedere poteri magici minava alla base il potere dello Stato, facendo credere al povero che una simile capacità garantisse la possibilità di manipolare la natura e la società, nonché di sovvertire l’ordine costituito.

È alquanto improbabile, d’altro canto, che le arti magiche praticate nei secoli dalle donne siano state trasformate in una cospirazione diabolica fuori da un contesto di conflitto e di profonda crisi sociale. Sono i tempi della guerra dei contadini svevi contro la privatizzazione dei terreni (1524-1526), delle rivolte contro le enclosures in Inghilterra (nel 1549, 1607, 1628 e 1631), quando centinaia di uomini, donne e bambini, armati di forconi e picconi assaltarono per distruggerle le recinzioni erette intorno ai terreni gridando «d’ora in avanti non avremo più bisogno di lavorare». Durante queste rivolte, furono spesso le donne a lanciare e guidare le azioni. 

La persecuzione delle streghe nacque in questo terreno. Era guerra di classe condotta con altri mezzi.

Caccia alle streghe, caccia alle donne e accumulazione della forza lavoro

È plausibile che la caccia alle streghe sia stata, almeno in parte, un tentativo di criminalizzare il controllo delle nascite e di porre il corpo delle donne, l’utero, al servizio della crescita demografica e della produzione e accumulazione della forza lavoro. Possiamo immaginare quale effetto avesse, per le donne, vedere le proprie vicine, amiche e parenti bruciate sul rogo, e comprendere come qualsiasi iniziativa contraccettiva da parte loro venisse considerata come il prodotto di una perversione demoniaca.

Da questo punto di vista, non vi è alcun dubbio che la caccia alle streghe abbia cancellato qualsiasi traccia dei metodi adottati dalla popolazione femminile per prevenire una gravidanza, etichettati come espedienti satanici, e abbia istituzionalizzato il controllo dello Stato sul corpo delle donne, condizione fondamentale per assoggettarlo al compito di riproduzione della forza lavoro. La caccia alle streghe era, in sostanza, una guerra contro le donne; un meditato tentativo di degradarle, de-umanizzarle e distruggere il loro potere sociale.

Una volta portato a compimento il lavoro – quando cioè la disciplina sociale venne restaurata e la classe dominante vide la propria egemonia consolidata – i processi alle streghe giunsero al loro epilogo. Le credenze magiche divennero addirittura oggetto di scherno, ridicolizzate come superstizioni, e presto dimenticate. Così come l’apparato statale aveva dato il via alla caccia alle streghe, con altrettanta rapidità i governi, uno per uno, ne sancirono la fine. Distrutto il potenziale sovversivo della stregoneria, la pratica della magia poté addirittura continuare. Dopo che le persecuzioni finirono, infatti, furono molte le donne che continuarono a servirsi, come mezzo di sostentamento, della predizione del futuro, della vendita di amuleti, etc. Ormai, infatti, le autorità avevano perso qualsiasi interesse alla persecuzione di queste pratiche, essendo inclini, piuttosto, a considerare tal genere di credenze come un prodotto dell’ignoranza o una malattia.

Ciò nondimeno, il fantasma delle streghe continuò a perseguitare l’immaginario della classe dominante. Nel 1871, la borghesia parigina tornò istintivamente a demonizzare le donne comunarde, accusandole di voler dar fuoco a Parigi. Non vi è alcun dubbio, infatti, che le storie e le immagini raccapriccianti diffuse dalla stampa borghese, nonché il mito delle petroleuses, attingessero dal repertorio della caccia alle streghe.

*** In copertina The Witches' Kitchen by Frans Francken the Younger, 1606. Hermitage Museum / Wikimedia

*** Traduzione a cura di Anna Clara Basilicò e Lorenzo Feltrin

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