A poche ore dalla sentenza

Il caso dell'Ilva di Taranto e la libertà, o il ricatto, del licenziamento

di Gaetano De Monte

24 / 7 / 2012

Trascorsa la settimana del “patto per la città dei due mari”, della road map bipartisan condivisa tra il Governo, la Regione Puglia, gli enti locali e i parlamentari pugliesi, riuniti per concordare le misure necessarie ad assicurare in tempi rapidi l'avvio di opere di bonifica per il risanamento ambientale dell'area di Taranto. Aleggia come uno spettro, sulla sorte del complesso siderurgico, quel documento, quella perizia epidemiologica, che non è solo un atto che potrà essere usato in un processo, ma è qualcosa di più, è la conferma scientifica, che in Puglia, si muore di Ilva, di inquinamento che uccide. Di fumi, di polveri formate da composti chimici dai nomi impronunciabili, ma con cui i cittadini di Taranto, da tempo, ormai, hanno imparato a familiarizzare: idrocarburi policiclici aromatici, benzopirene, piombo, e diossine. Si muore a causa di “malattie considerate associate all'inquinamento ambientale o all'ambiente di lavoro: asma bronchiale, disturbi circolatori, infezioni respiratorie, bronchiti croniche, patologie cardiocircolatorie, infarti al miocardio, sino agli ictus”. Perché è questo ciò che si legge nella perizia disposta dal gip Todisco e depositata alla Procura di Taranto nell'ambito dell’inchiesta che vede imputati Emilio Riva, il patron delle acciaierie, suo figlio Nicola, il direttore dello stabilimento Luigi Caporosso e Angelo Cavallo, responsabile dell'area agglomerato. Che si sono dimessi proprio una settimana fa da tutte le cariche societarie che ricoprivano, e che sono accusati a vario titolo di disastro ambientale colposo e doloso, avvelenamento di sostanze alimentari, omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro, danneggiamento aggravato di beni pubblici, getto e sversamento di cose pericolose e inquinamento atmosferico.

Quella perizia intanto, già da domani potrebbe avere un ruolo decisivo nel definire il futuro dello stabilimento e quello dell'intera città, in generale. Perché potrebbe non bastare il percorso istituzionale condiviso, a scongiurare la chiusura dell’area a caldo. E cresce, intanto, l’ansia di migliaia di operai, e delle loro famiglie. Stretti nel compromesso tra lavoro e vita da quel mostro marrone scuro che tiene sotto il ricatto della perdita del posto di lavoro una Città intera. Costringendo i suoi abitanti a scegliere tra due diritti costituzionalmente garantiti: quello alla salute, riconosciuto dall’art.32, e quello al lavoro, su cui la nostra Repubblica è “fondata”. O forse era fondata. Almeno a giudicare la nuova riforma del lavoro della professoressa Fornero, entrata in vigore pochi giorni fa. Che introduce una nuova disciplina sui licenziamenti. Destinata a diventare una spalla su cui poggiare l’arma della diseguaglianza e del ricatto occupazionale. Riducendo la possibilità di reintegro nel posto di lavoro in caso di licenziamento, a ipotesi del tutto marginali, e prevedendo invece, quale sanzione per i licenziamenti ingiusti, una semplice indennità economica di importo compreso tra le dodici e le ventiquattro mensilità. Un salto indietro sul piano dei diritti al 1970, l’anno in cui fu approvato lo statuto dei lavoratori. Una legge che appare drasticamente peggiorativa rispetto alla normativa attuale. Basti pensare che nella parte relativa agli “ammortizzatori sociali”, la novità è che alle prime avvisaglie di difficoltà, le imprese potranno licenziare, non essendo più prevista la cigs tradizionale, che per la classe operaia italiana ha rappresentato sul piano collettivo una garanzia simile a quella dell’art.18 sul piano individuale. Che in passato ha permesso alle più importanti fabbriche metalmeccaniche italiane, come la Fiat, Finmeccanica, la stessa Ilva, di ristrutturarsi e di evitare i licenziamenti. Proprio grazie a quella cigs, che per fortuna dovrebbe essere abolita però solo nel 2016. Ma sono queste le politiche del lavoro ai tempi del governo tecnico. I diritti sociali al tempo dei licenziamenti dei metalmeccanici. Politiche ispirate e dirette dalla Commissione Europea, dall’Ocse, dal Fondo Monetario Internazionale, organismi non eletti, soggetti alle pressioni dei grandi gruppi industriali, fautori arcigni della de-regolazione del mercato del lavoro. Che espone ulteriormente i lavoratori ai ricatti. Privandoli di diritti. Coinvolgendoli in un rinnovato conflitto tra capitale e lavoro. All’Ilva di Taranto, invece, il conflitto è tra il lavoro e la vita, la guerra è tra salute e lavoro. Tra chi rischierebbe di perdere un lavoro, e tra chi invece qualcosa l’ha già persa, magari una persona cara. Certo si sa, quella dell’Ilva e di Taranto è una storia complicata. E un problema, che non è solo ecologico e territoriale, ma anche economico, dato che in quello stabilimento sono occupate circa 13 mila persone, più altre parecchie migliaia come indotto. E geopolitico, dato che l’acciaio è uno dei beni strategici di un Paese. Per questo non serve agitare come uno spauracchio gli spettri dei licenziamenti di massa, soprattutto quando poi in Parlamento, gli stessi che li agitano, hanno appena votato norme che di fatto certificano lo smantellamento dell’intero impianto normativo del diritto del lavoro in Italia. Quando i diritti sono stati già ridotti a nuda vita, scambiati con miglioramenti del sostegno ai disoccupati, come prevede la riforma Fornero, o come accade all’Ilva, dove si riproduce quella che è l’inflazionata dicotomia tra lavoro o diritto alla salute. Come se ottenerli entrambi fosse un obiettivo impossibile, per quelle donne e quelli uomini, che abitano a Taranto, che reclamano semplicemente il godimento di diritti garantiti dalla nostra carta costituzionale, a cui spetterebbe però, trasformare un’esigenza di dignità in una sostenuta domanda politica.

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