La regola del rumore

Qualche riflessione sull'operazione repressiva padovana.

8 / 1 / 2013

Si può essere denunciati per interruzione di pubblico servizio mentre è in corso uno sciopero generale? Si può essere denunciati per violenza e lesioni perché uno scudo di polistirolo può diventare un'arma? Si può prendere per buona una prognosi di 45 giorni riferita a un agente colpito da un petardo? L'ufficio del Giudice per le Indagini Preliminari di Padova afferma che non solo si può, ma che per questo si va in galera. Ha caratteri surreali l'ordinanza che dispone gli arresti domiciliari per due attivisti, l'obbligo di firma per altri due, l'autorizzazione a procedere penalmente per altri cinque. A un giurista certamente sembreranno fuori luogo e strumentali i richiami alla giurisprudenza consolidata più volte esibiti. Ma non servono competenze quando si legge che la locale azienda per il trasporto pubblico ha denunciato un disservizio protrattosi per altri 40 minuti (!) dopo la fine ufficiale dello sciopero; che gli “scudi utilizzati erano perfettamente idonei non solo a proteggersi, ma anche a cagionare lesioni” (pag. 7 ordinanza); che dallo scoppio di un petardo si possa ottenere quel tempo di guarigione che consente di disporre misure privative della libertà.

 E' di libertà che stiamo parlando. Quella che i nostri padri e i nostri nonni hanno difeso con le armi. Quella che nella nostra città, come altrove, vale sempre meno. Quella che certi amministratori pubblici in carriera, con un passato di militanza a sinistra, ritengono vada sacrificata sull'altare del “diritto inalienabile alla proprietà”. Quella che i cinguettii del sindaco auspicano vada tolta a quei “patetici” attivisti che si battono per spazi e diritti che garantiscano una migliore qualità della vita.  E' una miseria politica locale che trova perfetta collocazione nel quadro generale che caratterizza le modalità di risoluzione del conflitto sociale. Negli ultimi cinque anni al ministero di Giustizia si sono succeduti tre responsabili diversi per provenienza e collocazione politica. Al segretario particolare di Berlusconi Alfano, promosso a segretario fantoccio del Pdl, è succeduto il magistrato Nitto Palma, sostituito oggi dalla ministra “tecnica” Severino. Ma nulla è cambiato. Perché non è un problema di Giustizia: l'abbandono del welfare impone di governare sempre nello stesso modo le problematiche sociali. Il più semplice e il più educativo: quello dell'uso feroce della forza poliziesca, della criminalizzazione, della privazione parziale o totale della libertà, del carcere.

Sembrano lontane le sentenze definitive di quest'estate che condannavano a pene fino a 15 anni una manciata di manifestanti al G8 di Genova per aver danneggiato degli oggetti, ma è di queste ore la condanna a sei anni di reclusione per sei manifestanti (ai domiciliari da aprile) presi a caso tra quelle centinaia che il 15 ottobre 2011 si sono difesi in piazza San Giovanni dalle cariche omicide praticate dalle nostre polizie. Ancora una condanna pesantissima a fronte di un tema di prova che non riesce a mettere in evidenza la responsabilità oggettiva dei singoli. Ancora galera. Bisogna far rumore. Bisogna che un paese assuefatto da qualche decennio alla semantica dell'emergenza sia intontito, assordato da quattro polizie perennemente in assetto antisommossa e da inchieste che isolano e puniscono i violenti. Così può concentrarsi su una scaramuccia di pochi secondi davanti alla stazione di Padova e dimenticare il volto tumefatto e insanguinato di quell'adolescente che nelle stesse ore a Roma veniva preso a calci in faccia da un poliziotto. E le altre decine di feriti, molti gravi, che si sono registrati in tutte le principali piazze del paese in una giornata di lotta diffusa. Così può domandarsi se, a fronte della profonda crisi economica e di impoverimento crescente, è opportuno battersi per la difesa del posto di lavoro, del reddito, dello studio, dei diritti per tutti.

 Questa di Padova è una squallida operazione di intimidazione nei confronti di soggetti tra i più attivi nei quadranti delle lotte territoriali, obbedendo in parte a motivazioni di carattere localistico. Ma dall'altra parte si colloca coerentemente nello scenario più ampio del conflitto sociale, sottolinea nodi non risolti nella determinazione dei rapporti di forza: cavalca le opportunità offerte da quel vuoto, aperto da più di un decennio, relativo alle regole di ingaggio, all'uso della forza e delle armi in funzione di ordine pubblico, all'identificabilità delle divise, alla mancata introduzione del reato di tortura (mentre lo scudo diventa offensivo). Lavora a dimensionare come condivisibili iniziative giudiziarie assolutamente sproporzionate rispetto alle pretese di imputazione e ai relativi sostegni accusatori. Collabora a rendere compatibile lo stato della crisi. E' dunque fortemente politica, collusa. Per questo va energicamente rifiutata, combattuta, smontata. Non ci avrete mai come volete voi.  

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