Perché dovremmo abolire il carcere

5 / 4 / 2018

Riprendiamo un articolo di Ndack Mbaye, pubblicato su The Vision. L’autrice pone l’attenzione sul ripensamento del concetto - giuridico, sociale e psicologico - di “pena” e, di conseguenza, di superare l’istituzione carceraria come principale strumento applicativo dello stesso concetto. (Leggi gli articoli scritti da Ndack Mbaye per Globalproject.info).

Per quello che è lo stato attuale del dibattito pubblico riguardo la condizione delle carceri in Italia è indicativo che, ancor prima di ragionare in termini di abolizionismo o riduzionismo e quindi su uno smantellamento dell’istituzione carceraria o di un suo impiego ridotto, gran parte delle risorse e delle energie vadano spese per spiegare una verità che è chiara a chiunque abbia occhi per vedere: il carcere, così com’è, non funziona. E non perché non sia abbastanza severo.

Non serve essere mossi da qualche afflato umanitario per capire che gli obiettivi di prevenzione attraverso la deterrenza e la risocializzazione sono ampiamente disattesi, di anno in anno: per rendersene conto è sufficiente leggere uno dei rapporti sulle carceri, come quello che annualmente propone l’associazione Antigone.

Ripensare la pena detentiva è indispensabile prima di tutto se l’obiettivo è quello di una reale inversione di tendenza della criminalità. Una criminalità, comunque, che non ha l’incidenza che parrebbe invece premere come un macigno sull’opinione pubblica: come si evince dai dati resi noti dal ministero dell’Interno, nel 2017 gli omicidi sono calati del 15%, risultato mai raggiunto prima d’ora, e in generale i crimini sono calati del 12%. Mentre la recidiva, ossia il ritorno in carcere di persone già condannate in precedenza, si attesta attorno al 70%. Questo significa che i miglioramenti nella nostra società non si devono al carcere.

Carcere

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A questo punto diventa necessario comprendere il valore del concetto di pena all’interno della cultura occidentale. Per abbozzarne una prima definizione non serve partire da complicati costrutti filosofici o giuridici: il concetto di pena accompagna in un legame indissolubile quello di punizione per una colpa – e quindi di espiazione dei propri errori – e viene insegnato già in tenera età, secondo un sistema di valori generalmente condiviso. I concetti di castigo e di sanzione da sempre sono conseguenza di un comportamento scorretto e la loro esistenza appare scontata – sembra impossibile l’idea di lasciare impunita la trasgressione a una regola. Anche se oggi tale consequenzialità appare naturale, quello del fondamento della pena è storicamente uno dei problemi più dibattuti, tanto che ancora oggi non si è giunti a un orientamento unanime.

È così che, in genere, ci si limita a giustificare la pena facendo appello a esigenze preventive e reattive insieme (dissuadere dal commettere reati e castigare chi è andato contro la norma). Queste necessità a loro volta trovano fondamento in di un discorso socio-psico-criminologico, per cui il criminale va sanzionato per tre motivi: placare gli animi di vendetta della collettività; dissuaderlo dal commettere nuovi reati; somministrargli quel tanto di punizione che sembra indispensabile per ristabilite l’equilibrio sconvolto dal crimine commesso. Ciò si traduce in un sistema di norme giuridiche che prevede una punizione “legale” nei confronti chi le viola, con lo scopo di castigare e dissuadere insieme. È così che si arriva a definire la pena come “la conseguenza giuridica di un reato, cioè la sanzione predisposta per la violazione di un precetto penale”.

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(continua su The Vision)

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