L’università francese in lotta contro la riforma ORE (Orientation Réussite Étudiants) e il governo Macron

10 / 4 / 2018

Mentre lo sciopero perlato dei ferrovieri, cui prestano il fianco funzionari pubblici e precari del privato, sta paralizzando il paese per la seconda settimana, il macronismo è bloccato alle porte dell’università. Un imponente movimento studentesco sta insorgendo in decine e decine di facoltà e licei per opporsi alla riforma della maturità e all’introduzione della selezione per l’accesso all’università. Facoltà occupate, esami e consigli di selezione boicottati e insegnanti in lotta al fianco degli studenti in tutta la Francia. Segue un approfondimento sulla riforma ORE (Orientation Réussite Étudiants)

Università e licei, studenti e professori in movimento

Si è ormai smesso di contare le occupazioni che stanno investendo le università francesi, dove spazi di sperimentazione politica e sociale continuano a proliferare, senza interruzione. Nelle prime ore del mattino sedie, cassonetti e banchi si accumulano, ogni giorno, alle porte di decine di licei. I blocus, in molti casi funzionali all’occupazione di interi edifici e campus universitari, sono diventati il nodo attorno al quale si organizza la mobilitazione, si concentrano le forze, si costruiscono legami. Nantes, Rennes, Rouen, Bordeaux, Lille, Nancy, Tolosa, Montpellier, Parigi, l’opposizione alla riforma della maturità e all’introduzione della selezione all’università (loi ORE) nasce ovunque e mette le proprie radici in quegli spazi che la riforma vuole recintare. Le assemblee generali di dipartimento organizzano la vita all’interno degli spazi conquistati, le assemblee di facoltà votano l’annullamento degli esami, l’occupazione a oltranza e pretendono il ritiro della legge Vidal. A Parigi, il sollevamento studentesco è contagioso, e in queste ore continuano a moltiplicarsi presidi e blocchi nei vari poli universitari. Tolbiac è occupata da due settimane, Paris VIII - Saint-Denis da dieci giorni, nella giornata di ieri Paris III (Nouvelle Sorbonne) ha votato il blocco fino alla prossima assemblea generale e, ancora, si sono aggiunte alla lista delle università in lotta la Sorbonne con sede a Clignancourt, Jussieu e l’EHESS con blocchi e occupazioni. La reazione a catena così innescata rende possibile un’intensa circolazione di pratiche e forme di lotta, oltre che un importante coordinamento tra i settori mobilitati, che debordano la componente studentesca: a differenza del marzo 2016 il movimento dispone di spazi di organizzazione diffusi sullo spazio urbano, nei quali si sperimentano forme politiche che possono irrobustire i legami, dare durata all’organizzazione e facilitare l’alleanza tra i vari focolai di autonomia. Occupare così tanti spazi sul suolo parigino, così come altrove, può senza dubbio liberare potenzialità altrimenti inespresse, soprattutto in una fase nella quale i segmenti sociali sotto attacco sono molteplici.

Mentre nella gran parte delle facoltà i presidi si son guardati dall’ingaggiare un rapporto di forza con gli occupanti, a Nanterre le forze dell’ordine in assetto antisommossa hanno ricevuto il via libera della presidenza. Il preside Balaudé ha chiesto immediatamente l’intervento delle forze dell’ordine dopo che un gruppo di studenti aveva occupato un’anfiteatro del dipartimento di filosofia. Con un’aggressione violenta e sconsiderata i CRS hanno represso l’occupazione, conclusasi nella giornata di ieri con 7 arresti. In mattinata, in seguito ad un appello degli studenti e di numerosi professori, quasi un migliaio di studenti ha animato un’assemblea che intende rilanciare la mobilitazione, richiedendo le dimissioni di Balaudé. Alla prova di forza muscolare di alcuni presidi, si affiancano recenti attacchi di militanti di estrema destra, nel tentativo di sfiancare la mobilitazione. È il caso di Tolbiac dove in venti, con caschi e spranghe, hanno assaltato l’entrata dell’occupazione, lanciando bottiglie e mazze, ripresi nel mentre dall’emittente LDC News, nota per i suoi servizi in supporto al Front National. Gli studenti in occupazione hanno respinto l’aggressione a distanza e, nella fuga, 6 aggressori sono stati fermati dalle forze dell’ordine. A Tolbiac, come a Nanterre, il supporto è immediato e numeroso: in migliaia in assemblea, da diverse facoltà di Parigi e gruppi in lotta, nella costruzione di reti di solidarietà e di supporto sotto l’insegna comune della lotta contro Macron et son monde, dell’anti-fascismo e dell’antirazzismo.

Nel mentre, all’ombra di questa imponente mobilitazione, si dispiega una silenziosa resistenza, che vede tantissimi docenti e professori boicottare i consigli di selezione e la classificazione dei dossier che gli studenti di liceo hanno nei mesi precedenti inserito sulla piattaforma Parcoursup, come previsto dalla riforma. Talvolta il rifiuto di seguirne le indicazioni si traduce in un’ammissione ex aequo di tutti i candidati. In altri casi il rifiuto è radicale, e ad essere boicottato è l’intero processo di selezione. Secondo il sito Sauvons l’université una sessantina di dipartimenti hanno intavolato l’ammissione indiscriminata di tutti gli studenti: è il caso delle università Paul Valery Montpellier, Lyon II, Paris I, Bordeaux III. In mattinata 425 insegnanti hanno pubblicato una tribuna contro la riforma Vidal, in sostegno alla mobilitazione.

Cosa prevede la loi ORE e quali conseguenze

Le ragioni che il movimento incarna tendono a situare la loi ORE in un quadro più ampio di sussunzione del mondo dell’educazione al mercato del lavoro, con le sue annesse temporalità e condizioni materiali. Ma, prima di soffermarci sul contenuto della riforma e sul quadro analitico accennato, non è superfluo attardarsi sulla forma cha ha preso la sua promulgazione. I difetti di forma, che di fatto hanno appiattito la componente legislativa degli attori sociali e del parlamento sull’esecutivo, sono tre: a) la legge è stata concepita in una concertazione con attori sociali e sindacali arbitrariamente scelti dal governo durante i due mesi di Luglio e Agosto dell’estate scorsa, escludendo di fatto il personale impiegato nell’educazione; b) in secondo luogo la discussione parlamentare della stessa, cominciata all’Assemblea nazionale e al Senato a fine novembre scorso, si è svolta secondo la procedura accelerata, prevista dall’articolo 45, comma 2, della Costituzione francese. Essa consiste nell’imposizione di una sola lettura per camera del progetto di legge, amputando di fatto il processo legislativo dell’interazione tra Assemblea e Senato; c) infine la piattaforma Parcoursup prevista per l’organizzazione della selezione è stata attivata a metà Gennaio, due mesi prima della promulgazione della legge, avvenuta l’8 Marzo 2018. Il processo legislativo che ha portato a tale riforma ci offre in vitro l’essenza dell’incedere del governo Macron: totale esautorazione delle camere del potere legislativo (l’ordonnance ne è sicuramente l’arma d’elezione), ricorso a strumenti di concertazione parziale e arbitraria e soprattutto tanta velocità, quella di un esecutivo coi paraocchi, capace di anticipare se stesso, riducendo la legge a puro strumento di ratifica della sua performatività.

Insomma, la genealogia della riforma basterebbe a considerarla democraticamente carta straccia. In realtà la minaccia anti-democratica che il difetto formale incarna è surclassata dal pericolo sociale e clinico al quale essa espone gli studenti. Nascondendone le ragioni sotto la foglia di fico del vecchio APB (sistema di selezione che aveva portato al sorteggio dell’1 % delle candidature), l’introduzione della piattaforma Parcoursup impone agli studenti una vita di ansie, decisioni perenni e  programmazione scientifica della propria vita. Essi devono esprimere all’inizio dell’anno di maturità 10 preferenze universitarie senza gerarchizzarle. A queste si aggiunge un dossier nel quale i professori di liceo e il rettore sono chiamati a commentare le scelte dello studente, e di fatto a gerarchizzarne col proprio giudizio le preferenze. In seguito le facoltà dovranno classificare tutti i dossier e decidere dell’ammissione o meno degli studenti. I criteri di scelta dipendono in larga parte dal consiglio di amministrazione di ogni facoltà, e di volta in volta lo studente sarà chiamato a ridurre a uno il numero di offerte ricevute. L’impossibile coordinazione delle tempistiche, porterà dunque ciascun studente a dover rinunciare alle facoltà che di volta in volta lo accetteranno, senza poter valutare la scelta a partire da un quadro di insieme. L’effetto retroattivo sui licei è evidente: i licei scientifici e classici saranno sostituiti da licei “à la carte”, con specializzazioni operative sin dal terzo anno, e un unico mantra per gli studenti: programmare la propria vita professionale a partire dai 14 anni, valutando i corsi scelti, e costruendo il curriculum adatto affinché l’università di approdo li accetti.

Il governo giustifica la necessità della riforma, da un lato rivendicando il numero crescente di fallimenti al primo anno, con cambi di indirizzo e esami insufficienti, e quindi la pertinenza di un’intervento significativo nell’orientazione; dall’altro il ministro Vidal agita la fallacia del precedente sistema in ragione del sorteggio al quale aveva costretto diversi studenti nell’accesso all’università (in realtà soltanto l’1%). Tuttavia, dal 2009 al 2015 il numero di studenti all’università è aumentato del 20%, con 280 mila studenti in più; nello stesso periodo più di sette mila posti di lavoro sono stati soppressi nella formazione universitaria (fonte Snesup-FSU Sindacato dell’insegnamento, febbraio 2018). L’inadeguatezza della riforma rispetto al quadro, è palese, ciò che invece va rilevato, è come i provvedimenti disposti, anziché investire in un servizio in progressiva degradazione, ne restringono la base, ottimizzando non soltanto la fase di scelta, ma l’accesso stesso all’università. In questo contesto, tra l’altro, il corpo docenti è chiamato, senza aumenti né budget ulteriori, a investirsi nell’ingente lavoro di selezione e classificazione dei dossier, nuova figliazione per la già pesante burocrazia che regna all’università. Tuttavia la contraddizione tra la applicazione della riforma dell’accesso all’università e le tendenze dei flussi di investimenti, personale e studenti che la sottendono, e rispetto alle quali i suoi strumenti sono più che inadeguati, è soltanto una contraddizione secondaria.

La selezione come apparato di controllo della riproduzione sociale

La selezione all’università, prima ancora di essere selezione dei meriti, è selezione sociale. Essa combina l’autonomia delle università nella definizione dei criteri alla precarizzazione delle condizioni di scelta degli studenti stessi, in modo da riprodurre la segmentazione sociale attraverso un controllo molecolare dell’accesso. Da un lato dunque, si va verso un’ulteriore gerarchizzazione delle università: le università più prestigiose, riceventi il maggior numero di domande, opereranno le selezioni più rigorose, armate del diritto di rifiutare gli studenti delle periferie, prediligendo i grandi licei della nazione. In tal modo, il numero di assunzioni dei propri iscritti porterà nuovo denaro nelle casse dell’accademia, in un circolo virtuoso che allontanerà il sistema universitario dalla democratizzazione dell’accesso che dagli anni ’60 ha caratterizzato l’insegnamento superiore francese. Inutile ricordare, che tale sistema permetterà la riproduzione delle frontiere razziali, economiche e sociali all’interno delle facoltà stesse, con un’intensificazione della riproduzione della segmentazione sociale nel mondo della formazione. Si aggiunga inoltre, che a rinforzare l’efficacia di una tale politica di classe, sarà la preliminare formazione richiesta per accedere alle selezioni stesse: la costruzione di un dossier richiede tempo, competenze e, come molto probabilmente accadrà, una formazione supplementare. Le condizioni sociali di ciascuno saranno dunque parte integrante, e anzi preminente, delle condizioni di possibilità del suo accesso ad una buona formazione. Inoltre, l’effetto a lungo termine sulle facoltà relegate alla serie B sarà inevitabilmente la chiusura, o la completa svalutazione dei titoli offerti.

La riforma è un attacco frontale allo statuto di studente, le cui temporalità e condizioni, sono progressivamente sovradeterminate dalle esigenze del mercato del lavoro. Da un lato, tale sussunzione prende la forma di un rapporto concorrenziale tra le università nel mercato costituito dalla domanda di studenti liceali e l’offerta formativa. In tal senso non farà scandalo l’esclusione di una parte della domande dal mercato della formazione, laddove essa superi l’offerta formativa. Dall’altro lato è facile dedurre come la concorrenza tra università porterà ad un adeguamento dei contenuti degli insegnamenti alle esigenze del mercato del lavoro con annessa estinzione degli studi umanistici e artistici. Basti pensare all’emendamento 37 del senatore dei repubblicani Grosperrin che propone di valutare gli atenei pubblici in rapporto alle percentuali di impiego degli studenti uscenti. Educare lo studente al mercato, al calcolo delle utilità, alla consumazione e alla programmazione del futuro senza un presente, nella giungla del precariato, una pedagogia che non sembra aver convinto i diretti interessati.

 «Faremo in modo che si smetta di far credere a tutti che l’università sia la soluzione per tutti».

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