Manich Msamah in Tunisia - Tra mobilitazione specifica e fondazione di un collettivo politico. Il racconto di un militante

13 / 12 / 2017

Traduciamo e pubblichiamo un articolo scritto da un militante del movimento tunisino Manich Msamah per Global Project. Manich Msamah negli ultimi anni ha portato avanti una campagna contro la riabilitazione dei membri dell’élite che avevano commesso crimini amministrativi ed economici sotto il vecchio regime, simbolo e sintomo dell’accantonamento delle aspirazioni alla giustizia sociale dell’insurrezione del 2011. Manich Msamah raccoglie anche militanti interessati allo sviluppo di un’organizzazione di movimento – duratura nel tempo ed estesa oltre il livello locale – diversa dalle tradizionali forme partito e sindacato. Moutaa Amin Elwaer spiega le origini del movimento, le sue caratteristiche e le scelte a cui dovrà far fronte.

Introduzione

Da più di due anni e mezzo, la vita politica tunisina è spesso scandita dallo scontro tra i sostenitori della retorica della “conciliazione nazionale” condensata nel progetto di legge sulla “riconciliazione economica” e i difensori del processo di giustizia transizionale, raggruppati sotto gli stendardi della campagna Manich Msamah (Io non perdono). Questo conflitto è sopraggiunto in un contesto di stabilizzazione politica nell’ambito del “dialogo nazionale” (2013-14), basata su un’alleanza tra una parte dell’élite del vecchio regime e quella emanata dalle urne, nonché sull’integrazione di certi attori partitici e sindacali al centro del nuovo ordine politico. In cambio di tale integrazione, questi ultimi attori hanno implicitamente accettato di contenere le proprie rivendicazioni sociali e di limitare il sostegno alle mobilitazioni sociali in costante crescita.

In questo contesto politico, la campagna Manich Msamah è stata fondata nell’agosto 2015 per lottare contro un progetto di legge avviato dal presidente Béji Caïd Essebsi e sostenuto dalla coalizione politica al potere (1). Esso prevede l’amnistia per coloro che hanno commesso crimini economici, finanziari o amministrativi durante la dittatura. Tale amnistia va a coronare il processo di stabilizzazione politica di cui sopra, a favore dell’alleanza tra le élite del vecchio regime e le nuove élite emanate dalle elezioni.

La campagna esiste tuttora nonostante l’adozione definitiva di una legge sulla riconciliazione amministrativa (che riprende una parte del progetto iniziale) nell’ottobre 2017. Manich Msamah è riuscita a mobilitare nelle sue iniziative una coalizione assai ampia della società civile, coinvolgendo le organizzazioni più importanti del paese e tutti i partiti dell’opposizione. Ha portato in piazza migliaia di manifestanti e ha una pagina Facebook seguita da quasi 80.000 persone (2).

L’iniziativa dei circoli militanti della gioventù istruita della classe media

Manich Msamah è un collettivo di giovani la cui età media si aggira intorno ai 27 anni. È principalmente composto da studenti e laureati, provenienti da famiglie istruite della classe medio-bassa. La maggioranza dei membri attivi ha un’esperienza di militanza passata o presente in altre organizzazioni e viene da diverse esperienze politiche che vanno dal centro-sinistra e il liberalismo sociale fino all’anarchismo, passando per il panarabismo di sinistra, il Marxismo e le altre varianti della sinistra tunisina.

Per tornare alla sua fondazione, Manich Msamah si è in apparenza formato su internet. Fu un militante trentenne, attivista noto dall’epoca di Ben Ali, che nel luglio 2015 lanciò un appello su Facebook per riunire tutti coloro che si stavano indignando individualmente contro il progetto di legge che la presidenza della repubblica aveva presentato in giugno al parlamento. Diverse decine di militanti risposero all’appello e cominciarono le discussioni via email.

In realtà, attraverso Facebok e la mailing-list, si misero in contatto diretto delle micro-reti militanti caratterizzate dalla loro inter-connettività. La situazione politica era all’epoca alquanto deplorevole, poiché il progetto di legge era stato oggetto di un silenzio quasi assoluto dei partiti politici, inclusi quelli di opposizione. Le organizzazioni della società civile stavano dimostrando una qualche debole resistenza nei migliori dei casi. C’era un malcontento generalizzato tra le file dell’élite politica dell’opposizione, ma senza azioni concrete. È stato tra i circoli militanti radicali che si è manifestato il dissenso più netto. Si tratta di giovani militanti organizzati (partiti, collettivi giovanili). Alcuni erano usciti dalle strutture partitiche classiche, la maggioranza vi era tuttora dentro. Questi giovani si organizzarono sulla base dell’appello appena citato.

Rottura con le organizzazioni politiche tradizionali

Anche se la critica nei confronti dei partiti e delle ONG (3) è trasversale all’interno di Manich Msamah (anche per quanto riguarda i militanti di partito), l’esperienza di molti membri in organizzazioni partitiche (di specie e ideologie diverse) è uno degli strumenti della campagna. I membri di Manich Msamah hanno usato i loro contatti con i partiti per spingerli ad accettare le posizioni del collettivo. I partiti e alcune ONG, soffrendo di una mancanza di ricambio generazionale, hanno tentato di egemonizzare il collettivo attraverso quelli che ritenevano essere i propri “agenti” al suo interno. I membri del collettivo hanno dato prova di molta flessibilità tattica nelle loro trattative con i partiti, cosa che ha permesso al collettivo di diventare nel giro di qualche mese l’intermediario tra vari partiti e tra i partiti e le ONG. In questo modo si è trasformato in una entità politica di peso. È anche apparsa una pratica inedita nelle manifestazioni di piazza. Si tratta di convincere (spingere) i partiti a partecipare senza le loro bandiere, ovvero portando solo le bandiere e gli slogan di Manich Msamah. Il collettivo si è anche distinto per l’alternanza di azioni dirette illegali e ampie manifestazioni autorizzate.

Nella fase iniziale, ciò che ha più legittimato Manich Msamah ad acquisire tale improbabile statura politica era in parte la delegittimazione generale di cui soffrivano i partiti politici. Ma il fattore più importante per la visibilità della campagna è stato la sua capacità di innovare i propri repertori d’azione. Alleati e detrattori riconoscono che Manich Msamah è stato “originale” nelle sue azioni. Io penso che questa originalità sia dovuta al fatto che il collettivo ha “osato” attaccare frontalmente alcune pratiche protestatarie radicate nel campo politico tunisino. Farò due esempi per spiegarmi. 

Il primo esempio è quello della “atmosfera contestataria”. In Tunisia, la manifestazione aveva un’immagine irrigidita (gli stessi slogan, gli stessi ritmi, età media elevata…) e uno svolgimento piuttosto calmo, standardizzato e monotono alterato solo a causa (o grazie a) degli eventuali scontri con la polizia. Fin dall’inizio, Manich Msamah ha introdotto nelle sue manifestazioni un’atmosfera che si ispira agli ultras negli stadi. La cosa ha avuto un effetto fulminante sulle altre organizzazioni politiche, perché – malgrado la disapprovazione dei dirigenti – questa espressività non ha mancato di sedurre le componenti giovanili. D’altronde, tra le prime manifestazioni del settembre 2015 e quelle dell’estate 2017, l’adesione a questa atmosfera “ludico-contestataria” da parte di tutte le forze che aderiscono alla campagna (compresi i tradizionali partiti di sinistra) è diventata totale. Il più grande contributo di questo cambiamento è stato ridurre un po’ le distanze/differenze tra i gruppi politici e quelli meno esplicitamente politicizzati (come gli ultras).

Il secondo esempio è l’abbandono puro e semplice dei lunghi discorsi nelle manifestazioni. Questa decisione, presa in seguito a una riflessione collettiva, è stata ferocemente opposta dai rappresentanti dei partiti politici, abituati a marcare la propria presenza alle manifestazioni con lunghe prese di parole successive. Ormai, le manifestazioni di Manich Msamah terminano con un ringraziamento ai manifestanti e una ricapitolazione delle prossime scadenze, effettuati ogni volta da una persona diversa. Questa pratica si pone in continuità con il diverso ideale di leadership del gruppo, di cui parlerò a breve.

Potrei citare numerosi altri esempi – come la buona padronanza degli strumenti informatici e della comunicazione tramite i social network (nitidezza dell’identità visuale, uso frequente del live streaming, etc.) – ma mi fermo per non allungare l’esposizione.

Una campagna “orizzontale”

Come nel caso di molte altre esperienze militanti un po’ ovunque nel mondo, il gruppo ha cominciato a operare senza avere necessariamente piani d’azione dettagliati, principi politici precisi e nemmeno obiettivi strategici. È nel corso dell’azione che certe questioni si sono manifestate, mentre altre restano fino a oggi senza risposta. Tuttavia, c’è un consenso implicito nel collettivo su una radicalità politica forgiata prima, durante e dopo i processi rivoluzionari, che vede come punto di riferimento le “esigenze della rivoluzione”. Un’implicita eredità politica di sinistra unifica la maggioranza dei membri, accompagnata da una critica radicale dei partiti della sinistra classica.

Per descrivere l’organizzazione del collettivo, si può dire che esso rivendica la propria orizzontalità e che tutti i membri hanno un’influenza relativamente simile. Detto questo, un’attenta osservazione non può ignorare l’esistenza di una certa leadership. All’inizio questa leadership era collegiale e portata avanti da un gruppo di militanti più esperti e conosciuti. Tuttavia, a causa di una convinzione generalizzata sugli effetti distruttivi del deficit di democrazia interna relativo alla presenza di leader carismatici nei partiti della sinistra tradizionale tunisina, è stata fatta una riflessione interna per ridurre il peso della leadership. Un sistema di leadership per alternanza è stato messo in pratica, cambiando periodicamente le persone che prendevano la parola durante le azioni pubbliche e nei media, le persone che rappresentavano il collettivo nelle negoziazioni con i partiti e le ONG, nonché le responsabilità dei membri durante le azioni. Uno degli aspetti più caratteristici della campagna, che segna una rottura radicale con le modalità dominanti delle organizzazioni politiche tunisine, è l’adozione di una parità abbastanza rispettata tra uomini e donne nella leadership e nei ruoli di responsabilità. Questa parità non è affatto dovuta a un’ingiunzione esterna ma è stata adottata in seguito a molteplici lotte interne portate avanti da membri del gruppo (principalmente donne).

Le decisioni vengono generalmente prese senza passare per il voto, attraverso una mediazione e un accordo attivo o passivo (assenza di veto). Tuttavia, il rispetto di questo principio non è stato facile, soprattutto in situazioni critiche nelle quali era necessario prendere decisioni dell’ultimo minuto, cosa che non ha mancato di generare tensioni. La questione che si ripresentava era quella del peso ineguale dei membri, poiché – nei momenti d’urgenza – le consultazioni si limitavano ai membri considerati indispensabili, cosa che lasciava spazio al sorgere di affinità personali, favoritismi e – di riflesso – la gerarchia cacciata dalla porta rientrava dalla finestra. Questa gerarchia è ancora più pericolosa perché, per ora, non è controbilanciata da meccanismi di controllo.

Difficoltà di andare oltre l’opposizione alla “legge di riconciliazione”

Durante questi due anni e mezzo, i membri della campagna non hanno mai smesso di tentare di definire “che fare dopo questa legge”. Ciò riflette una certa coscienza condivisa che la “legge di riconciliazione” è solo un aspetto tra i molti altri nella lotta contro la coalizione reazionaria al potere. È d’altronde significativo che molti militanti di Manich Msamah continuino a partecipare a varie lotte e movimenti sociali (giustizia per le famiglie dei martiri della rivoluzione, disoccupazione, privatizzazione, impunità della polizia, corruzione, etc.). Una parte dei membri sostiene già dal 2015 l’idea di ampliare lo spettro della campagna per non limitarsi alla “legge di riconciliazione”. Questa iniziativa si è scontrata con un’opposizione di principio da parte di quei membri che ritengono che ciò oltrepassi il “mandato della campagna” (il gruppo è politicamente eterogeneo, un obiettivo semplice aumenta l’efficacia, ecc.). L’ostacolo maggiore all’ampliamento di orizzonti deriva dall’incapacità dei suoi difensori di trovare un terreno di intesa in merito. Alcuni vogliono lavorare sulle questioni legate alla corruzione, altri sulla giustizia transizionale e altri ancora vedono nel collettivo il principio di un movimento capace di porre la giustizia sociale come proprio orizzonte. Queste divergenze derivano principalmente dalle diverse appartenenze politiche e ideologiche dei membri, che non sono state un grande ostacolo per la lotta su una questione specifica ma che diventano insormontabili quando si tratta di elaborare un piano di lungo termine. È a questa difficoltà che fanno fronte oggi i membri del collettivo, dopo che la legge è stata approvata lo scorso ottobre.

A questo si aggiunge il forte desiderio di “non perdere quello che è stato costruito in questa esperienza”. Molti militanti di Manich Msamah sono coscienti del fatto che, oltre all’opposizione alla legge di riconciliazione, in gioco c’è il rinnovamento di uno scenario politico da anni sterile e stagnante. Nella più che allarmante situazione sociale e politica che attraversa la Tunisia, in cui l’attacco imperialista a colpi di “riforme” neoliberali imposte dalle potenze internazionali e l’offensiva dell’élite politica ed economica hanno raggiunto il culmine, l’opposizione politica si mostra sempre più incapace di rispondere, perché indebolita dalle sue divisioni e da effimeri calcoli.

Pesa dunque sui membri della campagna la coscienza della necessità di costruire un’alternativa radicale, capace di raccogliere molteplici forze vive della società desiderose di un reale cambiamento sociale e che non hanno finora trovato nessuna espressione politica in grado di unificarle. Ma, per riuscire nell’impresa, bisogna interrogarsi anche su aspetti della campagna che vanno al di là della sua piattaforma politica. Si tratta soprattutto di uscire dalle cerchie sociali che animano abitualmente la sinistra tunisina. Infatti, malgrado alcune rotture nel discorso e nelle modalità delle mobilitazioni, la campagna rimane prigioniera della gioventù istruita e urbana (sia delle grandi città che delle città dell’interno). In un paese in cui due terzi dei giovani – e ancor più giovanissimi – non sono laureati, questo ostacolo allontana la campagna dal potenziale di mobilitazione necessario a una forza che aspira a militare per un cambiamento sociale radicale.

Dopo l’approvazione della “legge di riconciliazione amministrativa”, la campagna continua a esistere – per quanto “in pausa” – e a essere considerata un attore politico con il quale ci si coordina, ci si vorrebbe alleare o a cui chiedere sostegno. Oggi più che mai si impone quindi una domanda: campagna specifica o collettivo permanente? Forse la risposta arriverà presto!

Traduzione a cura di Lorenzo Fe

(1) Coalizione che assembla il partito islamista Ennahda, Nidaa Tounes (partito del presidente e principale erede dell’RCD [partito di Ben Ali] e altri partiti liberali di minore importanza. Questa coalizione è relativamente sostenuta dalla confederazione sindacale UGTT.

(2) https://www.facebook.com/manichmsame7

(3) In realtà questa critica è un insieme di narrative eterogenee e a volte contraddittorie. Tuttavia non entro nei dettagli per semplificare l’esposizione.

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