Merci Macron !

10 / 5 / 2017

Durante la primavera 2016, "Merci Patron!", un film documentario che narrava una rivincita di classe ha accompagnato le parole della lotta contro la Loi travail - progettata dall'ex-ministro dell'economia Macron -  e fatto da contrappunto alle discussioni che seguivano le proiezioni all'aperto delle "Nuits débout" francesi.

Nel day-after delle elezioni presidenziali, non si può non ricordare il duetto politico Valls-Macron che ha puntellato il governo Hollande e la sua violenza repressiva per far passare il programma di guerra sociale, dalla Loi El-Khomri sul lavoro allo stato d'emergenza perenne. La cui traduzione nella pratica legislativa tramite l'articolo 49.3 della Costituzione francese annulla ogni discussione parlamentare a fronte dell'esigenza di un'entità suprema, quella dello Stato senza diritto. 

Il presidente eletto il 7 maggio è uno degli attori principali di questa storica fase politica della Francia.

La percentuale altissima, e senza precedenti, di astensione/non-adesione politica (oltre il 25% di cui 12% di voti bianchi) al vecchio progetto europeo liberal- riformista, ci dice che in Francia il nuovo presidente ha il consenso dei poteri finanziari ed economici ma non quello dei cittadini, neanche di quelli che l'hanno votato con la paura di un Front National nel ventre. 

Paura che resta attuale, il record di 11 milioni di voti raccolti da Marine Le Pen, con il FN, principale ed unico per adesso partito di opposizione che in quindici anni ha raddoppiato i suoi elettori. Socialisti liquefatti e Repubblicani decomposti puntano sulle elezioni legislative di giugno, sperando di ricomporre i resti che potrebbero finire nel carrello della spesa En Marche! di Macron. Incluso l'ex- ministro Valls che si sta già preparando alla prossima gara.

La risposta al governo che presenterà Macron quindi è già stata data e sarà la stessa del passato, più forte e determinata, e più radicata territorialmente, un'evoluzione che si esprime sia nell'intensità sia nella carsica dislocazione  del conflitto. Conflitto che, oltre la sua spettacolarizzazione mediatica, non è temporaneo ma si è dato con continuità di pratiche e di linguaggio dall'autunno del 2015, anno degli attentati e dell'inaugurazione di una nuova impresa di politica, militare, culturale ed economica che si presenta come "lotta al terrorismo". 

I "dimenticati" della politica di governo e della campagna presidenziale, non hanno invece dimenticato le lotte e i primi responsabili della potente ascesa dei nazional-fascismo nella Francia degli ultimi anni, in particolare quella del governo Hollande, gli stessi che hanno ricattato gli elettori con il voto della paura in queste ultime settimane. Fare barriera a Le Pen con l'adesione alle politiche neo-liberali e distruttrici è cosa impensabile soprattutto nei quartieri popolari. I differenti campi politici si sono ricordati del "popolo" di Francia nel momento della chiamata alle urne rivolgendosi agli abitanti dei quartieri popolari - tradizionalmente astensionisti - con l'ingiunzione al voto "utile" contro l'avanzata e possibile vittoria della destra radicale. Dimenticando che la realtà quotidiana di quei quartieri, delle cités, e delle "periferie" urbanizzate delle grandi aree metropolitane è già impregnata di pratiche razziste e di impatti diretti con una cultura politica "nazionale" e fascista, collaudata dai tempi delle colonie, ri-attualizzata poi da Sarkozy a Valls. 

Le prime vittime del programma xenofobo con la "priorità nazionale" del FN, assimilato con sfumature più o meno grigie dai successivi governi, repubblicani e socialisti, costruito per escludere una parte integrante della società francese, sono proprio gli abitanti dei quartieri, francesi di origine straniera e immigrati. Questa minaccia, se perde la sua immediatezza politica, non viene scartata con un governo Macron ma semplicemente restituita alla banalizzazione o all'isteria a seconda degli eventi funzionali alle politiche repressive e discriminatorie messe in campo da tutti i precedenti governi.

Da anni, il FN è al potere nei quartieri attraverso l'operato della polizia, un'evidenza che sarebbe inutile sottolineare se non fossimo costretti ad una quotidiana constatazione dei fatti: abusi e violenze sono diventati normalità. 

Concretamente, se l'astensione di massa nei quartieri ha lasciato un ampio margine per l'opzione della France insoumise di Mélenchon, davanti al rischio frontista, gli elettori delle "periferie", consapevoli dell'abbandono istituzionalizzato prodotto dalla République, hanno rifiutato il voto tout-court, considerato come una questione tra "Bianchi". Il disinteresse ha vinto. E la coscienza politica delle popolazioni dei quartieri non è misurabile con i parametri elettorali. 

I giovani estromessi dalla scuola, dalla formazione e dal mondo del lavoro (da non confondere con il mercato del lavoro) sanciscono una rottura tutt'altro che simbolica (il non-voto) all'interno della società che li esclude. E' fuorviante immaginare questa esclusione come una forma di marginalità, non lo è, anzi è il sintomo di una profonda e intima frattura che attraversa l'intera società francese, anche nei suoi meandri più lontani o nascosti, dalle campagne ai Domaines d'Outre-Mer, attuali dipartimenti extra-territoriali. In Francia, i volti della segregazione etnica sono molteplici.

Come gli abitanti dei quartieri, una parte significativa del paese, con o senza diritto di voto, sa che un bollettino non cambierà la sua condizione e non ha ceduto alle manipolazioni, rifiutando il ricatto e la messa in vendita delle proprie convinzioni. Nessuna figura politica, senza eccezioni, si è rivolta ai citoyens dei quartieri, che alla fine hanno respinto al mittente l'insopportabile e paternalistica "colpa dell'astensione". Chi per anni ha banalizzato il FN ha eletto Macron, questo è un fatto che non può non interrogare sul suo 90% di preferenze a Parigi.     

Gli spazi di conflitto e rivendicazione aperti dal movimento contro la Loi El-Khomri si vedono ancora una volta echeggiati dai risultati di questa tornata presidenziale, e dalle dinamiche delle (difficili e militarizzate) piazze che l’hanno accompagnata il primo, l’otto e il nove maggio. 

Chi da un anno lotta senza tregua contro la Loi travail, lo stato d'emergenza e le violenze poliziesche ha ancora scelto, la notte del secondo turno, le barricate alla masquerade del voto elettorale. Sin dalle otto, ora della diffusione delle percentuali di voto, a Parigi centinaia di manifestanti si sono ritrovati nelle strade di Menilmontant per la Nuit des barricades: la scelta di disertare le grandi piazze (République, Bastille e Nation) per ritrovarsi dove la repressione delle forze dell’ordine non raccolga i vantaggi di spazi aperti e grandi boulevards, a partire dalle larghe nasses (accerchiamenti) che da un anno ormai fanno da blocco preventivo ad ogni corteo fino ai diffusi spari di pallottole di gomma nella mischia. Una scelta che riflette tra gli altri il dato pesante del primo maggio parigino, una vera carneficina. Più di 150 i feriti, di cui decine gravi, in una giornata dal livello di violenza inedito. Il corteo che una settimana fa partì da République si svolse sotto il fuoco ininterrotto delle forze dell’ordine (lacrimogeni, pallottole di gomma e manganelli), forti di un dispiegamento di mezzi e personale massivo (tra le otto e le nove mila unità tra polizia, militari e CRS secondo diversi quotidiani francesi). La risposta della piazza fu quella di migliaia di manifestanti decisi a lottare nonostante l’escalation violenta di una polizia armata fino ai denti e coperta dall'eccezione giuridica, irriducibile alla logica binaria della scena elettorale.

Torniamo alla notte del secondo turno. Sin dalle 19.00 sono più di venti “car”della polizia a circondare il quartiere e a perquisire i passanti ad ogni angolo di accesso all’est parigino. Alle 21.00, nell’immensa nasse che circonda Menilmontant, parte una manif sauvage con un migliaio di manifestanti in direzione di Père Lachaise. Canti in marcia contro i fascismi, le violenze poliziesche e il neo-eletto presidente della Repubblica. L’intervento delle forze dell’ordine è immediato con lancio di lacrimogeni sulla folla. Il corteo disperso si spacca in diverse manifs sauvages di cui due bloccate e accerchiate dopo lunghe fughe nelle strade del quartiere. A rue Panoyaux più di cento persone bloccate mentre in rue de Menilmontant l’aggressione delle forze dell’ordine è violentissima. Dopo aver circondato una trentina di manifestanti i CRS si scaraventano sul gruppo con calci e manganelli fino a costringere tutti e tutte a terra. Delle due nasses sono più di cento i manifestanti portati in quattro bus al commissariato di rue de l’Evangile dopo più di due ore di sequestro collettivo senza servizi igienici e al freddo. Dopo i controlli identificativi la gran parte dei manifestanti è lasciata andare, verso le due del mattino. Ad ora secondo la Prefettura sono 9 le garde-à-vue emesse in serata, i fermi prolungati in attesa di ulteriori misure. Non ha tardato a trovare conferma all’indomani dell’elezione il sistema preventivo di isolamento violento e schedatura dei manifestanti che da mesi impedisce ogni riunione collettive in piazza. 

All’indomani delle elezioni lo stesso dispiegamento di forze dell’ordine ha invece accompagnato il corteo del Fronte Sociale, che ha visto più di cinquemila persone attraversare la città da République a Bastille. Collettivi politici, sindacati di base e associazioni (alcuni settori della CGT, SUD e UNEF)  migranti e precari uniti contro le politiche di austerity e di riforma del lavoro (prevista una Loi travail 2.0) e del welfare che Macron ha già annunciato senza riserve. La piazza rilancia "Urgence sociale et écologique", "pour l’égalité des droits contre un précariat généralisé" o ancora "Macron démission! Un jour ça suffit" e chiama alla costruzione di un fronte sociale di lotta a partire dal primo giorno di mandato. Assenti dalla piazza le principali sigle sindacali francesi che non hanno dichiarato il proprio appoggio alla giornata di lotta. Il corteo ha raggiunto place de la Bastille nonostante le diverse incursioni di cordoni di polizia, intenta a isolare fette intere del flusso di manifestanti. Tante le tensioni generate dalle provocazioni poliziesche, ancora una volta in un rapporto numerico di quasi 1 a 10 con il numero dei manifestanti. Non mancano gli sconsiderati lanci di lacrimogeni sulla folla, che si disperde in un’atmosfera calma a Bastille. 

Tante le prese di parole in piazza che raccontano dell’escalation poliziesca e del razzismo di Stato contro le minoranze migranti cui la repressione non dà tregua (all'indomani dell'ennesimo omicidio delle forze di polizia che hanno ammazzato il diciassettenne Curtis della banlieue Massy à sud di Parigi, sono tante le piazze che si uniscono al quartiere per chiedere Verità e Giustizia); interventi che parlano di una metropoli-fabbrica e di una condizione di sfruttamento estesa all’intera società, fattori che impongono la costruzione di un fronte trasversale che trascenda le classiche sigle sindacali e strutture partitiche e che sperimenti nuove forme di organizzazione per costruire rapporti di forza a partire dalle nuove forme del lavoro precario e cognitivo. Emblematico in questo senso, uno striscione dei lavoratori Foodora e Deliveroo (aziende di consegne “auto-imprenditoriali”) che riportava “La rue c’est notre usine”: proprio dai quei settori non sindacalizzati del lavoro precario parte un rinnovato grido di rivolta al quinquennato venturo.  

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