Il bacino maledetto: Disuguaglianza, marginalità e potere nella Tunisia postrivoluzionaria, intervista con l’autore

21 / 12 / 2017

Quest’anno è uscito per Ombre Corte Il bacino maledetto: Disuguaglianza, marginalità e potere nella Tunisia postrivoluzionaria dell’antropologo Stefano Pontiggia. Si tratta di un volume ricco di tematiche e di materiale empirico, frutto di un lungo lavoro di ricerca sul campo. Nella cittadina di Redeyef, nel deserto tunisino vicino al confine con l’Algeria, si incrociano tramite le vite degli abitanti questioni di grande importanza e attualità: la precarietà lavorativa e l’accesso al reddito, l’ambiente e il diritto alla salute, la mancanza di uno sviluppo sociale e la globalizzazione neoliberale, le migrazioni e le frontiere. L’autore dimostra la capacità di cogliere il potenziale ma anche le ambiguità delle dure lotte per i diritti socioeconomici che hanno attraversato la Tunisia e il bacino minerario in particolare. Come spesso capita, soprattutto quando la contestazione si estende oltre ai noccioli duri militanti, le aspirazioni a cambiare radicalmente la società e a generalizzare i diritti si affiancano a tentativi di usare la protesta per portare avanti interessi particolari e compatibili con le gerarchie del sistema vigente. L’analisi in profondità di queste dinamiche e delle loro contraddizioni aiuta a riflettere sulle vere possibilità di liberazione che vi si annidano. Stefano Pontiggia presenterà il suo libro il 23 dicembre alle 21.00 al Centro sociale Django di Treviso (1).


-Iniziamo con una breve descrizione dei temi del libro per i nostri lettori che non lo conoscono…

Il libro parte da una domanda di fondo a cui cerco di dare risposta lungo il filo dei capitoli: di che cosa si parla quando si parla del processo di marginalizzazione delle regioni del sud e dell’interno tunisino? La domanda è particolarmente pressante nel periodo successivo alla fine del regime di Ben Ali dato che, sia nei discorsi informali dei cittadini tunisini che nei discorsi accademici, questo processo di marginalizzazione è considerato una delle scintille delle rivolte iniziate nel dicembre 2010 a seguito della morte del venditore ambulante Tarek El-Tayeb Mohamed Bouazizi. In senso generale, con marginalizzazione si è inteso, nelle analisi sul caso tunisino, un processo di esclusione di parte del Paese dallo sviluppo e dall’accesso al consumo e alla ricchezza che altrove, sulla costa e nel Nord ad esempio, si sono storicamente concentrate. In realtà, seguendo un filone di studi che sul Nord Africa ha un esponente molto recente in un testo sull’Egitto curato da Ray Bush e Habib Ayeb (2), marginalità non significa esclusione totale ma, al contrario, integrazione di persone e territori in una gerarchia ben determinata sia da un punto di vista storico che socio-economico. Il libro quindi analizza come questo fenomeno si riproduca seguendo le storie individuali degli abitanti di una regione considerata come il simbolo della marginalizzazione, il bacino minerario di Gafsa nel sud-ovest. Il libro è idealmente diviso in tre sezioni volte a indagare come la marginalizzazione si articoli a livello spaziale, temporale e della struttura sociale. Nei vari capitoli affronto temi come il modo in cui il bacino è rappresentato in letteratura (anche scientifica) e nei discorsi pubblici, il rapporto tra sistemi economici, politiche governative e produzione dello spazio, il tempo (sia come sguardo sul passato che come futuro interrotto), il denaro e l’economia, la struttura sociale e il rapporto con il potere, la protesta e l’impossibilità per molti giovani di creare un’identità socialmente riconosciuta. Tutte queste dimensioni sono costitutive della cosiddetta marginalizzazione della regione e, più in generale, dell’interno del Paese.

-Perché hai deciso di scrivere un libro su Redeyef?

La zona in cui ho fatto ricerca è stata scelta per due ordini di fattori. Redeyef, e il bacino minerario di Gafsa, sono zone la cui storia è ben conosciuta nel Paese e che sono state investite di un alto valore simbolico e politico. Il bacino minerario vede la sua storia cambiare con la scoperta dei giacimenti di fosfati alla fine del 1800, che trasformano uno spazio abitato da pastori seminomadi in un punto su cui il capitalismo coloniale insiste creando città-fabbrica, centri di estrazione del materiale e collegamenti ferroviari con i porti della costa. Qui nascono e si affermano alcune delle prime esperienze sindacali tunisine, dapprima tramite l’intervento dei sindacati francesi e poi mediante la presenza di sigle propriamente tunisine. Qui avvengono episodi della lotta armata che tra il 1952 e il 1954 ha opposto i cosiddetti fellagha al governo metropolitano. Qui si sviluppano alcune delle più clamorose forme di protesta contro il potere autoritario della Tunisia postcoloniale, come la rivolta avvenuta a Redeyef nel 2008 a seguito di alcuni scandali di corruzione e clientelismo nel sistema di assunzione alla Cpg, la compagnia (statale) di estrazione del fosfato. Redeyef è dunque il simbolo dello sfruttamento e della deprivazione, ma anche della resistenza e dell’attivismo. Quando arrivo in città, nel marzo 2014, sono dunque alla ricerca di entrambi questi grandi racconti; mi accorgo poi che l’aspetto più interessante è il primo, legato alle forme di riproduzione della marginalità, e su questo insisto cercando storie individuali, episodi, ambienti che mi aiutassero a comprendere il filo invisibile che lega le politiche di uno Stato con le traiettorie dei singoli cittadini.

-Mi sembra che riecheggi tra le voci dei tuoi intervistati una idea della “Indipendenza tradita”, che non è stata in grado di realizzare le aspirazioni allo sviluppo degli abitanti locali. In che modo queste percezioni del passato si intersecano con l’attuale dipendenza de facto della società tunisina dalle esigenze delle grandi potenze mondiali?

Più che di indipendenza tradita, a Redeyef mi si parlava più spesso di un sogno di sviluppo mai realizzato dai governi postcoloniali. Il capitolo “Miniere” affronta direttamente questa tematica. Le storie che ho raccolto sul passato coloniale, con cui gli abitanti iniziavano a parlare con me della città, sono infatti caratterizzate da un richiamo alle “ricchezze materiali” lasciate in eredità dal periodo coloniale, che sarebbero i testimoni muti di una possibile epoca d’oro mai realizzatasi a causa delle politiche della Tunisia indipendente. Detto questo, il tema dello sviluppo mancato è legato a quello dell’indipendenza tradita perché, come cerco di mostrare nel capitolo “Margini”, le condizioni socio-economiche nel bacino minerario di Gafsa (come del resto altrove nel Paese) sono condizionate da una storia di rapporti a livello regionale e mediterraneo che hanno origine addirittura in epoca precoloniale. Questa relativa dipendenza dai mercati europei, iniziata nella seconda metà dell’800, si fa via via più stringente non solo durante il Protettorato ma, paradossalmente, al suo termine, quando il Paese è costretto prima a collegarsi a un mercato, quello della Comunità Economica Europea, caratterizzato da trattati diseguali (come era nel periodo coloniale, ma senza l’uso delle armi) e poi a dipendere sempre più dai grandi finanziatori esteri pubblici e soprattutto privati, come il Fmi che nella seconda metà degli anni ’80 concede un prestito alla Tunisia in cambio di misure di neoliberalizzazione del mercato interno e di ristrutturazioni (o cessioni) delle aziende pubbliche. Di questo ne fa le spese anche il bacino minerario, che vede la chiusura delle vecchie miniere e il passaggio a un’estrazione a cielo aperto e meccanizzata per tagliare i costi. Il risultato è la fine del lavoro per due terzi della manodopera impiegata in loco. Esiste quindi un filo che lega i meccanismi economici nell’area euromediterranea alle politiche governative, ai grandi finanziatori internazionali e, per finire, alla percezione di abbandono espressa dalla popolazione locale.

-Mi è capitato che mi domandassero, anche in buona fede, come mai molti giovani nordafricani sono disposti a rischiare la vita nel Mediterraneo per arrivare in Europa anche se nel loro paese di origine “non muoiono di fame”. Mi sembra che nel libro si trovino molti spunti di riflessione in merito.

Perché quello che manca non è necessariamente il pane. Molti studi mostrano come in realtà a spostarsi non siano i più poveri, ma fasce della popolazione deprivate d’altro: di un lavoro decente, di prospettive future, della possibilità di autodeterminarsi, della speranza di poter costruire un futuro alternativo a quello che sembra dipanarsi uguale per tutti gli abitanti. Il bacino minerario non è la zona più povera del Paese (altrove, come a Kasserine, le condizioni socioeconomiche sono ancora più drammatiche) ma ciononostante si soffre di analfabetismo di ritorno, mancanza di strutture di base dal punto di vista sanitario e dei trasporti, assenza pressoché totale di luoghi e occasioni di aggregazione che non siano i caffè, ambiente tipicamente maschile in Tunisia, impossibilità di immaginare un futuro in zona. Il capitolo “Noia” cerca di mostrare come la marginalità sia anche temporale nel momento in cui determinate condizioni economiche di ordine strutturale, togliendo la possibilità di un impiego stabile a intere generazioni, relegano le persone in un limbo in cui non riescono a realizzare le aspirazioni a una vita socialmente considerata come adulta (costruire una casa e creare una famiglia) e le incastrano in una temporalità sempre uguale in cui i giorni sono perfettamente replicabili e sostituibili l’uno all’altro. Questo aspetto veniva indicato dalle persone con cui ho parlato come miseria: una miseria non materiale (lo stipendio di un operaio alla Cpg è molto buono considerata la media nazionale) ma sociale, di prospettive, di futuro. Non stupisce affatto, quindi, che le persone tentino la fuga: l’obiettivo non è solo (e non tanto) “fare soldi” ma sentirsi parte dei circuiti globali di consumo, avere una vita piena, non sentirsi socialmente morti già a vent’anni, avere la possibilità di immaginare progetti e cercare di realizzarli.

-Nel libro mostri molto bene come ci sia un legame tra precarietà occupazionale, “gioventù” (come costrutto culturale) e protesta sociale. D’altra parte, se la protesta è riuscita nell’impresa a parer mio non banale di abbattere un regime e conquistare importanti diritti civili e politici, essa non è riuscita a concretizzare i propri obiettivi soprattutto per quanto riguarda l’accesso a un reddito regolare e a servizi di welfare di buona qualità. Il problema sta solo in rapporti di forza troppo disuguali o anche in alcuni limiti soggettivi di queste proteste? E in quest’ultimo caso, è possibile interpretare tali limiti senza scivolare in una sorta di paternalismo?

Io credo che il problema del mancato raggiungimento degli obiettivi socioeconomici che le manifestazioni del 2010-11 avevano rivendicato stia in entrambe le cause che tu hai rintracciato. Da una parte, lo scioglimento del partito Rcd guidato da Ben Ali non ha significato la fine del deficit di potere che si riscontrava tra, in estrema sintesi, Stato e società, e questo per due ragioni. In primo luogo, e soprattutto nel periodo in cui io ho svolto ricerca, il governo tecnico dell’allora Primo Ministro Mahdi Jomaâ e i governi politici sotto la guida del partito Nidaa Tounes hanno insistito, sia in senso simbolico che di governamentalità, sul concetto del “prestigio dello Stato” allo scopo di ricostituire un’efficienza e un “ordine” nello spazio sociale che è passato anche per il controllo, la repressione e gli arresti. Questa dinamica è stata secondo me accelerata da una sorta di inerzia della polizia, che anche se in misura minore ha continuato ad arrestare e torturare soggetti considerati “scomodi” come artisti e giovani protestatari. In secondo luogo, la fine del partito unico ha portato a una sorta di democratizzazione, quasi di polverizzazione, delle reti di clientela e dei “favori personali” su cui si basava il potere dell’ex Presidente, rendendo quindi il quadro ancora più fosco che in precedenza. Dall’altra parte, le proteste a cui ho potuto assistere e di cui ho ascoltato i racconti si sono (comprensibilmente) concentrate su aspetti materiali quali strappare un contratto di lavoro. Questo in qualche modo porta con sé il rischio di trasformare un’istanza collettiva (la giustizia sociale, i diritti socioeconomici) in problematiche individuali, facendo così il gioco di un potere che ha cercato di disinnescare le proteste seguendo il classico metodo della carota e del bastone: alla repressione poliziesca segue la negoziazione diretta, spesso alla presenza del Governatore (emanazione del Governo centrale) attorno a richieste specifiche di soggetti specifici. Così facendo, la protesta rischia di entrare in cortocircuito.

-Nel libro fai anche riferimento ai danni che l’estrazione del fosfato provoca all’ambiente e alla salute degli abitanti del bacino minerario. La popolazione locale sembra dunque essere costretta a far fronte al classico “dilemma” lavoro-ambiente, aggirabile solo attraverso cambiamenti profondi e di lunga durata. Quali sono le percezioni di questo problema da te incontrate?

Anche in questo caso, la risposta non può che essere aperta e problematica. Il mio ricordo più vivido di Redeyef sono i cumuli di spazzatura dati alle fiamme nei canali agricoli in secca che attraversano la città, segno che potrebbe essere interpretato come noncuranza verso il tema dell’ambiente ma che in realtà è una risposta concreta a una carenza di servizi pubblici degni di questo nome. I danni che la devastazione ambientale provoca sulla vita locale sono in ogni caso evidenti e si riscontrano sul corpo, sui denti ad esempio, che diventano neri a causa dell’acqua pubblica, di pessima qualità, o su reni e polmoni, punti su cui si concentrano le malattie più frequenti in zona. Il problema dell’inquinamento è stato spesso indicato dagli abitanti con cui ho parlato come un problema di disuguaglianza strutturale: in cambio dei fosfati, materiale prezioso proveniente dal sottosuolo, lo Stato elargisce povertà e malattie. Se dunque il piano della critica è effettivamente ben presente tra le persone, meno lo è quello della proposta. Negli ambienti sindacali si discute di proposte di “sviluppo alternativo” e rispettoso dell’ambiente che tuttavia, per quanto affascinanti, si scontrano con il dato oggettivo della mancanza di finanziamenti pubblici a livello locale. Per questo motivo, nelle chiacchiere ai caffè spesso sentivo dire che se ci fosse lavoro la vita in città sarebbe sopportabile.

-Per concludere, perché in Italia si dovrebbe leggere un libro sulla marginalità in Tunisia?

 
Perché è anche un libro di storie, di persone che l’Europa l’hanno conosciuta da vicino avendoci vissuto e poi sono tornate indietro sulla scorta di fallimenti o disavventure: il libro aiuta quindi a capire la spinta a partire e il desiderio di successo economico e sociale, nonché la ricerca della dignità che muove così tante persone verso la sponda nord del mare. Perché la condizione di alcune fasce della popolazione tunisina, come quella dei “giovani”, non sembra molto lontana da quanto riscontrabile nel nostro Paese e soprattutto nel Mezzogiorno. In questo senso quindi il libro parla anche un po’ di noi. Credo che questo sia il bello (e il difficile) di questa disciplina: pur guardando altrove, l’antropologia è in grado di dire qualcosa anche sulla “cultura” e la società da cui il ricercatore proviene. Infine, credo che questo testo possa portare un po’ di comprensione sul modo in cui processi storici, economici e politici di lunga durata e grande ampiezza si riverberino sulla vita individuale in modi imprevisti e inesplicabili a uno sguardo veloce e superficiale.

(1) https://www.facebook.com/events/1823710951248093/

(2) Ayeb, Habib e Ray Bush, Marginality and Exclusion in Egypt and the Middle East, Chicago (IL): University of Chicago Press, 2012.

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