Quello che i tecnici non dicono (ma sanno benissimo)

Divide et impera

di Maurilio Pirone

10 / 2 / 2012

Una cosa bisogna riconoscerla al governo Monti: pur essendo formato da persone estranee ai partiti tradizionali, ha subito imparato il mestiere della politica. Soprattutto, dopo un periodo di timidezza iniziale, i vari ministri e viceministri hanno iniziato a rilasciare dichiarazioni pubbliche che in più di un’occasione hanno destato qualche perplessità. “Siamo stati fraintesi” è la risposta abituale, strategia mediatica adottata già dal precedente governo. Ma intanto il sasso è stato lanciato e il dibattito politico inizia a svilupparsi proprio attorno a quella provocazione, prendendo così una piega ben determinata.

Possiamo trovare un esempio concreto di questa strategia del discorso nelle (apparentemente) sparse dichiarazioni di alcuni tecnici di governo. A cominciare le danze è stato il giovane e brillante (nonché raccomandato, ma questo meglio non dirlo) Viceministro del Lavoro Michel Martone, il quale ha trovato giusto affermare che “se a 28 anni non sei ancora laureato sei uno sfigato”. Una volta tastato il polso dell’opinione pubblica è venuto il turno di Monti che ha definito “monotono” il posto fisso e ha invitato i giovani ad avere aspettative lavorative più flessibili. Dopo il Premier, hanno rincarato la dose sia il Ministro del Lavoro Elsa Fornero, che ha definito “un’illusione” il posto fisso oggi, sia il Ministro dell’Interno Cancellieri (che c’entra lei, anche questa è diventata una questione di sicurezza?), la quale ha ribadito che “noi italiani siamo fermi al posto fisso nella stessa città di fianco a mamma e papà”.

La realtà fotografata da questi interventi parla di una generazione di bamboccioni e mammoni, poco inclini tanto allo studio quanto ai sacrifici, che vivono di aspettative rosee e illusioni lavorative. Un’immagine davvero poco edificante della gioventù, non a caso invitata in maniera paternalistica a responsabilizzarsi, accettando senza troppe storie un futuro di precarietà.

Eppure le vite di tanti ragazzi e tante ragazze ci raccontano una realtà diversa che nulla ha in comune con l’immagine di scansafatiche attribuita loro. Basta leggere due articoli usciti in questi giorni su Repubblica per vedere come in realtà il precariato riguardi in maniera particolare gli Under 35, abituati ormai da tempo ad emigrare in cerca di un posto di lavoro. In altre parole, che il posto fisso sia un’illusione lo si sa già da tempo e pur di trovare uno straccio di lavoro molti giovani sono disposti anche ad accettare contratti sottopagati in giro per l’Italia.

Viene allora da chiedersi come mai dei tecnici così ben preparati continuino a rilasciare delle dichiarazioni basate su presupposti palesemente falsi. Le risposte sono due: o sono veramente miopi, oppure lo stanno facendo apposta. La prima ipotesi è presumibilmente da scartare, non può essere che dopo tanti anni di studi questi professori non sappiano neanche qual è la realtà di cui parlano. Più probabile che dietro quest’attacco alle fantomatiche pretese del posto fisso ci sia ben altro, ovvero il tentativo di delegittimare qualsiasi rivendicazione contro una precarietà sempre più asfissiante. Il meccanismo è semplice: si descrivono i giovani e le giovani come dei mammoni capricciosi in modo da far sembrare piagnistei infantili le loro proteste.

Caso isolato? No, piuttosto strategia precisa, pienamente inserita all’interno della terza fase del governo Monti: dopo aver sistemato i conti dello Stato e aver messo a punto un pacchetto di liberalizzazioni, è venuto il momento di occuparsi della crescita e del mercato del lavoro. È questo forse il passaggio più importante perché da esso dipende il fatto che le aziende italiane tornino competitive sui mercati internazionali o meno: bisogna migliorare il nostro appeal economico per far sì che i capitali decidano di investire in Italia. Come fare? Da una parte occorre sgravare le imprese dai costi, dall’altra serve mettere a disposizione una manodopera duttile e a basso costo. Non che questo non accada già in Italia, di flessibilità in entrata ce n’è anche troppa, tant’è che è diventata una necessità per le stesse aziende quella di semplificare la giungla di contratti precari; anche la flessibilità in uscita non è poca, come rileva l’Ocse. Eppure si continua a prendere di mira l’articolo 18, quello che impedisce i licenziamenti senza giusta causa (le difficoltà economiche sono già considerate giusta causa) per le aziende con almeno 15 dipendenti. Questo perché esso rappresenta uno dei pochi residui di difesa dei diritti del lavoratore. Basta con i contratti nazionali e collettivi, basta con la concertazione, basta con la resistenza all’imposizione di orari e stipendi! Il fine è quello di rendere anche il diritto del lavoro un fatto privato, un ricatto costante dove o si accetta quello che l’azienda vuole o si va a casa senza fiatare, senza neanche più l’aiuto della cassa integrazione. In quest’ottica la vicenda Fiat è paradigmatica: se si vuole lavorare bisogna abbandonare qualsiasi forma di resistenza o rivendicazione collettiva, i sindacati che non si allineano sono fuori.

Portare avanti esplicitamente questa ristrutturazione radicale dei rapporti di lavoro non è certo facile. Ed è qui che entra in gioco nuovamente l’elemento mediatico, utile a delegittimare le possibili lotte che questi cambiamenti causerebbero. Si inizia a parlare di apartheid fra lavoratori, divisi tra garantiti e non garantiti, fra chi ha tutti i benefici e chi invece nessuno. In tal modo l’articolo 18 diventa il privilegio che alcuni lavoratori egoisti difendono a scapito di tutti quanti gli altri, scarsamente tutelati. Diventa dunque importante eliminarlo o aggirarlo per riequilibrare la bilancia dei diritti.

In altre parole, dietro le dichiarazioni del governo Monti c’è il tentativo di spaccare qualsiasi fronte di opposizione, mettendo i possibili focolai di resistenza gli uni contro gli altri. I lavoratori a tempo indeterminato diventano dei privilegiati ai quali i precari devono sottrarre tutele lavorative; i precari invece sono dei mammoni ai quali chi ha il posto fisso deve guardare con paternalismo. In entrambi i casi si cerca di spostare l’attenzione su falsi problemi che non centrano il punto focale della questione del lavoro oggi e si mette in piedi un ordine del discorso già indirizzato entro specifici binari dai quali non può venirne che sospetto reciproco. Divide et impera, dicevano i romani: separa i tuoi nemici e riuscirai a mantenerne il comando.

Quali mosse mettere in atto per non farsi tirare dentro una guerra tra poveri, tra chi vive sotto ricatto in azienda e chi salta di lavoro in lavoro? Credo che in questo caso bisogna essere radicali, mettersi a discutere all’interno di certi termini vuol dire già aver fallito il bersaglio. In altre parole, bisogna rifiutare questo ordine del discorso: il vero punto della questione non è che il posto fisso è un’illusione, che bisogna accettare il precariato, che l’articolo 18 difende solo alcuni lavoratori. Dovremmo, invece, iniziare a chiederci nuovamente cos’è il lavoro, a che serve il salario con cui si è retribuiti, di cosa si ha bisogno. Una sola breve osservazione. Negli anni ’70 con un salario da operaio poteva camparci una famiglia di tre/quattro persone; oggi con i rimborsi di un contratto da stagista a stento riesce a sopravviverne una.

Un discorso del genere potrebbe servirsi di due rivendicazioni strategiche come il reddito di base e uno statuto europeo dei lavoratori. Anche la Fornero ha più volte parlato del reddito di base, ma come surrogato della cassa integrazione; occorre invece riaffermare il senso profondo di questo strumento sociale volto a garantire una vita dignitosa a chi non trova un lavoro. Se bisogna cambiare occupazione con frequenza, allora il reddito di base diventa una necessità, l’unico modo per consentire di sganciarsi dal ricatto del precariato. D’altra parte, battersi per uno statuto europeo dei lavoratori significa contrastare l’idea di una concorrenza al ribasso su salari e diritti, rifiutare collettivamente il meccanismo per cui se altrove la manodopera costa 7 euro allora qui deve costarne almeno 6, altrimenti falliamo.

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