da "Il Quotidiano della Calabria" del 19/07/2011

Il Reddito d'esistenza. Una utopia concreta

di Francesco Maria Pezzulli

20 / 7 / 2011

Poco più di un mese fa, a Roma, il nodo italiano della rete globale Basic Income Network, ha organizzato l’incontro: “Bella, disarmante e semplice. L’utopia concreta del reddito garantito”. Nel titolo la tesi stessa del Meeting: il Reddito Garantito è possibile. Nel corso della mattinata scienziati sociali come Claus Offe, Guy Standing, Luigi Ferraioli, Ruben Lo Vuolo e altri hanno introdotto il tema dal punto di vista teorico e metodologico; mentre, nel pomeriggio, scienziati sociali dello stesso calibro hanno diretto dei tavoli di lavoro riguardanti “l’attualità” del reddito garantito: dal punto di vista del diritto europeo, del welfare ed anche sotto il profilo delle possibilità concrete di finanziamento di tale reddito. Incuriosito da quest’ultimo ho preso parte al “tavolo”, coordinato da Andrea Fumagalli, nel quale si è dimostrato – conti alla mano – di quanto l’utopia, dal punto di vista economico, potesse essere concreta.
Questa, in estrema sintesi, la situazione: i poveri, in Italia, sono quasi 8 milioni secondo l’Istat, 8 milioni e mezzo secondo la Caritas. Se aggiungiamo 5,2 miliardi di euro alla spesa già in essere per il finanziamento di forme dirette di reddito è possibile garantire che tutti i residenti in Italia al di sotto della soglia della povertà (600 euro al mese) raggiungano la fatidica soglia.
E’ impressionante la mole di lavoro che la rete Bin è riuscita a produrre in Italia e nel mondo. Gli studi e le analisi sul reddito garantito, molti dei quali reperibili attraverso il portale www.bin-italia.org, sono di qualità molto elevata e nulla concedono agli attacchi ideologici provenienti soprattutto dal fronte padronale e da quello sindacale.
Resta il fatto, al di là di ogni critica interessata, che il reddito garantito è il riformismo possibile, è una di quelle cose proprie del capitalismo avanzato. Nazioni come la Germania, la Francia, l’Olanda, la Danimarca, la Svezia, eccetera, per restare in Europa, già hanno assunto nel propri ordinamenti forme di reddito garantito, mentre l’Italia è lontana dal farlo. In tale ottica gli sforzi di Bin - volti alla diffusione continua di cultura e informazioni sulle ragioni del reddito garantito – sono straordinariamente importanti e ci pongono un interrogativo di prim’ordine: l’istituzione anche in Italia di un reddito minimo garantito non è una questione economica, bensì politica. Che fare dunque? Tra le altre cose Bin ha messo in moto, a livello del Parlamento e Consiglio Europeo, una “iniziativa dei cittadini” in modo da porre il problema a livello sovranazionale, principale ambito della decisione politica. Ma l’obiettivo è ancora distante dal raggiungimento e, dal prossimo autunno, con il marciare incessante della crisi economica, il tema tornerà alla ribalta e il dibattito diverrà centrale nei movimenti e – molto probabilmente – anche all’interno dei partiti di sinistra. E’ il caso di attrezzarsi e partecipare attivamente.
Al termine del Meeting romano di giugno alcune domande, formulate tra compagni e amici e che rigiro anche ai lettori del Quotidiano, sono divenute pressanti: perché in Italia no? Quali sono le motivazioni politiche che bloccano questa utopia “concreta”? Come superare tale deficit del capitalismo nazionale? Di quali azioni politiche (a livello europeo ma anche locale) abbiamo bisogno per imporre il reddito garantito? Intorno a questi interrogativi, che hanno alla base il problema fondamentale della povertà e della crisi, si misura oggi la capacità politica della sinistra italiana.
Un’ultima riflessione sul reddito garantito nel Mezzogiorno, in buona parte “esportabile” all’intero territorio nazionale, sorge spontanea ed è sintetizzabile nel modo seguente: il problema è politico perché il reddito minimo garantito sottrarrebbe i giovani (e tutti coloro i quali si trovano in condizioni di povertà) dal ricatto sociale clientelare. Dal momento che si può contare su un reddito d’esistenza, seppur minimo, non sono “obbligato” a condividere le relazioni clientelari, cosi come sono libero di non obbedire ciecamente a quei valori (“socialmente testati” dicevamo il 06/09/2010 su questo giornale) per i quali l’affiliazione al network di potere è la cosa determinante per una vita dignitosa: non le conoscenze, ne le competenze o l’esperienza professionale. In altri termini il reddito minimo garantito moltiplicherebbe l’indisponibilità dei giovani meridionali a far parte dell’attuale assetto di potere clientelare, il quale si troverebbe svuotato senza più sudditi ai quali concedere favori ma con cittadini liberi titolari di diritti fondamentali. In questi termini il riformismo possibile è una vera rivoluzione… iniziamo a prepararla.   

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