Aree residuali e transizione ecologica

19 / 6 / 2020

Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Riccardo Festa sul ruolo delle aree urbane considerate residuali nel processo di transizione ecologica. Riccardo Festa è dottore di ricerca in Razionalità ed ha insegnato per alcuni anni Caratteri Tipologici e Morfologici dell'Architettura alla Facoltà di Architettura dell’Università Federico II di Napoli.

Se è vero, come dice Magnaghi, che «Il progetto locale presuppone la crescita dei poteri e delle competenze dei comuni e degli enti territoriali sovracomunali, espressioni delle municipalità, in quanto locale di ordine superiore», è anche vero che nel progetto di sostenibilità, fondato sulla valorizzazione territoriale, le aree di bordo, quelle latenti, quelle marginali, di scarto assumono un ruolo rilevante nella trasformazione del territorio nella fase neo-liberista.

L’attuale sistema economico modifica l’urbano - per rispondere alla esigenza di crescita, di produzione e di consumo, di espansione e di trasformazione del lavoro - riconfigurando gli spazi attraverso la «’distruzione creativa’ dei paesaggi precedenti» (Harvey, 1989).

Lo spazio astratto dell’economia si materializza attraverso la sepoltura della complessità territoriale e ambientale. Il luogo scompare e con esso l’articolazione integrata dell’ambiente fisico, costruito, abitato; scompaiono le identità locali, i valori stratificati nel tempo e reinterpretabili nella fase di transizione dall’economia moderna ad una sostenibile.

Nell’idea dominante - che le crisi di sistema, ricorrenti, possano essere superate dall’avanzamento tecnologico e dalla possibilità di poter fare a meno definitivamente della natura e del territorio attraverso la costruzione di un ambiente totalmente artificiale - il suolo viene considerato come semplice supporto della costruzione.

Il piano e il progetto si sottraggono al confronto con le questioni poste dalla necessità di una transizione ecologica, restando legati ad una nozione tradizionale di suolo, «senza cogliere il valore di infrastruttura funzionale nell’equilibrio dell’ambiente» (Pavia, 2019).

Osservando la città, o il paesaggio più in generale, possiamo individuare un serie di spazi incompiuti, indecisi, che non posseggono una funzione, in alcuni casi l’hanno posseduta; spazi situati ai margini dei processi funzionali attivi. Questi spazi sono spazi di opportunità per l’accoglienza della diversità, che viene tenuta fuori, respinta dagli spazi funzionali attivi possessori di una propria identità.

La trasformazione del territorio, soprattutto in ambito urbano produce “avanzi” corrispondenti ad aree in attesa di modificazione, sospese tra ciò che sono state e ciò che diverranno, una sorta di limbo durante il quale, di frequente, avvengono processi spontanei di rinaturalizzazione. «Ogni organizzazione razionale del territorio produce un residuo» (Clément, 2004).

Queste aree residuali, marginali acquistano un valore rilevante per la sperimentazione di proposte trasformative proiettate nell’ottica della transizione ecologica; sia per rispondere alla mitigazione degli effetti derivanti dal riscaldamento globale, attraverso la progettazione adattativa di parti di città; sia per realizzare tasselli di una economia circolare passanti attraverso un rinnovato rapporto tra piano e progetto con il suolo, il sottosuolo e il costruito.

La questione di fondo è utilizzare questi luoghi per una transizione verso un’economia non più dipendente dall’energia fossile con modelli insediati funzionalmente e morfologicamente nuovi.

L’esigenza di ridurre le emissioni di gas serra è l’occasione per queste aree di promuovere ricadute positive per l’intero sistema urbano (Calthorpe, 2011) attraverso la realizzazione di reti pedonali e ciclabili, implementazione della dotazione di verde, conservazione del patrimonio naturale, risparmio energetico, riqualificazione, mixité funzionale e sociale, riduzione del consumo di suolo, densificazione e connettività.

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