Dualismo urbano. Città dei cittadini o città della rendita

Omaggio a Edoardo Salzano

24 / 9 / 2019

Omaggiamo Edoardo Salzano, il grande urbanista scomparso lunedì’ 23 settembre 2019, pubblicando un saggio scritto nel 2012 e inserito nel tomo Visioni e politiche del territorio: per una nuova alleanza tra urbano e rurale, a cura di Paola Bonora (“Storicamente Quaderni del Territorio – Collana di testi e ricerche vol. 2). Il saggio riprende molti tratti dell’urbanistica critica di Salzano, insistendo sull’antitesi espressa nel titolo: città dei cittadini o città della rendita? Come sempre, quando parla di città Salzano si riferisce all’habitat dell’essere umano, il quale comprende sia la tradizionale “città” che la tradizionale “campagna”, sia il territorio urbano che quello rurale. E quando parla di cittadini si riferisce a quelli attuali e di quelli potenziali, con particolare attenzione a due categorie di soggetti che oggi non sono dotati dei diritti di cittadinanza: i forestieri e i futuri, i migranti e i posteri.

La città della rendita

La città come macchina per arricchire i ricchi

Conosciamo bene la città della rendita. É quella che denunciamo e soffriamo ogni giorno. É quella che vediamo svilupparsi come un orribile blob: più o meno caotica, più o meno disordinata, più o meno inefficiente, ma sempre divoratrice di risorse, distruttrice di patrimoni, dissipatrice di energia e di terra, guastatrice di acqua e di aria. Una città che logora i legami sociali e accentuale diseguaglianze.

Per i costruttori di questa città il territorio è considerato e utilizzato come lo strumento mediante il quale accrescere la ricchezza personale dei proprietari: di quella classe il cui ruolo sociale e il cui contributo allo sviluppo della civiltà sono costituiti esclusivamente dal privilegio proprietario; dal fatto di possedere un bene che può essere utile ad altri.

Non a caso l’economia liberale ha considerato la rendita come la componente parassitaria del reddito. Non a caso ha tentato di ridurne gli effetti, con le pratiche dell’espropriazione a prezzi che non riconoscevano i vantaggi derivanti dalle decisioni pubbliche e i tentativi di tosarla con lo strumento fiscale. Tentativi che, nel nostro paese, sono stati proseguiti fin agli anni 70 del secolo scorso.

Dalla «rendita parassitaria» alla «rendita motore dello sviluppo»

Ma gli animal spirits del capitalismo reale hanno spinto i proprietari e i gestori del capitale a impadronirsi anch’essi di quote rilevanti della rendita. Il passaggio dall’atteggiamento critico nei confronti della rendita urbana alla piena partecipazione al banchetto consentito dal suo progressivo incremento è avvenuto platealmente agli inizi degli anni 70: quando i padroni della Fiat e capi della Confindustria passarono, da affermazioni di piena condivisione per una riforma urbanistica che combattesse la rendita urbana e i suoi incrementi, a pratiche di spostamento di risorse (finanziarie, organizzative, culturali) dagli investimenti industriali a quelli immobiliari.

«Il mio convincimento è che oggi in Italia l'area della rendita si sia estesa in modo patologico. E poiché il salario non è comprimibile in una società democratica, quello che ne fa tutte le spese è il profitto d'impresa. Questo è il male del quale soffriamo e contro il quale dobbiamo assolutamente reagire. Oggi pertanto è necessaria una svolta netta. Non abbiamo che due sole prospettive: o uno scontro frontale per abbassare i salari o una serie di iniziative coraggiose e di rottura per eliminare i fenomeni più intollerabili di spreco e di inefficienza»

aveva dichiarato Gianni Agnelli, padrone della Fiat e presidente della Confindustria [Agnelli 1972, 11]. Ma pochi anni dopo Fiat, e con essa Pirelli, Falck, Zanussi, Benetton abbandonarono il mondo del profitto e dell’industria per scorrazzare nei lauti pascoli della rendita finanziaria e di quella immobiliare, impegnandosi attivamente nel campo della speculazione sul mattone, irrigato e fertilizzato da un ceto politico sempre più succube dell’economia data.

Ha scritto Walter Tocci [2009], in un saggio che rivela come il peso della rendita immobiliare sia diventato decisivo nell’attuale fase del capitalismo: «La dismissione industriale fece scoprire ai capitalisti i vantaggi immeritati delle plusvalenze immobiliari, un modo più semplice di arricchirsi, senza dover fare i conti con l’organizzazione del ciclo produttivo. A quel punto terminarono i dibattiti sull’improbabile patto tra i produttori, venne messa in soffitta qualsiasi ipotesi di separazione tra rendita e profitto e non se ne parlò più».

Il dominio dell’ideologia e della prassi del neoliberismo

É a partire dagli anni 80 che in Italia le cose cambiarono sostanzialmente. Il dominio dell’ideologia neoliberista e il primato delle parole d’ordine lanciate dal craxismo ne sono una componente essenziale. E rimane aperto il problema di chiarire perché in Italia gli intellettuali, dentro e fuori dai partiti, non lo abbiano compreso.

Sul terreno solido dell’economia la finanziarizzazione aiutò la rendita urbana ad accrescere il suo peso nell’insieme del sistema economico e della percezione del territorio. Rifacendoci alle categorie classiche della teoria economica, l’appropriazione privata di rendite (finanziarie e immobiliari) divenne la componente preponderante dei guadagni ottenuti dai gestori del capitale intrecciandosi strettamente al profitto. Del resto, il peso del salario poteva essere via via ridotto dall’innovazione tecnologica.

É il caso di aggiungere, a questo sommario quadro, che l’appiattimento della politica sull’economia ha consentito ai gestori del capitale di ottenere dagli amministratori il consistente aiuto derivante dalla loro possibilità di promuovere o consentire, con l’insieme delle politiche urbane, la sistematica espansione delle parti del territorio il cui valore di scambio passava dalle utilizzazioni legate alle caratteristiche proprie dei suoli a quella urbana ed edilizia. Attraverso le politiche urbane gli amministratori infedeli hanno insomma servito i poteri forti dell’economia spalmando su aree sempre più vaste la rendita immobiliare. Decisivo, a questo fine, è stato l’aiuto fornito alla speculazione fondiaria dalle politiche nazionali, che hanno ridotto via via le risorse trasferite ai comuni lasciando loro la possibilità di stornare i cespiti degli oneri di concessione dalla realizzazione delle attrezzature pubbliche alle spese correnti.

Per servire la crescita e l’appropriazione privata della rendita fondiaria gli amministratori hanno dovuto introdurre qualche cambiamento nelle loro politiche. Aiutate e anzi sospinte dalla legislazione nazionale, hanno dovuto procedere allo smantellamento della pianificazione urbanistica e territoriale quale era stata definita nei decenni precedenti. Ora, gli strumenti foggiati per tentare di porre ordine e razionalità nelle trasformazioni urbane e territoriali erano considerati solo un impaccio al libero esplicarsi della legge del massimo sfruttamento delle potenzialità economiche (in termine di valore di scambio) del territorio.

I prezzi del trionfo della rendita

Alto è il prezzo che l’Italia ha dovuto pagare sul terreno stesso dello sviluppo economico per effetto della scelta compiuta dalle aziende di spostare gli investimenti, gli interessi, l’intelligenza, dalla produzione al mattone, e per di più al “mattone di carta”. «É stata proprio la rendita la vera responsabile di quella bassa crescita» che ha contrassegnato il sistema produttivo italiano, afferma Tocci [2009].

Ma ancora più pesante è il prezzo che hanno pagato le città e i territori, le condizioni di vita degli abitanti, la ricchezza dei beni culturali e del paesaggio. Le conseguenze del trionfo della rendita sono sotto i nostri occhi. Si è manifestata una grande euforia immobiliare, che ha stimolato la produzione edilizia e alimentato la domanda, determinando così un balzo in avanti della valorizzazione della rendita. Il cambiamento è stato enorme, non solo in termini quantitativi. È cambiato radicalmente il ruolo della città nei confronti dell’economia. La città è diventata sempre di più una macchina ­ costruita nei secoli e pagata ancora oggi dalla collettività ­ usata per accrescere le ricchezze private. Il territorio viene devastato da un consumo di suolo impressionante, le condizioni di vita nelle aree urbane peggiorano sempre di più, la sottrazione di risorse ai cicli vitali della biosfera cresce continuamente.

La città dei cittadini

Mille vertenze

In esplicita antitesi con la città della rendita si è affacciata sulla scena una città alternativa: quella che definisco “la città dei cittadini”, con la precisazione che ho fatto all’inizio sul termine di “cittadino”. É quella che emerge dalla miriade di vertenze che si aprono in ogni regione e città d’Italia, in moltissimi paesi e quartieri, per rivendicare qualcosa che si è perduto o minaccia di esserlo, o qualcosa di cui si sente la necessità per vivere in modo soddisfacente. Mi riferisco al fiorire di comitati, gruppi di cittadinanza attiva, associazioni e altre iniziative locali o settoriali (spesso l’uno e l’altro insieme) che caratterizzano la vita sociale in questi anni.

Quando protestano contro l’inquinamento e i rischi alla salute determinati da una cattiva politica dei rifiuti, contro la chiusura di un presidio sanitario o la privatizzazione di un altro, contro la trasformazione di uno spazio verde in un nuovo “sviluppo” a base di asfalto e cemento, contro l’abbattimento di un albero antico minacciato da una strada inutile, contro il prezzo e le condizioni del trasporto pubblico, contro la trasformazione delle campagne periurbane in ulteriori espansioni della “città infinita”. Quando protestano per gli effetti della dilatazione della “città della rendita”, al tempo stesso i mille comitati esprimono un’idea alternativa di città.

Non sono chiari i lineamenti della “città dei cittadini”, ma cominciano forse a precisarsi i principi che dovrebbero alimentarne la costruzione. Proviamo a definirli, riassumendoli in quattro questioni: il rapporto città-campagna, gli spazi per la collettività, l’abitazione, la partecipazione.

Città e campagna

La città è, al tempo stesso, il luogo che l’uomo ha inventato e costruito quando ha avuto bisogno di organizzare la sua vita attorno a spazi, servizi e funzioni comuni e, al tempo stesso, il modo che l’uomo ha utilizzato per costruire il proprio habitat nell’ambito dello spazio naturale. Per una lunghissima fase della storia dell’umanità l’urbano (caratterizzato dall’artificialità fisica, dalla ricchezza dei rapporti interpersonali e della vita sociale) è restato racchiuso nella cerchia delle mura urbane e delle sue immediate adiacenze, utilizzando il resto del territorio pressoché unicamente come supporto delle vie di comunicazione – esili dapprima, poi via via più massicce e intense. Nei secoli a noi più vicini l’organizzazione urbana (l’habitat dell’uomo) si è esteso via via all’intero territorio: non solo artificializzandone parti sempre più estese, ma soprattutto inserendo la massima parte delle sue componenti ai ritmi, ai modi di fruizione e di trasformazione, ai valori propri delle funzioni urbane.

Oggi il territorio rurale non è considerato, valutato e trattato in relazione alle sue qualità proprie, ma alla sua capacità di entrare nel ciclo delle utilizzazioni (e dei valori economici) urbani. É un “suolo in attesa di urbanizzazione”. Se è un terreno agricolo il suo proprietario aspetta il momento nel quale la vanga che lo aprirà non sarà più finalizzata alla messa a dimora di una vigna o di un platano, ma alla realizzazione delle fondazioni di un edificio. Un bosco non avrà nel suo destino quello di essere governato per il patrimonio di beni naturali che costituisce ma, nel migliore dei casi, come estensione del parco urbano, nella peggiore come luogo da distruggere per riempire il sito di ville e villette. Una spiaggia svolgerà il suo ruolo come sede di una serie di stabilimenti balneare, e magari di piscine, alberghi, casette di vacanza.

Connesso a questa trasformazione (culturale, economica, fisica) vi è un altro fenomeno, che incide direttamente sulla vita dell’uomo. L’alimentazione non è più il consumo di merci prodotte a distanza ravvicinata, da un suolo nutrito dalla stessa storia che ha prodotto quella città e dalla stessa cultura che ne ha foggiato gli abitanti, dallo stesso sole e dalla stessa aria, dal ciclo delle stesse stagioni, ma è sempre più prodotta altrove, lontano, là dove le regole dell’economia capitalistica trovano maggiore convenienza.

Le rivendicazioni che nascono dalla società civile costituiscono una critica al modo in cui si è trasformato il rapporto tra città e campagna, tra territorio urbano e territorio rurale, e una pressante richiesta di ricostituire un equilibrio (meglio, di costituire un nuovo equilibrio) tra i due termini. Il modello di città la cui domanda nasce da quella critica deve consentire la vicinanza, alle varie scale (di paese e quartiere, di città, di area vasta, di regione, etc.), tra l’urbanizzato (=prevalentemente artificializzato) e il rurale (=prevalentemente naturale). Deve consentire un’alimentazione sana e una filiera corta tra la produzione e il consumo, aria pulita, luce e sole, libera fruizione di spazi di ricreazione e distensione, di bellezza, di storia, d’identità.

Ma è la stessa localizzazione delle eventuali nuove aree da urbanizzare, là dove ciò si dimostri essenziale ed irrinunciabile, che deve tener conto di un corretto rapporto con la natura. La terra libera, integrata nel ciclo biologico del pianeta, è di per se un valore. É una perdita per la qualità complessiva della vita dell’umanità sacrificarne una porzione; quindi ciò va evitato per quanto possibile (ove non lo sia in vista di altri e superiori valori), e va compensato con equivalenti restituzioni di naturalità.

Gli spazi e i servizi per la collettività

Gli spazi, i servizi e le funzioni comuni attorno ai quali è nata e si è organizzata la città nella storia hanno ricevuto, nei decenni dell’affermazione del welfare state, un consistente accrescimento qualitativo e quantitativo. Ai luoghi classici della città greco-romana, medioevale e rinascimentale si sono aggiunti quelli destinati alle esigenze della salute, dello sport e della ricreazione, della cultura, realizzati per una cittadinanza sempre più vasta e sempre più cosciente dei propri diritti: diritti che avevano la loro condizione decisiva nel ruolo delle classi lavoratrici nel processo di produzione e di consumo. É cresciuta insomma la consapevolezza della necessità di una vasta e articolata “città pubblica”, costituita da quell’insieme di spazi, servizi, attrezzature, reti divenuti standard, indispensabili integrazioni della vita che si svolge nell’ambito dell’alloggio (e della fabbrica).

Per la città della rendita tutto ciò è un peso: riduce lo spazio della speculazione edilizia e, con il sistema fiscale (inevitabile cespite del costo della “città pubblica”) rischia di pesare sulle rendite. Ecco allora che si pratica la riduzione degli spazi pubblici, la loro privatizzazione, al soddisfacimento con servizi privati (a pagamento) di esigenze che nella città del welfare erano soddisfatte con servizi pubblici: dalla salute alla scuola, dallo sport all’assistenza – fino alla sostituzione della piazza, archetipo della città, con il centro commerciale.

É probabilmente da questa consapevolezza, dal disagio provocato dalla perdita di una dotazione urbana sentita come un bene essenziale, che nasce la domanda di una più ricca presenza di attrezzature e servizi, spazi e reti, agevolmente raggiungibili mediante modalità amichevoli. E alle esigenze del passato nuove esigenze si aggiungono, completandole e integrandole: che le dotazioni comuni e pubbliche non solo siano funzionali alle esigenze che devono soddisfare, ma posseggano almeno tre ulteriori requisiti: che siano risparmiatrici d’energia e di altre risorse naturali e non peggiorino la qualità di quelle impiegate; che siano dotate di una riconoscibile bellezza, ottenuta come risultato dell’insieme e non dal singolo oggetto; che siano utilizzabili da tutti, senza discriminazioni tra ricchi e poveri, giovani e anziani e bambini, uomini e donne, cittadini e forestieri. Che siano, insomma, ecologiche, belle, eque.

L’abitazione

Nell’ambito della “citta pubblica” – nella tradizione più antica delle città europee come nella città del welfare – un ruolo particolare ha svolto l’abitazione. Questa è intrinsecamente il luogo del privato, quindi dovrebbe essere “l’altra parte della città” rispetto a quella pubblica. Eppure per almeno due circostanze essa è entrata nell’orbita della prima. Innanzitutto perché la forma, e lo stesso funzionamento, degli spazi pubblici sono definiti dal modo in cui gli edifici destinati alla residenza (le case, i “mattoni” con i quali è realizzata la forma fisica della città) sono organizzati sul territorio. Basta osservare la planimetria d’una città medioevale per rendersene conto. In secondo luogo perché, da quando la polis ha applicato una dose di giustizia sociale nell’amministrazione urbana, il “pubblico” si è fatto carico di fornire un alloggio a chi non aveva i mezzi per ricorrere al mercato.

Nei tempi più vicini, soprattutto in Italia, l’abnorme lievitazione della rendita urbana ha reso i prezzi delle abitazioni incompatibili con i redditi di un numero crescente di famiglie. Ecco allora che è rinata in questi anni una vertenza che aveva divampato negli anni 60: quella della “casa come servizio sociale”. Con questo slogan non si chiedeva allora, e non si chiede oggi, che l’uso degli alloggi sia garantito a tutti come lo è un servizio pubblico, come ad esempio il servizio sanitario o quello scolastico, ma che il prezzo per l’uso delle abitazioni sia regolato da attori diversi dal mercato, incidendo sulla rendita e garantendo un equilibrio tra prezzo dell’alloggio e redditi delle famiglie.

Oggi la questione della residenza si pone sotto un quadruplice aspetto: quelli del costo, della localizzazione, della tipologia d’uso, dell’espulsione.

Il costo per l’utente: si tratta in primo luogo di abbattere l’incidenza della rendita urbana sul costo compessivo dell’alloggio. Si tratta di riprendere gli strumenti della politica della casa degli anni 70 e di aggiornarli e integrarli in funzione delle modifiche della domanda. Ma si tratta in primo luogo di applicare il principio secondo il quale la funzione della casa non è quella di arricchire chi la produce ma quella di dare abitazione a una famiglia – così come la funzione di un farmaco è di curare un malato.

La localizzazione: si è costruito dappertutto, dove ciò era più conveniente per l’investitore (e dove era reso possibile dai sindaci) in qualunque parte del territorio; ma la residenza deve essere collocata a distanza ragionevole dal luogo dove i suoi abitanti svolgono gli altri momenti della loro vita: il lavoro, la scuola e così via. La città della rendita ha accentuato il pendolarismo. L’assenza della pianificazione urbanistica e una politica dei trasporti finalizzata all’espansione della motorizzazione individuale hanno aumentato, e reso più costosi, i prezzi degli spostamenti. Nella città dei cittadini non si devono costruire residenze dappertutto, ma solo dove esiste una domanda reale e dove un efficiente sistema di servizi pubblici può collegare la residenza alle altre funzioni della vita quotidiana.

La tipologia d’uso: tutti gli strumenti dell’ideologia e dell’economia sono stati impiegati per spingere gli italiani a risolvere il problema della propria abitazione (e di quella dei loro figli) con il godimento in proprietà. Con ciò si è posta una grave ipoteca sulla mobilità della popolazione sul territorio. Mentre in altri paesi la larga presenza del patrimonio abitativo in affitto consente a chiunque di cambiare luogo di lavoro senza eccessivi problemi, in Italia ciò è diventato particolarmente difficile e oneroso. Sarebbe necessario condizionare fortemente l’ulteriore espansione della proprietà dell’abitazione e offrire, invece, un ampio stock di alloggi in affitto. Iniziando dal porre termine all’alienazione dei patrimoni immobiliari pubblici o parapubblici.

L’espulsione. Un peso crescente sta assumendo in Italia un processo in atto in tutto il mondo atlantico: l’espulsione di abitanti da parti della città per effetto di interventi di “riqualificazione”, spesso promossi dagli stessi amministratori pubblici, che comportano modifiche nelle condizioni economiche d’accesso, oppure provocano trasferimenti provvisori che poi diventano definitivi. Sono gli effetti della gentrification, che aumentano parallelamente alla maggior diffusione di politiche urbane volte al recupero anziché all’ulteriore espansione.

La partecipazione, ossia la politica

Le nuove vertenze riprendono in gran parte i temi di quello che, sul finire degli anni 60, fu rivendicato come “diritto alla città”. Henry Lefebvre [1968] espresse questo principio in un duplice obiettivo: possibilità, per tutti, di fruire dei beni costituiti dall’organizzazione urbana del territorio (e si tratta, sostanzialmente, degli argomenti che abbiamo toccato nei precedenti paragrafi), e uguale possibilità, per tutti, di partecipare alle decisioni sulle trasformazioni.

In effetti oggi dalle vertenze sul territorio emerge la volontà di partecipare, da parte di tutti i cittadini, alla costruzione/trasformazione della città. Una partecipazione che non si riduca alla comunicazione unilaterale, top-down, delle scelte che chi governa ha già fatto, o sta per compiere. Ma una partecipazione che consenta di intervenire sulle scelte, di proporre soluzioni alternative – in una parola, di concorrere al governo. Si tratta quindi, per la città, di conoscere in anticipo i progetti di trasformazione e anche di poterne proporre, di essere aiutati a comprenderne le premesse e le conseguenze, in definitiva di essere messi nelle condizioni di superare le forme della democrazia rappresentativa e delegata, praticando forme di democrazia diretta.

Grandi sono le difficoltà che si manifestano per ottenere (o strappare) successi in questa rivendicazione. E tuttavia, l’attuale degrado della democrazia delegata, il vuoto che si è aperto tra le istituzioni rappresentative e la società civile, la stessa crisi delle istituzioni, rendono la questione del tutto aperta. Si tratta di comprendere che cosa sia la politica: se sia solo quella che esprime la sua capacità di governo della società attraverso le istituzioni che conosciamo, oppure se essa sia qualcosa che è immanente al rapporto di ciascuna persona con la collettività. Quando rifletto su questo tema mi viene spesso alla mente una frase del libro che don Lorenzo Milani [1967]raccoglie da uno degli allievi della sua Scuola di Barbiana: «Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Uscirne da soli è l’avarizia. Uscirne insieme è la politica». Secondo molti, ciò che emerge dalle mille vertenze sul territorio, riannodabili attorno al tema della “città dei cittadini” è proprio il germe di una politica nuova. Ricca di limiti e difficoltà (su cui torneremo), ma anche di speranze.

La nuova domanda di pianificazione

La mia tesi è che dai movimenti generati dalla protesta per il trionfo della “città della rendita” stia nascendo una nuova domanda di pianificazione del territorio urbano e rurale, che ha certo numerosi ostacoli al suo pieno dispiegarsi, ma che è l’unico elemento positivo cui possono fare affidamento quanti non vogliono ridursi alla protesta e alla mera lamentazione per le condizioni cui l’habitat dell’uomo, e la vita della società, sono sempre più immersi.

É una nuova domanda che in parte può essere già soddisfatta mediante strumenti di pianificazione già utilizzati, spesso adoperati al di sotto delle loro potenzialità oppure distorcendoli, in parte trova interessanti anticipazioni e sperimentazioni in nuove forme di azione: limitate, parziali, imperfette, ma non è così che si sperimenta il nuovo in ogni campo?

S’incorrerebbe nell’errore tipico delle discipline separate dagli altri saperi e rinchiuse nella proprie technicalities se si trascurasse il fatto che la nuova domanda di pianificazione dell’habitat dell’uomo non nasce sola. Essa è componente di una più ricca domanda di cambiamento, che concerne tutti gli aspetti della vita sociale: dalla politica all’etica, dall’economia all’antropologia.

In effetti, affrontare in modo risolutivo quei quattro temi che abbiamo sopra indicato presuppone o postula la costruzione di una società interamente diversa da quella attuale, a partire dalla sua dimensione strutturale, dalla sua economia. Non possono essere risolti nell’ambito di un’economia (e di una società) che riesce a sopravvivere, da una crisi all’altra, solo erodendo ancora di più gli scarsi margini delle risorse naturali del pianeta, accrescendo le diseguaglianze, cancellando via via le conquiste raggiunte nell’evoluzione di una civiltà. Non possono essere risolti nell’ambito di un’economia (e di una società) nella quale il lavoro – lo strumento che l’uomo ha per conoscere e governare il mondo – sia ridotto a componente marginale della vita economica e sociale. Non possono essere risolte nell’ambito di una società nella quale la formazione sia diretta all’apprendimento delle tecniche necessarie per far andare avanti un sistema economico obsoleto, divenuto disumano, anziché nell’esplorare le vie dell’ancora sconosciuto e del possibile.

Ecco allora perché le questioni relative al territorio si legano strettamente alle grandi vertenze aperte nel nostro paese: l’ambiente, la scuola, il lavoro.

Ostacoli e limiti nell’azione della «società critica»

Più che soffermarsi ancora sui contenuti della “città dei cittadini”, e sull’immaginario urbano che nasce dalle mille vertenze aperte sul territorio, è bene riflettere sugli ostacoli che ne intralciano l’affermazione. Poiché ho detto che i portatori essenziali di quell’ idea di città sono i “comitati” (riassumo in questo termine l’intero tessuto di gruppi, più o meno formalizzati, stabili, strutturati che caratterizza la “società critica” del nostro paese), è in primo luogo ai limiti di questi che occorre riferirsi.

Mi sembra che si manifestino soprattutto tre limiti, riassumibili nella difficoltà di superare: (1) una visione settoriale e localistica dei problemi e dei disagi, assumendo invece una prospettiva olistica (dalla vertenza per la difesa dell’albero alla vertenza contro un cattivo piano urbanistico); (2) il limitarsi ad azioni di contrasto e protesta, pur necessarie, per approdare invece alla formulazione di proposte; (3) il rinchiudersi nell’impegno a difendere/costruire/affermare un’identità circoscritta (e quindi una città delimitata, una “città villaggio”), per assumere invece l’impegno a collaborare alla costruzione di un “mondo di città”: un habitat del quale tutti possano sentirsi ed essere cittadini uguali nel rispetto delle differenze.

Quei tre limiti sono in qualche modo inevitabili in conseguenza del modo in cui storicamente il mondo dei “comitati” è nato: vertenze locali, riferite a uno specifico oggetto o problema; reazioni di difesa e di resistenza, di fronte ad azioni che altri promuovevano nel loro quadro di riferimenti, di interessi, di poteri e di strumenti; individuazione di propri “compagni di lotta” nei vicini più immediati, ugualmente minacciati e componenti dalla “comunità” la cui identità si rivelava essenziale per ottenerne la solidarietà. Questa origine storica di molte vertenze locali fa sì che esse siano spesso caratterizzate da una logica Nimby, cioè ripiegate nella separatezza del proprio cortile, di ciò che immediatamente utilizzano; e quindi ostili a chi è “fuori”, “diverso”, “straniero”.

Remo Bodei ha svolto recentemente una interessante riflessione, proprio a partire dal termine “identità”. Dopo aver esposto e criticato i modelli correnti di identità Bodei [2011] propone la sua concezione: il tipo di identità

«che preferisco e propongo, è rappresentato da un´identità simile ad una corda da intrecciare: più fili ci sono, più l´identità individuale e collettiva si esalta. (…) Dobbiamo ridurre lo strabismo, che diventa sempre più forte, tra l´idea che la globalizzazione sia un processo che cancella le differenze e l´esaltazione delle differenze stesse. Il grande paradosso odierno è, appunto, che quanto più il mondo tende ad allargarsi e ad integrarsi, tanto più sembra che a queste aperture si reagisca con chiusure dettate dalla paura e dall´egoismo, con la rinascita di piccole patrie»

Localismo, protesta, chiusura: come andare oltre

Localismo, protesta, chiusura: come superare questi limiti? Si è lavorato e si lavora in più di una direzione. Sebbene manchi ancora un quadro di conoscenza sistematica della ricca realtà associativa, sono da segnalare innanzitutto alcuni tentativi tendenti a superare il localismo coordinando (“mettendo in rete”) gruppi sorti in relazione a tematiche analoghe, aventi quindi analoghe o identiche controparti, e appartenenti a una medesima area; è il caso della rete toscana, pienamente affermata da qualche anno, e degli analoghi tentativi nel Veneto e in Lombardia. Più numerosi sono i cordinamenti e le reti a carattere intercomunale e subregionale (come l’efficacissimo Cat – Coordinamento Ambiente e Territorio, dell’area tra Venezia a Padova) o metropolitano, soprattutto in Piemonte, Veneto, Lombardia, Toscana, Lazio. Il ragionare insieme su un contesto territoriale e tematico più ampio di quello locale aumenta la consapevolezza dello spessore del problema, e rende più facile l’apporto dei “saperi esperti”; facilita perciò alle “reti” e ai “coordinamenti” di superare quei limiti storici.

Altre direzioni di lavoro di grande interesse sono costituite dalle vertenze tematiche nazionali, generate dall’aggressione – da parte dei poteri forti – ad alcune risorse sentite come beni comuni. Per citare solo le principali, l’Onda sorta impetuosa per reagire ai tentativi di mortificare la scuola pubblica e di provocare la privatizzazione dei processi formativi e il loro asservimento alle esigenze del mercato, e la grande esperienza della vertenza dell’“Acqua bene comune”, significativa per più di un elemento: per la grande capacità di mobilitazione determinata da un lavoro volontario di base tenace, ramificato, fornito da comitati e gruppi già esistenti e da numerosi “nuovi militanti”; per la capacità di gestire l’organizzane in forme originali (come il “forum permanente”); per la collaborazione espressa a ogni livello da gruppi di intellettuali e cittadini; infine, per il grande successo conseguito nonostante gli ostacoli frapposti da un fronte ampio di poteri istituzionali (il governo e le sue emanazioni paragovernative, i partiti nella quasi totalità, i mass media).

Cittadini di più patrie

Superare quei limiti richiede comunque un più ampio sforzo di approfondimento, nel quale è essenziale ricostruire un legame tra due realtà sociali: gli “intellettuali” e il “popolo”. Gli “intellettuali” sono quelle persone che, a causa della loro stessa formazione, sono in possesso delle chiavi che aprono alcuni essenziali passaggi: la comprensione dei meccanismi, delle procedure, degli attori mediante i quali le proposte, le idee gli slogan diventano fatti concreti; la possibilità di delineare proposte alternative che siano concretamente realizzabili; le connessioni tra le specifiche situazioni alle quali ci si oppone e (delle controproposte) e il mondo più ampio dal quale quelle situazioni sono condizionate determinate e sul quale le stesse decisioni “locali” influiscono. E il “popolo” non è solo quello che dà le gambe alle azioni proposte, ma è anche l’interprete diretto della realtà che i disegni degli intellettuali interpretano, delle sue esigenze e speranze, dei suoi interessi e timori, e possessore di quei saperi che non derivano tanto dagli studi, quanto dai processi formativi spontanei basati sulla conoscenza del territorio e dalle tradizioni locali.

Mi sembra che su alcuni temi l’apporto degli intellettuali sia in questa fase essenziale. Quello che probabilmente ne riassume molti è il seguente: come utilizzare ancora lo slogan “pensare globalmente, agire localmente”? Come trovare un equilibrio tra il paese e l’universo? Le lotte dei comitati hanno insegnato che non basta “agire localmente”: le decisioni sul tunnel della TAV non si prende in Val di Susa, ma a Torino, Roma, Bruxelles. Occorre poter intervenire ai vari livelli in cui il processo delle decisioni si pone. La questione si pone allo stesso modo per quanto riguarda il rapporto tra “identità” e umanità: come superare l’elemento di chiusura, di esclusione dell’altro, che è sotteso al concetto di “vicino perché simile a me”?

La soluzione sta forse nel concetto di multiscalarità. Per governare il mondo e le sue trasformazioni, per “restituire lo scettro al popolo” nell’attuale configurazione della vita sociale, occorre che ciascun abitante del pianeta si senta cittadino di più patrie: del suo paese o quartiere, della città, la provincia, la regione, la nazione e cosi via fino all’intera umanità. E occorre che si sia in grado non solo di conoscere come agisce sulle trasformazioni ciascun livello di governo, ma essere in grado di parteciparvi.

Superare quello slogan dell’ambientalismo primigenio, affrontare i problemi (per comprenderli e, soprattutto, per agire su di essi) richiede di affrontare un’altra questione complessa: il rapporto tra movimento e istituzioni. Le azioni, soprattutto quelle che riguardano il territorio, hanno una lunga gittata. Richiedono costanza dei principi e degli obiettivi, coerenza e continuità nelle azioni; e richiedono équipe di operatori dotati delle competenze necessarie e capaci di lavorare nel lungo periodo. Le istituzioni, comunque denominate, sono indispensabili per un movimento che voglia raggiungere gli obiettivi per i quali è nato. Si possono utilizzare le istituzioni esistenti, rinnovandole dall’intimo (credo che sia molto opportuno l’obiettivo che molti comitati si sono dati, di “conquistare i comuni”), oppure si possono formare istituzioni nuove. Ma il problema non può essere eluso.

Esso ci rinvia a una questione ulteriore: la politica, come ricostruirla, partendo dai germi di nuova politica che oggi si manifestano ma dando all’azione del “sovrano” (il popolo) continuità, coerenza, durata, capacità di egemonia e di efficacia? Su questo tema sarebbe necessario aprire una riflessione che porterebbe – chi ne abbia la capacità ­ molto al di là dell’argomento di questo lavoro.

Bibliografia

Agnelli G. 1972, Intervista rilasciata all’«Espresso», cit. in Della Seta P. e Salzano E. 1992 (cfr.).

Bodei, R. 2011, Manifesto per vivere in una società aperta, «La Repubblica», 22 giugno 2011.

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