È uscita la nuova relazione dell’IPCC: cosa bisogna fare?

17 / 8 / 2021

Riflessioni sul cambiamento climatico e sull’attivismo climatico del 2021, un articolo originariamente pubblicato su Code Rode e tradotto in italiano da Alessandro Pietro Tasselli, per globalproject.info.

Qualche giorno fa (n.d.t) l’IPCC (Gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico) ha pubblicato la sua ultima relazione, dal titolo: “Cambiamento climatico 2021, le basi fisico-scientifiche”. La relazione ha giustamente riempito le prime pagine, in quanto ha mostrato l’urgenza della crisi climatica con ancora maggior certezza rispetto agli anni precedenti.

Le concentrazioni atmosferiche di CO2 nel 2019 sono state più alte che mai negli ultimi 2 milioni di anni e le temperature globali stanno crescendo rapidamente: questo vuol dire che la soglia di 1.5°C verrà superata attorno ai primi anni 2030, dieci anni prima di quanto si pensava. Quest’ultima scoperta in particolare ha fatto scivolare molte persone in una spirale di “visione apocalittica del clima”. A metà strada tra panico, ironia e un’alzata di spalle, l’ultima relazione dell’IPCC ha ispirato molte battute sulla fine del mondo su Twitter, Instagram e Reddit. Questo è un meccanismo di difesa per coloro che sono cresciuti e vivono in un’era in cui anche se (quasi) tutti accettano ormai la verità del cambiamento climatico, nessuno crede davvero che i propri governi faranno qualcosa a riguardo.

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Il quadro descritto dal rapporto è cupo, indubbiamente. Ma non è affatto una sorpresa. E anche se la risposta apocalittica a queste cattive notizie è perfettamente naturale, si tratta di una modalità inefficace di fare attivismo climatico. La domanda è questa: riusciremo ad andare oltre a questo umore da fine del mondo dopo aver digerito il primo shock dovuto a queste cattive notizie?

Dobbiamo chiederci cosa faremo con le informazioni contenute nell’ultimo rapporto IPCC e con quelle degli studi che verranno in futuro. Come useremo la scienza che studia il cambiamento climatico nella lotta per la giustizia climatica? Per Kasia Kosonen di Greenpeace, la risposta è chiara: “Porteremo questo rapporto in tribunale”.

La relazione dell’IPCC usata come prova in aula? Quest’idea sarebbe sembrata molto più assurda un paio di mesi fa, prima della storica sentenza in cui una corte olandese ha riconosciuto il colosso petrolifero Shell responsabile del contributo al cambiamento climatico, imponendogli di tagliare drasticamente le sue emissioni nei prossimi decenni. I processi contro criminali del clima sono adesso una possibilità reale e percorribile e in effetti molti nuovi casi sono già in corso nei tribunali di tutta Europa.

Il nuovo rapporto dell’IPCC ribadisce più forte di sempre che la crisi climatica che stiamo affrontando è di origine umana. Dall’aumento di temperature globali di superficie all’acidificazione degli oceani fino agli eventi meteorologici estremi più intensi, il rapporto collega in modo cristallino tutto ciò all’aumento di emissioni di gas serra di origine umana nell’ultimo secolo e mezzo. I colpevoli della crisi climatica hanno nomi, volti e indirizzi, oppure slogan, loghi e conti bancari offshore.

I procedimenti giudiziari copriranno sicuramente un ruolo importante nei prossimi decenni, quelli che ci rimangono per affrontate la crisi climatica. Ma come dimostra la recente decisione di Shell di fare appello contro la loro sentenza all’Aia, i responsabili non ci renderanno facile chiedere loro il conto. Nella nostra ricerca di giustizia, potremmo aver bisogno di sognare più in grande e in modo lievemente più radicale.

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“È più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo”. Questa citazione è diventata popolare quando si parla di crisi climatica. Ma potrebbe essere una profezia che si avvera da sola, perché non sono solo quelli che credono nella potenzialità del capitalismo di creare innovazione ed efficienza a non potere, o non volere, immaginare il suo tramonto.

Anche tra i più decisi fautori di un radicale cambiamento sistemico, c’è chi pensa alla fine del capitalismo o anche solo allo smantellamento di una sola azienda di carboni fossili come qualcosa di desiderabile ma infattibile; in breve, un’illusione. Il totale collasso ecologico, d’altra parte, è una prospettiva cui ci siamo abituati così tanto che molti di noi l’hanno accettata silenziosamente. Con ogni nuova foto di ghiacciai in ritirata, di orsi polari ridotti alla fame e di laghi prosciugati, la catastrofe climatica si avvicina sempre di più, e allo stesso tempo l’idea di un mondo alternativo si fa sempre più aliena.

L’ultimo rapporto IPCC rende ben chiaro che dobbiamo agire adesso se vogliamo evitare che la crisi climatica degeneri in un vero e proprio disastro. Molti danni sono stati già fatti, ma il peggio si può ancora prevenire. L’aumento del livello del male o lo scioglimento del permafrost sono irreversibili, ma lo sviluppo dei prossimi decenni determinerà se le temperature si stabilizzeranno di nuovo o aumenteranno per decenni. Ancora non è deciso se buona parte della popolazione mondiale avrà accesso a cibo e acqua e quanti milioni perderanno le loro case per colpa dell’innalzamento del livello del mare. Quel che è chiaro è che qualunque tipo di azione che voglia prevenire le peggiori conseguenze del cambiamento climatico dovrà essere veloce e ambiziosa.

Se la fine del nostro sistema economico basato sullo sfruttamento e sul danno ecologico rimane inimmaginabile, possiamo anche aspettare l’apocalisse in una quieta rassegnazione. Ma se siamo abbastanza audaci da immaginare un’alternativa, allora il nostro attivismo potrà avere un nuovo slancio.

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Immaginare un mondo senza Shell: attivisti di fronte ai quartier generali di Shell a maggio, impegnati in una demolizione simbolica dell’edificio, sostituito con idee nuove. 

Come vogliamo che sia il futuro del nostro pianeta e delle nostre comunità? Quando le temperature globali avranno raggiunto la fatidico soglia di 1.5°C, come vogliamo che sia il nostro sistema di giustizia? Chi sarà coinvolto nella messa a punto di nuove politiche climatiche e chi si occuperà della produzione e distribuzione di energie rinnovabili? Da dove verrà il nostro cibo, chi sosterrà economicamente le nostre università e i nostri musei per educare sul cambiamento climatico le nuove generazioni e istruire i nuovi scienziati?

Queste domande possono sembrare insignificanti in confronto alla domanda che ci arrovella costantemente: “Vivrò abbastanza da vedere la fine di tutto questo?”, ma anche queste dovranno avere una risposta.

Il panico non è mai produttivo quando si trasforma in rassegnazione di fronte alla schiacciante sensazione di catastrofe imminente, e il rapporto dell’IPCC non lascia molti motivi per ben sperare. Ma quello di cui abbiamo bisogno non è ottimismo riguardo i potenziali impatti del cambiamento climatico – bisogna sperare in un movimento climatico che trasformi paura e rabbia in azione; un movimento meno definito dalla disperazione di fronte al collasso ecologico e più da una visione di un futuro migliore; un movimento che non vuole solo sopravvivere al cambiamento climatico, ma che crei allo stesso tempo anche un mondo più giusto.

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In quanto #Shellmustfall, crediamo che non possiamo parlare della crisi climatica senza nominare l’elefante nella stanza: le grandi conglomerate dei combustibili fossili come Shell, che rimangono i principali responsabili di questa crisi. Per noi, la fine del capitalismo deve coinvolgere lo smantellamento di grandi giganti del combustibile come Shell – abbiamo bisogno di un futuro oltre Shell.

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