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Emergenza invasione? Tra la politica d’emergenza e l’emergenza dei diritti

Utente: gaiona
25 / 3 / 2011

Tra duemila anni troveremo davvero narrati i flussi migratori a cui stiamo assistendo in questi giorni in un testo sacro (in versione digitale)? È davvero un “esodo biblico”, come dice Maroni, quello che sta avvenendo dal Nord del Sud al Sud del Nord? Probabilmente no, e non solo perché non si intravede nessun Mosè alla guida dei migranti.

Ripercorriamo brevemente le vicende degli ultimi mesi. Nei giorni della rivolta in Tunisia la macchina (ben rodata) della produzione di allarme sociale si mette subito in moto: tra la fine di febbraio e l’inizio di marzo si apre il consueto balletto delle cifre sui migranti in arrivo. Già a metà febbraio, con i primi sbarchi dalla Tunisia, il Ministro dell’Interno conia la definizione profetica sopra citata, alzando il livello di attenzione e di tensione. L’ultima settimana dello stesso mese dal linguaggio dei testi sacri si passa a quello più concreto dei numeri: il 23 febbraio diversi quotidiani riportano la notizia che secondo le stime della Ue e di Frontex “le rivolte nel Nordafrica potrebbero spingere in Europa tra 500.000 e 1,5 milioni di immigrati che si dirigeranno principalmente in Italia, Malta e Grecia”. Dopo pochi giorni il Ministro degli Esteri Frattini sceglie di arrotondare per eccesso e afferma che nella sola Libia “ci sono almeno un milione e mezzo di non libici, che perdendo il lavoro non sanno dove andare”. Ad oggi, 24 marzo 2011 i migranti giunti in Europa attraverso l’isola di Lampedusa dall’inizio dell’anno oscillano, stando alle incerte cifre ufficiali, tra gli 8mila e i 15mila. Gli sbarchi non sono certamente finiti, ma a circa un mese e mezzo dall’inizio delle rivolte nordafricane, dai primi arrivi e dai primi allarmi, lo scollamento tra realtà e propaganda appare davvero incolmabile.

 Un altro fatto, poi, ci sembra degno di nota. A una settimana esatta dalle affermazioni di Frattini, precisamente l’11 marzo, un altro Ministro della Repubblica rilascia delle dichiarazioni che hanno quasi dell’incredibile: se avessero avuto la giusta rilevanza mediatica e non fossero state praticamente oscurate in meno di 24 ore (come invece è successo!) sarebbero state molto utili a definire meglio il quadro generale in cui gli arrivi dei migranti si inseriscono. Quel giorno, infatti, Maurizio Sacconi (Ministro del Lavoro, Salute e Politiche Sociali) dichiara che l’Italia (udite udite!) ha bisogno di nuovi immigrati! Non cento, non mille, non diecimila, ma 2 milioni! “Nel periodo 2011-2015 il fabbisogno medio annuo dovrebbe essere pari a circa 100mila, mentre nel periodo 2016-2020 dovrebbe portarsi a 260mila”. Secondo le “previsioni del fabbisogno di manodopera” del governo di Berlusconi e Bossi, e non di un centro sociale o di un’associazione umanitaria, per tenere in piedi i residui di Welfare del nostro paese e riuscire a rispondere alla richiesta di manodopera quest’anno l’Italia ha bisogno di circa 100mila nuovi immigrati.

Curiosamente nessuno ha collegato questa notizia con quelle relative agli sbarchi. In questo modo si è potuto continuare a fomentare senza troppi ostacoli l’allarme sulla quantità di migranti in arrivo, sulla loro pericolosità, sull’impossibilità di accoglierli tutti. Che siamo di fronte a un’“invasione” è così diventato un dato “oggettivo”, una “verità sociale” che sebbene sia slegata da qualsiasi legame con la realtà non per questo produce effetti di minore importanza, come ci insegna Dal Lago. Già da molti anni, infatti, la parola “invasione” è automaticamente accoppiata alla parola “emergenza”. E tutti sappiamo bene come alle situazioni di “emergenza” sia necessario rispondere con un’adeguata “politica d’emergenza”: quella che sospende i diritti formalmente garantiti, che aumenta esponenzialmente l’arbitrarietà delle decisioni prese, che sottrae a qualsiasi forma di controllo pubblico quelle stesse decisioni e i luoghi in cui esse vengono prese. Nella cornice definita dall’“emergenza” le categorie logiche abituali e il senso comune impazziscono, si trasformano, chiedono aiuto, protezione e rassicurazione al potere costituito, che non tarda a fare il suo gioco.

La politica dell’emergenza rispetto alla regolazione dei fenomeni migratori è diventata ormai una costante, ma tale costanza non è priva di oscillazioni, di picchi vertiginosi. In questi giorni si sta raggiungendo un nuovo picco, una nuova vetta: nuovi spazi di arbitrarietà decisionale e di deroga permanente dagli standard procedurali si stanno aprendo. Migliaia di richiedenti asilo in tutta Italia stanno per essere spediti (come “pacchi”, hanno detto giustamente in molti) dai diversi CARA sparsi per la penisola a un unico campo di confinamento a Mineo, provincia di Catania. L’“emergenza” giustifica la distruzione delle relazioni sociali che queste persone hanno costruito precedentemente nei luoghi di residenza, la cancellazione del lungo lavoro necessario ad avviare le procedure d’asilo, l’esautorazione di fatto delle Commissioni territoriali, forse l’unico elemento positivo della Bossi-Fini. Tutto ciò, come sottolinea il Consiglio Italiano per i Rifugiati, avviene al di fuori del quadro normativo vigente, senza alcuna pianificazione e spesso attraverso intimidazioni e minacce nei confronti dei richiedenti asilo (altro che trasferimenti volontari!).

Perché poi a Mineo non vadano i migranti appena sbarcati non è ancora dato saperlo. Molti, del resto, dovrebbero essere possibili richiedenti asilo e la vicinanza geografica abbasserebbe decisamente i costi complessivi dell’operazione. Forse il potere che l’“emergenza” conferisce viene usato per regolare affari precedentemente rimasti in sospeso? Forse Alemanno riuscirà finalmente a piazzare i Rom nel CARA di Castelnuovo di Porto? Forse altri CARA potranno diventare finalmente CIE?

Questo lo capiremo presto, intanto il dato di fatto che rimane è l’impressionante arbitrarietà con cui l’“emergenza” viene gestita e il perenne regime di deroga a qualsiasi garanzia formalmente riconosciuta. Secondo noi la situazione che si è creata in queste settimane tra il Nord dell’Africa e il Sud dell’Italia pone un’unica emergenza: che una serie di diritti che ordinariamente vengono negati, siano oggi riconosciuti. Almeno su questo possiamo essere d’accordo con il governo: sono necessarie delle deroghe alle leggi sull’immigrazione. Deroga alla Convenzione di Dublino, per garantire la libertà di poter scegliere il paese europeo in cui andare a vivere ai migranti sbarcati in Sicilia! Deroga ai percorsi ordinari di regolarizzazione che sono totalmente inefficienti e causano la continua produzione di clandestinità, per permettere a tutti i migranti di avere diritti e di non essere invisibili! Deroga alle inesistenti politiche di accoglienza, per garantire a tutti condizioni di vita dignitose!

La risoluzione ONU 1973, quella che ha permesso l’intervento militare in Libia, dichiara “la responsabilità primaria di prendere tutte le misure possibili per garantire la protezione dei civili”, in particolar modo “condannando le gravi e sistematiche violazioni dei diritti umani, comprendenti arbitrarie detenzioni, sparizioni forzate […]”.

Credono davvero i governi europei di poter andare a spendere queste belle parole in Libia e allo stesso tempo permettere che nella sponda “civile e democratica” del Mediterraneo “violazione dei diritti umani” e “arbitrarie detenzioni” possano costituire la modalità ordinaria e straordinaria dell’accoglienza?

ESC – INFOMIGRANTE 

Welcome, indietro non si torna!

IL DIRITTO ALL’ACCOGLIENZA DEVE ESSERE GARANTITO

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