Il Confederalismo democratico e l'Europa

23 / 8 / 2016

Antonio Gramsci scrisse che «Intransigenza è il non permettere che si adoperino - per il raggiungimento di un fine - mezzi non adeguati al fine e di natura diversa dal fine»[1]

Essere intransigenti significa oggi affermare senza infingimenti che lo stato nazione (e la democrazia liberale ad esso connessa) non sono più la cornice istituzionale e la forma di stato entro cui si possano tutelare gli interessi, la libertà, la dignità e la vita stessa delle persone comuni, ovvero sia dei lavoratori (ovvero chi vive del proprio lavoro, sia esso dipendente, precario, autonomo, ecc.), sia del ceto medio (ovvero chi possiede una propria azienda o una piccola rendita). Lo stato nazione in quanto comunità politica non è la soluzione ai guasti del capitalismo, ma piuttosto parte integrante del problema. L’ideologia della nazione è ciò che ci impedisce di costruire forme di comunità politica adeguate alla risoluzione dei problemi del nostro tempo. Non è un caso che Gramsci e gli altri rivoluzionari al suo fianco abbiano chiamato il loro giornale «L’Ordine Nuovo». Solo, infatti, immaginando un ordine alternativo all’esistente è possibile opporsi efficacemente alle forme di dominio vigenti. Una semplice sommatoria di rivendicazioni e di lotte non sono, di per sé, la base di un processo rivoluzionario, occorre una cornice narrativa che le tenga insieme, un approccio sistematico ai problemi capace di connettere su scala globale esperienze, conflitti ed esigenze che nascono ciascuna in un preciso contesto. 

Marx aveva elogiato la Comune di Parigi come «la forma politica finalmente scoperta, nella quale si poteva compiere l'emancipazione economica del lavoro[2]». Una forma politica sorta dalla lotta di classe dei produttori contro la classe sfruttatrice. Oggi, riteniamo sia necessario rifare quel che fece lui: guardarci attorno per cercare quelle forme di organizzazione sociale frutto delle lotte del nostro tempo entro cui può svolgersi la liberazione dell’essere umano. 

Il focus della prima edizione della scuola di formazione politica “Odio gli indifferenti”, tenutasi al centro sociale Bruno di Trento, è stato dedicato al tema “forme di Stato e rivoluzione”. Ripercorrendo gli intrecci tra movimenti rivoluzionari e costituzione di assetti istituzionali in grado di superare ordini pre-esistenti, dall’Ottocento fino ai giorni nostri, abbiamo collettivamente sviluppato un interesse per la rivoluzione che ha portato alla costituzione della regione autonoma del Rojava, nel Kurdistan siriano. I principi di questa di questa nuova entità politica sono contenuti nella  Carta del contratto sociale del Rojava, il «testo costituzionale» alla base dell’esperienza di autogoverno che ha visto i popoli di tre province della Siria settentrionale costruire una forma di convivenza paritaria in grado di respingere i fascisti di DAESH (ISIS)[3]. Questo percorso politico ha le sue basi teoriche nelle riflessioni sul confederalismo democratico elaborate dal fondatore del PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan) Abdullah Ocalan[4].

Il Confederalismo democratico e l'Europa

Al di là degli aspetti peculiari della lotta in Rojava ed in generale nel Kurdistan bisogna avere ben chiaro che il Confederalismo democratico così come lo delinea Ocalan è nelle sue linee generali un ideale di portata universale che prefigura la «la forma politica finalmente scoperta» nella quale realizzare l'emancipazione umana nel XXI secolo.

Ne «Il potere dei senza potere» Vaclav Havel auspicava

«un rinnovamento radicale del rapporto autentico dell’uomo con quello che ho chiamato “ordine umano” (e che non può essere sostituito da nessun ordine politico). Una nuova esperienza dell’essere; un rinnovato ancoraggio all’universo; una riassunzione della “responsabilità suprema”; il ritrovato rapporto interiore con l’altro uomo e con la comunità umana: ecco evidentemente la direzione in cui procedere»[5].

Il Confederalismo democratico si pone come tentativo quello di realizzare questa aspirazione, contrapponendosi ai meccanismi spersonalizzanti sia dell'economia capitalistica che dello stato nazione; meccanismi che sono alla base della triplice crisi del nostro tempo: militare, economica ed ambientale.

Secondo i dati Oxafam del 2016, 62 persone possiedono quanto 3 miliardi e 600.000 persone, la metà più povera dell'umanità[6]. Dal 2001 le politiche statunitensi hanno provocato, direttamente o indirettamente, quasi un milione e mezzo di morti in Iraq, Afghanistan e Pakistan[7]; in Siria sono morte e continuano a morire centinaia di migliaia di persone in una guerra causata anche dalle scelte delle potenze mondiali e regionali, mentre centinaia di persone comuni sono state vittime di attentati terroristici in Europa e negli Usa. Quanto al disastro ambientale basti pensare che già oggi le navi da crociera possono attraversare il Polo Nord per capire la gravità della situazione[8].

Viviamo nell'epoca della guerra permanente, della crisi economica permanente e del progressivo disastro ambientale globale. Tutte e tre queste crisi nascono dalla rinuncia dell'essere umano al libero arbitrio, dal suo affidarsi a meccanismi impersonali che lo privano della possibilità di immaginare un futuro diverso dal presente, gli negano la speranza condannandolo all'odio e alla paura.

Si è infatti accettata un'economia basata sullo sfruttamento degli esseri umani e sulla distruzione dell'ambiente in nome del «non ci sono alternative», dell'elevazione dell'ideologica liberista a «senso comune» para-religioso. Il malessere e la rabbia provocati da questo sistema economico non hanno fatto altro finora che spingere milioni di persone verso tentativi di rivalsa o di tutela del proprio limitato benessere, basati sull'odio etnico o sul fanatismo religioso. Le diverse forme di fascismo del nostro tempo, siano il populismo e il razzismo in Europa e USA oppure il fanatismo islamista, hanno tutte la stessa origine: sono una rivolta contro le oligarchie liberiste e tecnocratiche in nome di ideologie e pratiche ancor più oppressive e crudeli che però hanno il «merito» di liberare l'individuo di un peso terribile (soprattutto nei momenti di crisi): quello della responsabilità. Esattamente come prima ci si è affidati ciecamente ai meccanismi dell'economia capitalistica, davanti al loro fallimento ci si affida ad un dio, alla nazione, alla razza. Si cerca una via d'uscita dalla miseria e dalla mancanza di prospettive, oppure di esorcizzare il peggioramento della propria condizione economica e sociale auspicando l'instaurazione di «stati sociali» su base etnica o religiosa (lo slogan «Prima gli italiani» dei fascisti nostrani è speculare alle promesse di benessere «per i veri musulmani» fatte da DAESH).

Dietro questa visione vi è l'idea che una società solida e bene ordinata possa basarsi solo su di un ritorno ad una originaria omogeneità culturale, etnica o religiosa che sarebbe stata distrutta o snaturata da una modernità corrotta e «innaturale». I vari nazionalismi e populismi europei non fanno altro che riprendere in chiave post-moderna l'ideologia ottocentesca della nazione «Una d’arme, di lingua, d’altare, di memorie, di sangue e di cor» (per dirla con Manzoni), mentre DAESH non fa altro che adattare questa ideologia di origine europea al contesto Medio-orientale ponendola al servizio di un totalitarismo su basi religiose.

Il Confederalismo democratico si oppone a tutto ciò grazie alla consapevolezza del fatto che né gli ecosistemi né le società umane possono svilupparsi e prosperare se si nega loro la ricchezza della complessità e la possibilità di una continua evoluzione. L'imposizione dell'omogeneità, sia essa etnica, religiosa, culturale e ideologica non può che impoverire la società, rendendola sempre più fragile e sempre più incapace di far convivere le diversità o di evolvere in modo pacifico.

Ne è un esempio proprio il continente in cui l'ideologia dello stato nazione è nata e si è affermata: l'Europa, la quale non solo gode del discutibile primato di aver avviato due guerre mondiali e di essere stato la culla del nazi-fascismo, ma per di più appare oggi come un continente condannato nel prossimo futuro all'irrilevanza e al declino. Infatti la cosiddetta Unione Europea non è affatto uno stato di dimensioni continentali come USA, Russia, Cina e India, ma solo un ring su cui i diversi egoismi nazionali si scontrano secondo le regole del più rigido liberismo peggiorando sempre più le condizioni dei rispettivi popoli. L'Europa appare sempre più come il vaso di coccio tra i vasi di ferro del nuovo ordine multipolare, non possiede infatti un'opinione pubblica comune, né un governo continentale, né una politica estera, né un esercito. È inoltre in profonda crisi demografica e nei prossimi decenni il progressivo invecchiamento della popolazione renderà difficilmente sostenibili la tenuta dei suoi conti pubblici e dei suoi sistemi previdenziali.

L'unica cosa capace di risolvere la crisi demografica potrebbe essere l'immigrazione, ma la debolezza dell'Europa è tale che la sua popolazione di 500.000 milioni di abitanti trova «ingestibile», dal punto di vista economico, sociale e culturale, l'afflusso dei meno di 900.000 profughi giunti all'interno delle sue frontiere tra il 2008 ed il 2015. L'impossibilità per questa Europa di avere un  futuro è inscritta nel fatto che preferisce versare sei miliardi di dollari al dittatore fascio-islamista turco anziché interrogarsi su come risolvere quelle sue fragilità che la fanno sentire minacciata da un afflusso di rifugiati pari allo 0,17 % della sua popolazione[9].

Le risposte ad eventuali interrogativi sarebbero tali da costringere a rivedere radicalmente quanto elaborato e praticato dagli europei negli ultimi cinque secoli. Costringerebbero infatti a rendersi conto che gli stati-nazione europei hanno distrutto l'Europa, come ci accorgiamo se prendiamo in esame alcuni fatti storici che hanno visto la cancellazione di interi popoli e culture di questo continente. Fatti come la distruzione della Spagna musulmana ed ebraica, la guerra dei 30 anni, che sterminò 1/3 della popolazione tedesca, la cacciata dei protestanti dalla Francia, la Shoah, l'espulsione di più di 12 milioni di tedeschi dall'Europa centro-orientale dopo il 1945, le guerre nella ex-Jugoslavia. Negli ultimi cinque secoli gli stati europei hanno distrutto quella complessità che ha reso ricco, colto e prospero questo continente per costruire società «omogenee» basate sull'ideologia dello stato-nazione.

Un'ideologia che oggi rende impossibile costruire l'unità nella diversità, rende impossibile la creazione di un'Europa realmente unita ed una paritaria e solidale convivenza tra persone di diversa origine cultura. Questa ideologia è alla base dello stesso funzionamento degli stati europei ed essi l'hanno profondamente inculcata ai loro cittadini attraverso il suffragio universale e lo stato sociale. Proprio questi due strumenti «progressisti», per i quali il movimento operaio si è a lungo battuto, hanno consentito allo stato nazione di cooptare i lavoratori europei, offrendo loro quelli che sono di fatto privilegi nei confronti dei lavoratori di altre parti del mondo e dei migranti. Il fatto che i diritti delle persone comuni siano stati legati alla loro appartenenza nazionale è stato a tutti gli effetti ciò che ha motivato i «volenterosi carnefici» che hanno messo in atto le guerre, i genocidi e le deportazioni degli ultimi due secoli. Oggi di fronte ai disastri prodotti dalla «globalizzazione» neo-liberista le persone comuni cercano rifugio all'interno dei confini e dei dogmi dello stato-nazione, cercano di salvare qualche scampolo di benessere offrendo in sacrificio umano al culto della nazione e dei suoi confini gli «stranieri».

Solo scindendo questo legame perverso tra i diritti delle persone e la loro appartenenza nazionale, solo affermando i diritti degli esseri umani in quanto tali e solo rivendicando che compito primario dei rivoluzionari non è l'imposizione di una nuova omogeneità ideologica. ma la difesa della complessità del reale contro le semplificazioni ideologiche del potere è possibile salvare l'Europa dal sanguinoso ritorno degli stati nazione.

Ocalan ha colto uno dei punti centrali della nostra epoca: il fatto che lo stato-nazione non è uno strumento che si possa mettere al servizio delle istanze di liberazione umana e degli interessi della gente comune. Va perciò immaginata una forma di aggregazione politica radicalmente diversa, capace di restituire alle persone il controllo sulla propria vita quotidiana e quindi sia più «locale» (basata sull'autogestione dei territori e delle comunità), ma anche più «globale» (capace di porsi come aggregazione universale aperta all'umanità intera). Solo costruendo questa nuova forma di aggregazione politica, che parte dal locale ma mira a costruire aggregati di dimensione continentale e mondiale è possibile per le persone comuni riconquistare il controllo della propria vita sottraendolo al capitale.

Il Confederalismo democratico non va confuso con il puro e semplice decentramento amministrativo, esso cerca infatti cerca in tutti i modi di contrastare la riproposizione a livello locale di quei meccanismi di dominio che caratterizzano lo stato nazione.

Se da un lato infatti suppone un rapporto di tipo «pattizio» tra i diversi territori, cioè una loro confederazione sulla base del reciproco vantaggio, senza rapporti gerarchici centro-periferia e senza il «sacrificio» di determinate comunità e aree geografiche in nome del «superiore interesse nazionale», dall'altro pone una solida cornice ideale alla quale devono aderire coloro che intendono confederarsi. Né è un esempio la nettezza e a volte la ripetitività con cui la Carta del Contratto Sociale del Rojava indica il modello di società che si intende costruire e proibisce le discriminazioni etniche, religiose o di genere, soprattutto nei confronti dei soggetti tradizionalmente emarginati o perseguitati.

Inoltre lo scopo primario del Confederalismo è quello già indicato da Marx di superare la distanza tra vita reale e politica. Secondo le parole di Ocalan «la politica diviene parte della vita di tutti i giorni». Ovvero l'autogestione di territori e luoghi di lavoro riporta la politica alla concretezza della vita reale e questo rimette in gioco la responsabilità personale di ciascuno. Se non si identifica questo come obiettivo finale non si coglie una parte essenziale del processo.

Il Confederalismo democratico non promette alcun paradiso in terra ma dà la possibilità alle persone che abitano un territorio o che lavorano ad una attività di occuparsi concretamente dei propri problemi elaborando soluzioni sulla base di una cornice ideale universale. Le forme di potere esecutivo e legislativo servono a tutelare il rispetto della cornice ideale in questione e a favorire il coordinamento tra le diverse realtà locali. In questo modo gli interessi concreti delle persone vengono disconnessi dalla loro appartenenza religiosa, etnica e nazionale; tornano così ad essere gestiti nella loro dimensione concreta. Le soluzioni ed i rapporti tra singoli e comunità sono demandati alla responsabilità delle persone e non più mediati dall'ideologia.

Il Confederalismo democratico è una forma politica che non intende imporre un'identità comune a tutta la società, ma piuttosto porre le regole che consentano alle diverse identità culturali, linguistiche, religiose, sociali, politiche e di genere di confrontarsi in modo costruttivo. Si tratta di una prassi radicalmente opposta non solo a quella dei totalitarismi o delle teocrazie, ma anche a quella di quegli stati nazione sedicenti «democratici», che pur rispettando formalmente i diritti umani di fatto legano la cittadinanza all'appartenenza etnica (si veda lo ius sanguinis in Italia), censurano simboli religiosi e culturali giudicati «estranei ai valori dello stato» (si veda il divieto di esporre simboli religiosi, tra cui il velo delle donne mussulmane, in Francia) o  sanciscono una netta differenza tra i propri «cittadini» e gli «stranieri», anche se questi ultimi vivono e lavorano (e magari con i loro versamenti previdenziali pagano le pensioni dei «cittadini») entro i loro confini da diversi anni.

In sostanza il Confederalismo democratico non chiede alle persone di spogliarsi della propria lingua, cultura, tradizioni, religione e ideali per essere ammessi nella comunità immaginaria dello stato nazione basata sulla ricerca dell'uniformità. Semplicemente chiede loro di seguire alcune semplici regole di rispetto reciproco che consentano di sedersi attorno ad un tavolo con altre persone in carne ed ossa e prendere insieme decisioni pratiche che riguardano una comunità concreta basata sulla comune speranza in una vita migliore.

Inoltre, così come non si impone un'identità monolitica alle collettività, non si impone un'identità monolitica neppure ai singoli. In Rojava non solo è tutelata la libertà di esprimere la propria identità di genere, politica, culturale e religiosa, ma ciascuno può aderire a diverse forme di autorganizzazione della società. Infatti si può partecipare alle attività della propria Comune di quartiere o villaggio e nel contempo far parte di una cooperativa, di una Comune femminile, di un collettivo studentesco, ecc. Insomma si cerca di consentire la libera espressione delle diverse componenti della società e dei diversi aspetti che compongono la vita di una persona.

Una visione monolitica dell'identità del singolo è alla base di ogni fascismo, una società pluralista può basarsi solo su identità consce di essere sempre meticce e plurali. Ovvero: l'identità monolitica di tipo fascista è quella lega tra loro in modo inscindibile cose diverse tra loro come l'appartenenza ad una cultura e ad una lingua, la fede religiosa e l'adesione ad una appartenenza politica e statuale. Secondo questo schema se sono di lingua e cultura italiana devo anche essere cattolico, fedele allo stato italiano e soprattutto devo sentire un particolare legame con gli altri «italiani» che mi faccia ritenere le loro vite ed il loro benessere più importante di quello del resto dell'umanità.

L'identità pluralista è invece cosciente del fatto che lingua, cultura, religione, appartenenza politica e statuale sono cose diverse che non vanno confuse. Io posso amare profondamente la lingua, la cultura e la storia del mio popolo ma essere fedele ad uno stato abitato da popoli diversi e soprattutto posso sentirmi solidale con tutti gli esseri umani o con tutti i lavoratori senza per questo amare meno la mia terra, la mia lingua, cultura e tradizioni. Posso anche avere due lingue e due culture ed amarle entrambe. Oppure posso aderire ad una fede o ad una visione del mondo diversa da quella a cui sono stato educato senza abiurare alle mie radici.

La mistica fascista della «nazione» (o della comunità dei credenti» per gli islamisti) si basa sulla fusione di cose diverse tra loro separate (territorio, religione, etnia, lingua...), in un'astrazione che applica alla politica categorie religiose estranee alla vita concreta.

La patria fascista non è altro che un'astrazione, un idolo a cui offrire sacrifici umani. Per un rivoluzionario la patria è al contrario semplicemente la terra su cui fisicamente si trova a vivere e le persone che ha intorno, è il posto dove sta bene o dove spera di trovare una vita migliore. Patria è il luogo in cui si lotta per il trionfo di ideali universali che presuppongono l'eguale libertà di tutti gli esseri umani. Questa patria ha confini geografici, storico-culturali e amministrativi, ma non ha frontiere da presidiare con guardie armate e filo spinato perché non intende negare alle persone il diritto di cambiare luogo in cui vivere né muovere guerra ad altre patrie. Anzi tende a confederarsi con esse a livello mondiale per essere in grado di difendere la libertà delle persone comuni dallo strapotere del capitale.

Ci si risponderà che questa visione basata sulla democrazia dal basso e sull'autogestione può funzionare solo in una situazione di emergenza e solo in zone del mondo in cui la produzione avviene attraverso una tecnologia obsoleta o in cui le attività economiche si limitano all'auto-sussistenza. E invece sono proprio l'alta tecnologia e l'aumento delle diseguaglianze sociali nei paesi a capitalismo avanzato a porre il problema di ridisegnare radicalmente la nostra cultura politica, ovviamente tenendo sempre conto degli specifici contesti in cui si agisce.

Vi sono numerose analisi avanzate da prestigiosi istituti di ricerca e studiosi[10] che prevedono nel giro dei prossimi decenni la sostituzione di circa la metà della manodopera di industria e servizi ad opera delle macchine. Questa volta ad essere espulsi dalla produzione non saranno semplicemente i lavoratori manuali, ma anche quelli adibiti a mansioni «di concetto». Già oggi possiamo constatare come l'informatizzazione della produzione ed il web abbiano portato nei paesi a capitalismo avanzato ad un aumento delle disparità sociali, comprimendo il ceto medio ed aumentando da un lato la ricchezza di una ristretta oligarchia, dall'altro il numero degli indigenti.

Di qui la necessità di ridisegnare il rapporto tra singolo e collettività nonché tra essere umano e lavoro. Appare quindi fondamentale porsi l'obiettivo di costruire forme di società che si impegnino  a garantire il «minimo vitale» per tutti senza però trasformare questo impegno nel vettore di politiche demagogiche o discriminatorie. La tecnologia, la scienza e la cultura possono divenire lo strumento tramite cui liberare l'umanità dal bisogno e dall'alienazione, ma solo se si riuscirà a sottrarle al controllo del capitale e degli stati nazione per restituirle al controllo della gente comune attraverso l'auto-organizzazione delle collettività.

Nessuna società potrebbe diventare più ignorante, oppressiva e razzista di quella in cui il capitale gestisce la produzione tramite le macchine e pochi lavoratori iper-specializzati mentre enormi masse sono condannate all'ignoranza e all'indigenza, perpetuamente ricattate da uno stato gerarchico e oppressivo che fornisce ai «cittadini» il minimo necessario a mantenerli in vita nell'apatia e negli stenti.

Occorre invece cogliere l'occasione di questo passaggio epocale per abbattere tutte le gerarchie. Dinanzi al disastro ambientale occorrere rivedere il ruolo dell'essere umano come parte e non come signore e padrone della natura, cosa che comporta mettere in cima alle priorità lo sviluppo di tecnologie e attività volte alla tutela e non alla distruzione degli ecosistemi.

Dinanzi all'aumento delle disuguaglianze a livello globale occorre sottrarre reddito e potere alle oligarchie per restituirli alla moltitudine, non chiedendo «pane e giochi nel circo» ma attraverso la costruzione di forme di autogoverno dal basso sui territori e sui luoghi di lavoro che sappiano farsi carico di problemi concreti ed elaborare soluzioni.

Dinanzi alla sanguinaria obsolescenza degli stati-nazione occorre pensare a forme di aggregazione politica continentali e globali basate sulla confederazione di autonomie locali.

Dinanzi al progresso della tecnologia occorre superare la gerarchia dei saperi e delle professioni, la dicotomia tra «sapere» e «saper fare», stimolando in ogni lavoratore le capacità di astrazione e progettazione, affinché ciascuno sia messo in condizione di lavorare come un essere umano e non come una macchina. Nella lotta contro il tentativo dello stato e del capitale di trasformare gli esseri umani in «animali elettrodomestici», vittime passive di meccanismi impersonali, assume un ruolo centrale la riconquista del lavoro come attività umana, ovvero la sua trasformazione in un'attività liberamente svolta entro cui possa svolgersi l'auto-realizzazione della persona umana.

Tutte queste questioni vanno poste non solo in teoria ma soprattutto in pratica, sia attraverso il conflitto e l'autodifesa che attraverso la costruzione di percorsi di autogestione ed autoproduzione, di mutualismo dal basso e autoformazione. Mai come ora nella storia dei popoli europei vi è stata la necessità di mettere in discussione quanto elaborato sin ora per iniziare un percorso completamente nuovo. Mai come ora vi sono state buone ragioni per iniziare a costruire dal basso un'alternativa radicale all'esistente. Mai come ora la scelta è stata tra barbarie e rivoluzione.


[1] ANTONIO GRAMSCI Intransigenza – tolleranza. Intolleranza – transigenza. In «Il grido del popolo», Torino. 8 dicembre 1917

[2] KARL MARX, The Civil War in France: Address of the General Council of the International Working-Men's Association, London. Prima Ed. 1871, Ed. It. La guerra civile in Francia, Roma: Editori Riuniti. 1974

[3] DAESH è l'acronimo arabo di Stato Islamico dell'Iraq e del Levante ma suona in modo simile al verbo arabo che significa “calpestare” o “distruggere”. Per questo i sostenitori del califfato non amano questa dizione che ha assunto lo stesso uso del termine “Nazi” nella propaganda degli alleati durante la seconda guerra mondiale.

[4] ABDULLAH OCALAN, Confederalismo democratico, Colonia: International Initiative Edition. Prima Ed. 2013

[5] VACLAV HAVEL, The power of the powerless, PrimaEd. 1978, Ed. It. Il potere dei senza potere, Castel Bolognese: Itaca. 2013.

[6] OXAFAM. Un economia per l'1%. 18 gennaio 2016. Consultato il 10.8.2016 sul sito di Oxfam.

[7] GIULIANO BATTISTON. L'ecatombe della “guerra al terrore”. In «Il Manifesto» del 4.4.2015

[8]  FRANCESCO OLIVO. I ghiacci si sciolgono e arriva la crociera: ecco la nave che attraversa lo stretto di Bering. In «La Stampa» del 25.6.2016.

[9] Sei grafici ci dicono come smontare i luoghi comuni sull'immigrazione. In «Internazionale» del 17.9.2015. Consultato il 10.8.2016. 

[10] Si veda a titolo di esempio ERIC BRYNJOLFSSON e ANDREW MCAFEE. La nuova rivoluzione delle macchine. Milano: Feltrinelli. 2015.

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