Lo Stato alla guerra della Tav

6 / 3 / 2012

Si fa fatica ad usare le parole quando a prevalere è l’irragionevole. E’ già stato scritto che sulla vicenda del progetto Tav c’è una dissimmetria delle forze in campo (massmediatiche, politiche, militari) tale per cui le argomentazioni razionali vengono totalmente sommerse, annullate, violentate. Ciò è accaduto perché si è prodotto uno scarto tra la cosa in sé e il significato che le viene attribuito dai promotori.

Il Tav va fatto a prescindere. Va fatto per tautologia: perché è stato deciso di farlo. Va fatto perché si deve fare. Va fatto “per il bene dei nostri figli”. Va fatto a qualsiasi costo, in senso proprio: a costo di svuotare ancora di più le casse dello stato e di passare sui territori e sui corpi degli abitanti. Non è poi una grande novità, è ciò che succede con le grandi dighe in Cina, con gli impianti petroliferi in Nigeria, con la messa a coltura industriale delle terre in Africa, con gli espropri in India, con il disboscamento dell’Amazzonia… Ovunque il progresso termo-industriale avanza, contadini, indigeni, abitanti vengono espropriati, umiliati, impoveriti, spinti a resistenze disperate, indotti al suicidio.

La  pervicacia con cui il “partito unico del progresso” sostiene certi mega investimenti non contempla contraddittori alla pari sulla base di confronti tra progetti alternativi, non contano le argomentazioni concrete: quanto costa, chi lo paga, chi lo ripaga, quali le ricadute economiche, quali i danni ambientali, quali devono essere le priorità degli investimenti nel campo dei trasporti e, in generale, della spesa pubblica. Tutte queste domande appaiono ininfluenti e banali particolari, sollevati da pedanti spaccaballe, di fronte alla magnificenza della Grande Opera. Le grandi opere “trainano”, funzionano da “volano”, ci mettono in relazione con l’Europa e con il Futuro.

Che senso ha invocare ad ogni piè sospinto “austerità” e tagli alla spesa pubblica e poi inneggiare ad un’opera che indebiterà ogni anno, per decenni quanto una manovra finanziaria (non dimentichiamo che la Tav Spa era tecnicamente fallita già nel 2006 e che i libri in tribunale non furono portati solo per un regalo di 13 milioni di euro di Di Pietro e Padoa Schioppia nella finanziaria del 2007)? Che senso ha costruire una nuova linea se quella esistente potrebbe sopportare il doppio, il triplo della domanda esistente? Che senso ha raccontare bugie sugli impatti ambientali alla gente che vive sul posto quando non vi è neppure una Via?  Che senso ha modificare le leggi, abrogare i diritti costituzionali, sospendere le regole democratiche e militarizzare un’area geografica per realizzare un cantiere edile? Nessuno, ovviamente.

La questione è un’altra. In gioco non c’è una linea ferroviaria, non c’è un gruzzolo di quattrini, non c’è nemmeno la vivibilità di una valle: c’è il principio d’autorità giocato su una ben definita scala di valori. Forse che quando si va alla guerra ci si chiede quanto costerà, quanto terreno verrà bruciato, quanti dovranno morire? La posta in palio è la vittoria. In gioco c’è l’insindacabilità delle istituzioni statali puntata su valori-simboli del nostro tempo, inculcati nella testa della gente: la tecnologia, la velocità,  il lusso.

Quando Eugenio Scalfari (la Repubblica del  4 marzo) non si sa spiegare come la “gioventù” possa “odiare la velocità” è pervaso da una estetica futurista che fa un po’ ridere, nel pieno della crisi epocale che sta vivendo l’occidente industriale.  Non si accorge che in realtà sta sponsorizzando tecnologie a dir poco “mature”, velocità taroccate e lussi per parvenu. Ai fautori delle magnifiche e progressive sorti del capitalismo casereccio (dei De Benedetti e dei Caltagirone, dei Montezemolo e della Lega Coop…) non rimane molto con cui alimentare – nell’immaginario culturale di masse spoliticizzate e decerebrate da due generazioni di televisione e simili – l’idolatria della crescita infinita, la passione produttivistica e consumatrice,  l’ossessione del fare privo di senso e di utilità sociale. Chi viaggia in Tav ha una saletta riservata in ogni Grande Stazione (trasformate in centri commerciali), ha il biglietto rimborsato dalla ditta, dal giornale, dall’amministrazione. Chi viaggia nelle “frecce” paga; quindi pensa di potersi permettere benefici che altri non hanno. Pensa che gli altri si debbano fare da parte per lasciarlo passare, perché il suo tempo vale più di quello degli altri. Lui è al vertice della piramide sociale. E’ l’1% della carne trasportata ogni giorno dalle ferrovie (per la precisione 300 mila passeggeri usano il treno per le tratte a lunga percorrenza servite dall’alta velocità, contro i 2 milioni 600 mila  che usano i treni a breve percorrenza, sotto i cinquanta chilometri), ma può pretendere il 99% degli investimenti ferroviari. Le cifre vere non sono poi così distanti: per i treni ad alta velocità sono stati spesi 98 miliardi contro i 4 miliardi per tutto il resto della rete.  Chi può usare le “frecce” (meglio se nei nuovi “livelli”  “executive business” dove: “potrai rilassarti su ampie poltrone in pelle con schienale e poggia gambe regolabili, per trovare la comodità di casa tua” – come è scritto nella brochure di Trenitalia) è l’ideal-tipo umano vincente, colui che ha il diritto (sancito dalla quantità di denaro necessario per comprare un biglietto Tav) di pretende di viaggiare comodo. Poco importa se per soddisfare i propri interessi nuoce al prossimo. Poco importa se la sua libertà di movimento rovina la vita ai valsusini (e non solo). Lui può attingere quanto gli pare e piace alle casse dello Stato, perché è lui che le riempie. Lo Stato è suo.

Se le cose stanno così, se in corso c’è  una guerra di principio (cioè; su quali sono i valori morali e le gerarchie sociali da rispettare), ho l’impressione che alle opposizioni del Tav non sia sufficiente vincere il confronto sul merito dell’opera in sé (questo è già stato vinto), ma anche sul significato che l’opera ha assunto nel discorso politico comune.

Il “modello Tav-Grandi Opere” (istituzionalizzato dalla Legge Obiettivo e realizzato con gli “affidamenti negoziali” e il “dialogo competitivo” tra oligopoli imprenditoriali e concessionari compiacenti) non è solo una modalità con cui si presenta “l’economia della truffa” (per usare una vecchia espressione di Galbrait), ma un modello politico-sociale compiuto, invasivo, performante tutte le relazioni di potere e le forme di organizzazione della società. La “dichiarazione di interesse pubblico” con cui le screditate e compromesse autorità pubbliche centrali (governi e parlamenti) auto-certificano gli interessi del sistema delle imprese e delle banche come “bene generale” e cercano così di metterlo al riparo dalle contestazioni delle popolazioni, si è trasformata in una “dichiarazione di guerra”, in sospensione dei diritti individuali  e costituzionali, in legge marziale.

I No Tav (ma sarebbe meglio chiamarli per la preservazione dell’ambiente e della salute e per l’equità sociale) non chiedono solo un altro modello di mobilità, di uso del territorio e della spesa pubblica, ma anche altre modalità decisionali, trasparenti e partecipate, un altro modello di democrazia sociale.

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