ASC Trieste si presenta agli uffici dei servizi sociali ma la risposta sono porte chiuse e l'intervento di polizia e vigili urbani. Intanto il dramma abitativo innesca una bomba sociale.

Trieste - ASC chiede case e dignità, la risposta è l'aggressione dei vigili urbani

7 / 8 / 2014

Per chi vive il dramma di essere senza casa o di avere uno sfratto, oggi a Trieste l'unica alternativa possibile è la disperazione. Oppure la dignità di non subirla.

Per questa dignità oggi ASC è andata a chiedere di persona un confronto con i servizi sociali, per confrontarsi sul dramma che la questione abitativa sta innescando in questa città.

Avevamo chiesto per settimane un appuntamento, inutilmente.

Questa mattina sono saliti inizialmente in tre, mentre gli altri attendevano fuori: un disoccupato di 63 anni sotto sfratto, una madre single che attende il contributo affitti da mesi e una persona che li accompagnava.
Ma hanno trovato porte chiuse e nessuna disponibilità.

Non appena siamo saliti tutti, per bussare, sono arrivati due vigili urbani e poi subito altri, una decina circa in totale.
Guidati da un ex esponente del movimento sociale hanno cominciato a spingere violentemente, anziani e giovani, a dare manate in faccia e ad insultare.
Bulli in divisa.
Poi sono arrivate quattro pattuglie di polizia, personale della digos e il vicequestore.

Dopo venti minuti di aggressione, spinte e manate da parte dei vigili urbani, Mauro Silla, direttore del Welfare, concede un appuntamento. Ovvero ciò che tre persone erano andate a chiedere gentilmente poco prima.

Oggi abbiamo imparato che a Trieste bisogna farsi aggredire dai vigili urbani per avere un appuntamento con il direttore dei servizi sociali.
Non serve chiederlo per settimane, non serve nemmeno presentarsi lì civilmente e con tranquillità.

Perché eravamo lì oggi, invece che andare al mare?

Eravamo lì con Giuseppe.
Giuseppe ha una casa. Un affitto. E uno sfratto, perché non riesce a pagare l'affitto perché ha perso il lavoro da più di anno. Ha 63 anni.
Giuseppe è uno, nessuno e diecimila in questa città.

È uno perché ha un problema di vita vero, che deve essere risolto invece che figurare nelle chiacchiere di un assessore.

È nessuno perché la soluzione non c'è, il Comune non sa, l'Ater non ha case (a parte quei 600 alloggi sfitti e non assegnabili) e comunque non puoi accedere alle graduatorie se hai uno sfratto, e gli uffici hanno le porte chiuse.

E' diecimila perché in questa città sono tante le persone che vivono il suo stesso problema, con tutte le sfumature possibili.

A fronte di uno sfratto ogni due giorni, Comune e Prefettura non pensano a una moratoria sugli sfratti.
A fronte di diecimila alloggi sfitti, non c'è una politica vera dell'abitare e degli affitti equi, così come c'è un'attenzione scarsa al dramma sociale che sta montando a Trieste.
A fronte di centinaia di alloggi pubblici non assegnabili, molti addirittura in vendita a prezzi stracciati, manca l'intelligenza di avviare una politica di autorecupero.

Oggi non c'era Giuseppe da solo, perché Giuseppe è uno ma è anche tutti noi: autoassegnatari, attivisti, precari, persone normali che già sono sul ciglio di un baratro o sanno di poterci arrivare in un attimo per un rovescio di un destino deciso altrove, o semplicemente sentono che tutto questo è insopportabile e che diritti e dignità o sono per tutti o sono in pericolo per tutti.

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