Cuba: la rivoluzione come problema

20 / 7 / 2021

Appartengo alla generazione che è cresciuta influenzata dal clima politico e culturale della rivoluzione cubana. Sono stato contagiato dall’entusiasmo che generava, in particolare, la figura del Che, che non ebbe dubbi nel lasciare le comodità della vita urbana post-rivoluzionaria per attraversare selve e montagne, perché “il dovere di ogni rivoluzionario è fare la rivoluzione».

Oggi Cuba attraversa una situazione complessa, che mi porta a riflettere in vario modo sulla congiuntura, la struttura e il concetto stesso di rivoluzione.

I

La sovranità nazionale è intoccabile, tanto quanto il diritto delle nazioni alla propria autodeterminazione. La sovranità di una nazione non dipende da chi sta al governo. Nessuno ha il diritto di intervenire o sovvertire il governo di una nazione straniera.

L’embargo a Cuba è inaccettabile, come i tentativi di abbattere la rivoluzione, sistematici e continui da sei decadi. Non abbiamo mai chiesto un intervento straniero per mettere fine alle dittature del “Cono Sur”, perché confidiamo che i popoli debbano decidere il proprio futuro. Per lo stesso motivo non abbiamo chiesto che regimi ignobili e genocidi (come quello dell’Arabia Saudita, tra i tanti) siano abbattuti con invasioni militari.

Cuba ha il diritto di essere lasciata in pace, come succede in tutte le nazioni del mondo. Solo due paesi appoggiano l’embargo: Israele e gli Stati Uniti.

II

La crisi attuale ha cause precise. Nel 2020 l’economia ha registrato una contrazione dell’8,5 per cento, secondo la Comisión Económica para América Latina y el Caribe. L’industria ha avuto un calo dell’11,2 per centro e il settore agricolo, 12 per cento. La crisi del turismo è tremenda e si ripercuote in tutta la società: nel 2019 Cuba ha ricevuto 4,2 milioni di turisti, nel 2020 appena 1,2 milioni. Nel primo semestre di quest’anno ha ricevuto solo 122 mila turisti, secondo i dati ricavati dalla giornalista cilena Francisca Guerrero.

Il turismo apporta intorno al 10 per cento del PIL, impiega l’11 per cento della popolazione attiva ed è la seconda fonte di valuta. La scarsità di valuta crea enormi difficoltà per l’importazione di alimenti: Cuba deve importare il 70 per cento del cibo che consuma, mentre i prezzi internazionali sono cresciuti del 40 per cento in un anno.

Il cosiddetto “ordinamento cambiario”, che ha eliminato le tasse differenziate con le quali si cambiavano i pesos cubani in dollari, deciso in gennaio, anche se necessario e auspicabile, è arrivato tardi e in un momento di profonda scarsità di dollari. Quello che è certo è che la popolazione ha grandi difficoltà ad accedere a beni primari.

Inflazione e interruzioni di corrente sono il corollario di vecchi problemi mai risolti (come il deterioramento delle infrastrutture) e dell’improvvisazione nell’applicazione di cambi lungamente rimandati.

L’embargo è un grande problema per Cuba. Ma non tutti i suoi problemi possono ridursi all’embargo. Un problema del quale non si vuole parlare, non solo a Cuba, è quello della rivoluzione come problema. Vale a dire, dello Stato come leva di un nuovo mondo.

III

Abbiamo creduto che la rivoluzione era la soluzione ai mali del capitalismo. Non è stato così. Forse il risultato più importante delle rivoluzioni è stato quello di spingere il capitalismo a riformarsi, limando i suoi spigoli più estremi, quelli che affidano tutto al mantra del mercato autoregolatore, che porta milioni di persone in povertà e alla disperazione.

Rivoluzione è sempre sinonimo di conquista dello Stato, come strumento per arrivare al socialismo. Originariamente il socialismo doveva essere, né più né meno, il potere dei lavoratori per superare l’alienazione della separazione tra i produttori e il prodotto del loro lavoro. Tuttavia, il socialismo si è trasformato in sinonimo di concentrazione dei mezzi di produzione e di cambio nello Stato, controllato per una burocrazia che, in tutti i casi, è diventata una nuova classe dominante, quasi sempre inefficace e corrotta.

Il pensiero critico si è sottomesso a questa nuova borghesia, o come si vuole chiamare questa casta burocratica che, non essendo proprietaria, ha la capacità di gestire i mezzi di produzione secondo i suoi capricci, senza rendere conto a nessuno se non ad altri burocrati, senza che i lavoratori, privati di forme di organizzazione e di espressione autonome, possano incidere nelle decisioni. Senza libertà democratiche, gli Stati socialisti (contraddizione semantica evidente) sono diventati Stati autocratici e totalitari, non molto differenti alle dittature che abbiamo subito e alle democrazie che non ci permettono di scegliere il modello economico che ci governo ma solamente rappresentanti corrotti grazie a costose campagne pubblicitarie.  

Le rivoluzioni socialiste e di liberazione nazionale, e anche i movimenti emancipatori, si sono autodistrutti nelle dighe degli Stati: istituzionalizzandosi e perdendo il proprio carattere trasgressore e che supera lo stato attuale delle cose; legittimando un sistema-mondo che pretendevano sopraffare; trasformando, per via istituzionale, la potenza ribelle delle classi popolari in impulso per la conversione dei burocrati in nuovi oppressori.

Come hanno sostenuto Ferndand Braudel e Immanuel Wallerstein, e ora Abdullah Öcalan, lo Stato nazione è la forma di potere propria della civilizzazione capitalista. Per tanto, dice il leader curdo, la lotta antistatale è più importante della lotta di classe e questo non ha niente a che vedere con l’anarchia, ma con l’esperienza di oltre un secolo di socialismo. È rivoluzionario il lavoratore che resiste a rimanere proletario, che lotta contro lo status di lavoratore, perché questa lotta ha l’obiettivo di superare e non a riprodurre il sistema attuale.

Per fare politica centrata nello Stato, le categorie di egemonia e omogeneità sono centrali. La prima è una forma di dominazione, anche se il progressismo e la sinistra credono che superi il leninismo. La seconda è una pretesa di chi, dall’alto, vuole prendere in giro la popolazione. Incrinato il patriarcato e il colonialismo interno, oggi è impossibile una società omogenea, perché le donne, i giovani e tutti i tipi di dissidenze (da quelle culturali fino a quelle sessuali) rifiutano l’appiattimento delle differenze e delle diversità.

Imporre omogeneità basata sull’egemonia è una scommessa sull’autoritarismo, che sia attraverso il mercato o che sia attraverso il partito di Stato. La forma ideale di dominazione è quella che si presenta come democratica (semplicemente perché ci sono elezioni) ma che imprigiona la popolazione in un modello economico che viola la propria vita.

IV

La rivoluzione socialista è una questione del passato, non è il futuro dell’umanità. Né lo è il capitalismo. Il binarismo capitalismo/socialismo non funziona più come organizzatore e ordinatore dei conflitti sociali.

Mentre le sinistre rimangono prigioniere della propria visione “statocentrica”, i settori più attivi e creativi delle società latinoamericane (femministe, popoli originari, giovani critici) non hanno più Cuba come riferimento, come lo aveva la mia generazione, ma lotte concrete come nelle rivolte cilena e colombiana, nello zapatismo e nei mapuche, nei ritmi “raperos” e il loro sogno di libertà impossibile nel Nicaragua di Ortega e nella Cuba del Partito, nella Colombia dei paramilitari o nel Brasile di Bolsonaro. 

Tratto da Brecha. Traduzione Christian Peverieri.

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