La California in bancarotta la salva una tassa sulla marijuana

San Francisco, Richard Lee è il promotore di un referendum sulla liberalizzazione Lo Stato ha un deficit di oltre 20 miliardi di dollari

28 / 3 / 2010

AN FRANCISCO - Questa è l'unica città al mondo dove è vietato fumare all'aperto in molti parchi, nei quartieri attorno a scuole e ospedali, ma se vai a un concerto funky al Fillmore il fumo dello spinello, attivo o passivo, è obbligatorio. Non poteva che partire da qui la più curiosa delle rivoluzioni fiscali: risanare il deficit pubblico con le canne. Il profeta di questa battaglia è Richard Lee, 47 anni, il guru della liberalizzazione della marijuana a San Francisco. Per i suoi seguaci lui è la prova vivente che lo spinello libero è un ottimo business, privato e collettivo. All'altra estremità del Bay Bridge, sulla sponda dirimpetto a San Francisco, Lee ha scelto il porto di Oakland per creare un centro di formazione dei futuri imprenditori della marijuana. "Pot-repreneurs" li chiamano, un gioco di parole che si potrebbe tradurre liberamente "imprenditori in erba". Perché se passa il referendum sulla liberalizzazione in tutta la California, questo diventerà un business.

Dalla coltivazione alla distribuzione, il mercato che oggi è artigianale e semi-sommerso diventerà rispettabile e alla luce del sole. Lee ha visto lontano creando la sua università di Oaksterdam ("Oakland più Amsterdam") e gli effetti sono visibili. Città portuale stremata da recessione e disoccupazione, con dei ghetti neri in preda alla violenza delle gang, Oakland sta vivendo una mini-rinascita economica proprio nel quartiere del centro storico che Lee ha scelto come la culla della sua industria. Ai vecchi dispensari di erba "per scopi medici" ancora impregnati di nostalgia hippy, come il Bulldog Café dove risuonano a tutte le ore le note di "The Dark Side of the Moon", sono venuti ad aggiungersi nuovi negozi che puntano a un pubblico sempre più variegato, rispettabile, salutista e igienista.

E' con questa filosofia pragmatica che Lee ha lanciato la raccolta di firme per il referendum, conclusa con successo mercoledì: superata la soglia di 434.000 cittadini, la consultazione popolare è convalidata. Si voterà a novembre insieme con le legislative nazionali e l'elezione del nuovo governatore della California. Ma è sul referendum per la marijuana che la campagna è partita per prima. Da lunedì le radio e tv locali di San Francisco manderanno in onda i primi spot pubblicitari. Quello scelto da Lee è il più sorprendente. Il guru del movimento per la liberalizzazione ha scelto come testimonial un vicesceriffo in carne ed ossa, che ammette il fallimento della politica di criminalizzazione e conclude: "E' ora di controllare la marijuana. E di tassarla".

L'élite liberal e trasgressiva di San Francisco ha studiato la lezione della sconfitta precedente, un referendum analogo bocciato dagli elettori nel 1972. Basta coi messaggi troppo radicali, ora si punta sul concreto. Lee ha commissionato uno studio all'economista Jeffrey Miron di Harvard, che stima a 13 miliardi di dollari il costo complessivo del proibizionismo, più altri 7 miliardi di potenziale gettito fiscale perduto. Proprio questo sta diventano l'argomento martellante della campagna pro-cannabis. "La stessa authority che certifica i conti dello Stato  -  spiega Lee  -  ha calcolato che la California guadagnerà 1,4 miliardi l'anno di tasse sulla marijuana se viene legalizzata la vendita. Con 20 miliardi di deficit, questa nuova entrata sarà una manna dal cielo". Secondo i sondaggi la maggioranza dei californiani è d'accordo: il 56% propende per il sì. Dall'attuale vendita controllata per soli scopi medici, si passerebbe a una liberalizzazione totale, anche per il consumo ricreativo. Unico limite, la dose singola in vendita: un'oncia, circa 30 grammi. Se vince Lee, il dilemma finirà sulla scrivania di Barack Obama. La liberalizzazione totale violerebbe la legge federale. Ma se l'alternativa è la bancarotta della California?


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