Colorare di verde la città

New York, Boston, San Francisco, anni Duemila: la trasformazione delle aree dismesse dei quartieri periferici della città in giardini comunitari a disposizione dei cittadini.

11 / 11 / 2021

New York, Boston, San Francisco, anni Duemila: la trasformazione delle aree dismesse dei quartieri periferici della città in giardini comunitari a disposizione dei cittadini. La ventinovesima puntata della rubrica "Suture”, a cura di Valeria Andreolli.

Osservi l’acqua che esce dal rubinetto e si posa sul fondo dell’innaffiatoio di plastica rossa che tieni in mano. Fa un rumore che ti ricorda le cascate in cui ti tuffavi quando eri bambina, molto prima di venire a vivere tra i palazzi decadenti degli sfavillanti Stati Uniti, dove hai dovuto fare i conti con un paesaggio tutto nuovo, fatto di macchine, fumi e strade che non portano da nessuna parte. Rinchiusa in un appartamentino stretto e buio che si rubava buona parte dello stipendio dei tuoi genitori, avevi presto dimenticato il verde e il sole della tua infanzia. E probabilmente sarebbero stati ricordi che avresti rimosso per sempre se non fosse stato per il giardino comunitario che era sorto nel quartiere.

Una bambola con gli occhi di vetro e i capelli color paglia ti fissa imperturbabile oltre lo stagnetto. Accanto a lei si erge una scultura di pietra che raffigura un airone. Sono doni dei due fratellini con le lentiggini che abitano al piano terra del palazzo di fronte a quello in cui vivi tu. Il mese scorso uno di loro ha compiuto sette anni e il giardino si è riempito di palloncini, torte e bambini sfrenati. Sei passata ad innaffiare i tuoi cespugli di rose, come oggi, e vedere quel turbinio di colori accesi, grida stridule e corse impazzite ti ha messo addosso una grande gioia. Ne hai approfittato per assaggiare dei dolcetti al cioccolato preparati da qualche mamma e scambiare opinioni con i presenti sulla perenne paura che da un momento all’altro una qualche ruspa mandata dal municipio abbatta quest’oasi di rinascita che con passione e impegno tutto il quartiere ha costruito ormai parecchi anni fa. Ogni volta che varchi il cancelletto dell’entrata al giardino, dopo esserti soffermata a leggere la bacheca con gli appuntamenti della settimana, rivivi ancora intatta la stessa emozione che provasti il giorno in cui, tornando da scuola e passando davanti a quel lotto abbandonato tra i palazzi in cui si accumulavano macerie e immondizia, vedesti un ammasso di terra vergine e nerissima comparso dal nulla. Lo avevi sempre saputo che quell’angolo aveva del potenziale inespresso che aspettava solo di essere colto. E i cittadini e le cittadine del tuo quartiere avevano deciso di farlo, di ridare un senso a quell’esempio lampante di abbandono e decadenza. E così giorno dopo giorno, percorrendo sempre la stessa strada da casa a scuola, avevi visto crescere non solo la variegata folla di personaggi che armati di pale, guanti e creatività si impegnava alla riconversione di quel frammento di città, ma anche la macchia verde che prendeva forma e vita su quella terra importata da chissà dove.

Con l’innaffiatoio carico di acqua ti avvicini ad una bignonia: è ancora qui, ancora intatta e bellissima. È stata lei la prima piantina che trapiantasti nel giardino, perché inevitabilmente anche tu ti eri gettata a capofitto in questa nuova elettrizzante impresa collettiva. Quella bignonia era un dono fatto da un vivaio della zona sud della città che era venuto a conoscenza della vostra opera e aveva deciso di contribuire. Sono passati parecchi anni, ma non passa giorno che, finito il turno di lavoro, tra la spesa al supermercato e i bambini da recuperare all’asilo, non passi a lanciare un’occhiata e un sorso d’acqua alle tante piantine di stanza nel giardino. Perché qui dentro la vita frenetica della città si ferma, ci si dimentica del rumore delle macchine e del grigio degli edifici di un quartiere costruito in fretta per accogliere orde di cittadini immigrati, come la tua famiglia, e con la stessa fretta abbandonato da un mercato immobiliare dai ritmi imprevedibili e violenti, che demolisce, disinveste e poi viene a ficcare il naso nei vostri giardini, gli piacciono, dice che “contribuiscono alla valorizzazione estetica ed economica del quartiere” e quindi alza i prezzi degli appartamenti, viene a distruggerli vantando improbabili permessi, perché innalzare nuovi palazzi muove più soldi che costruire esperimenti di progettazione partecipata. In questa parte di città poco visitata dalle istituzioni l’argomento di conversazione ricorrente è la paura che i legittimi proprietari di quella che era un’area triste e vuota un giorno decidano arbitrariamente che lo spazio in cui un’intera comunità ha creduto e investito tempo, energie ed entusiasmo meriti un nuovo utilizzo, economicamente più vantaggioso. Ma tu l’hai vissuto sulla tua pelle: il giardino è il luogo dove concetti astratti come collettività e rivalsa prendono una forma concretissima, dove lavori fianco a fianco con il vecchietto che abita due piani sopra di te e che, da quando ha cominciato a frequentare il giardino, si è fatto una biblioteca di libri di botanica; con la ragazza portoricana che tiene il corso di spagnolo sotto il salice; con il signore che lavora in banca e passa ogni giorno a controllare se il kiwi ha fatto i frutti. È il luogo in cui tu, una donna dai capelli ricci catapultata in tenera età in una realtà nuova e crudele, che non riusciva a togliersi di dosso la sensazione di essere straniera e diversa, ti sei sentita parte di un progetto, di una comunità.

Guardi la terra sotto la bignonia bagnarsi con il getto dell’acqua che esce dall’annaffiatoio. Ormai è quasi primavera e tra poco tra quelle foglioline comparirà il rosso dei primi fiori. Tutto il giardino cambierà colore. Getti un’occhiata al lavandino dalla ceramica bianca che ospita margherite, bocche di leone, calendule, primule, gigli e tulipani. Presto diventerà un caleidoscopio di colori.

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