Don Winslow: La guerra alla droga? Dobbiamo smetterla di combatterla con modelli militari

Intervista con l'autore

14 / 12 / 2012

Ci sono alcuni libri che servono a capire meglio a volte dei saggi un complesso meccanismo sociale. I libri di Don Wilson ( Il potere del cane, Le Belve, I re del mondo) ci portano nel cuore della questione del traffico di droga. 

Don Winslow è considerato come uno degli autori più rappresentativi del poliziesco americano contemporaneo. Ma oltre che essere scrittore e regista teatrale e televisivo, ha anche lavorato nel mondo cinematografico. Nelle sale italiane da poco è uscito per la regia di Oliver Stone Le belve (Savages).

Fin dall'inizio con il suo Il potere del cane edito da Einaudi nel 2009, Don Winslow come dice James Ellroy narra "dalle strade di New York a Città del Messico, da Tijuana alla giungla dell'America centrale, la storia della guerra al narcotraffico come non l'avete mai sentita raccontare. Nella blasfema trinità di droga, dollari e politica Winslow ha saputo riconoscere il nostro cuore di tenebra. Un grande romanzo sulla droga, terrificante e colmo di tristezza, di un'intensità che non concede un solo attimo di tregua. Un ritratto perfetto dell'inferno, e della follia morale che lo accompagna».

La realtà dura e cruda raccontata nei suoi libri ci mette tutti davanti alla connessione tra proibizionismo, finanza, potere e svela quanto le cosidette politiche sulla droga non facciano che riprodorre questa triade.

Volentieri pubblichiamo un'intervista realizzata da Il Manifesto con Don Winslow, a Courmayeur per ricevere il Raymond Chandler Award, in cui parla anche dell'attuale realtà della cosidetta "guerra alla droga".

La realtà «verosimile» e cruda del romanziere

 Il Raymond Chandler Award che viene assegnato ogni anno a uno scrittore noir quest'anno è stato attribuito a Don Winslow. Un premio perfetto per uno scrittore che ha da sempre un rapporto strettissimo con il cinema. Ancor prima di pigiare sui tasti del computer Don, è stato direttore di sale cinematografiche, e in seguito ha lavorato anche come detective, inoltre afferma: «credo che i miei scritti siano stati inconsciamente influenzati dal grande schermo perché sono cresciuto con i film , perché ciò che scrivo è stato consapevolmente contaminato dalle opere di registi come Truffaut, Fellini e Woo. Mi hanno aiutato a superare le convenzioni narrative del genere. Del resto se vuoi scrivere un romanzo in cui c'è una relazione tra una donna e due uomini bisogna conoscere Jules et Jim».

Newyorkese di nascita, californiano d'adozione, vive vicino a San Diego, sposato con la stessa donna da 28 anni, Don ha già visto un paio di suoi romanzi finire su grande schermo: Bobby Z, il signore della droga diretto da John Herzfeld e Belve per la regia di Oliver Stone (pubblicato da Einaudi con lo stesso titolo, da poco è uscito anche il prequel I re del mondo), storia in cui, tutto ruota attorno alla vicenda di una donna che ama contemporaneamente due uomini. E ci si chiede come sia stato lavorare con Oliver Stone che aveva opzionato il romanzo prima ancora che fosse pubblicato

«Mah, il romanzo ha la sua vita e il film ha la sua. E questo va bene». Sembra molto sereno rispetto a questa doppia vita della sua storia e allora precisa più seriamente «ecco, sereno non è proprio il termine che userei... Quando ci sono tre ego molto forti nella stanza che discutono con passione» allora gli viene detto che dalla sua espressione sembra che uno fosse Oliver, l'altro fosse Stone, e il terzo fosse Oliver Stone.

A questo punto Don esplode in una clamorosa risata prima di precisare «questo però non l'ho detto io...

I suoi protagonisti sono veri criminali, non c'è il rischio di renderli eroici?

C'è sempre questo rischio scrivendo crime book, di mitizzare, di glorificare i criminali d'altra parte la mia scrittura punta più sui criminali che non sui poliziotti, credo allora che la cosa importante sia essere accurati Come scrittore non posso allo stesso tempo scrivere e giudicare. Il mio compito è di presentare ai lettori una descrizione accurata di questo essere umano di avvicinarmi il più possibile a quella che è la sua intimità, il suo cuore e di lasciare che siano i lettori a esprimere giudizi. Quando stavo scrivendo Il potere del cane il mio editore mi fece notare che certi episodi che descrivevo erano eccessivamente trucidi. Per esempio c'era una scena orribile in cui uno dei personaggi principali butta giù da un ponte due bambini. La mia risposta in questi casi è sempre la stessa, questo è quello che è successo veramente. Non l'ho inventato. Però, credo che nessun lettore in condizioni di sanità mentale possa ritenere che questo personaggio sia stato reso romantico o glorificato. Per scrivere quel romanzo ho fatto ricerche per più di cinque anni, somiglia un po' al lavoro che facevo quando ero investigatore.

A questo punto si pone il problema. In letteratura è più rilevante il vero o il verosimile?

In letteratura il verosimile è ovviamente più importante. Ma, senza offesa, credo che i giornalisti raccontino solo i fatti mentre i romanzieri possono dire la verità. Perché a noi è permesso usare quell'immaginazione che invece non è permessa ai giornalisti.

Bisogna anche dire che lei non è tenero nei confronti dell'establishment..

Credo di essere molto arrabbiato per certe cose e che questo traspaia dai miei libri. Quando si scrive del crimine bisogna parlare di tutta la struttura criminale, nessun ladro sarà bravo quanto un banchiere. Mi indigna la cosiddetta guerra alla droga, i politici ignorano completamente i fatti per spacciare una filosofia falsa, è una sorta di manipolazione. L'ipocrisia è qualcosa che mi fa indignare preferisco un onesto rapinatore che mi punta la pistola e mi dice 'o la borsa o la vita' piuttosto che un politico che mi deruba con un colpo di penna.

Ha accennato alla guerra alla droga che ha prodotto infiniti disastri e ricchezze criminali, secondo lei qualcosa potrà migliorare anche in relazione alla recente rielezione alla presidenza degli Stati uniti di Barack Obama?

Credo che l'unico modo per migliorare la situazione della cosiddetta guerra alla droga sia smetterla di combatterla perché proprio nel momento in cui si fa questa guerra si è causa di quel che si sta combattendo. Dobbiamo smetterla di affrontare la questione con modelli militari e anche con modelli polizieschi. Perché è una spirale degenerativa, che determina ovviamente disastri. Effettivamente credo che Obama non possa fare altro che migliorare questa situazione anche perché è impossibile fare peggio di così. Credo che essendo al secondo mandato, per inciso e per onestà devo dire che mio figlio ha lavorato nella campagna per la rielezione di Obama, dicevo al secondo mandato può fare cose che al primo non poteva fare. Non ci sono dubbi, credo si vada verso una decriminalizzazione e liberalizzazione e i maggiori beneficiari di questo sarebbero i messicani, paese dove neanche più si contano i morti, sono loro quelli che soffrono certamente di più per il problema della droga negli Stati uniti. E voglio essere chiaro su questo: il problema della droga non è un problema messicano.

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