Macchiarsi di sangue senza colpa

Nepal, oggi: la supposta impurità di donne e ragazze durante il ciclo mestruale, per cui sono relegate in capanne dove sono esposte ad una serie di rischi non solo igienici.

16 / 12 / 2021

Nepal, oggi: la supposta impurità di donne e ragazze durante il ciclo mestruale, per cui sono relegate in capanne dove sono esposte ad una serie di rischi non solo igienici. La trentaduesima puntata della rubrica "Suture”, a cura di Valeria Andreolli.

La pancia ti fa male. La terra dura su cui sei sdraiata non dà conforto, così come non ne dà la copertina di iuta con cui provi a riparati dal freddo pungente dell’inverno della selva. Questa sera hai acceso un fuocherello dentro la capanna per scaldarti un po’, ma la stanza si è riempita di fumo, ti sei spaventata e l’hai spento in fretta con del fogliame. Ti sei alzata sulle punte dei piedi per fare entrare nelle tue narici un po’ dell’aria fredda che svogliatamente entra dalla minuscola finestrella vicina al soffitto. Fuori piove a dirotto. Sono tre giorni che piove ininterrottamente, quattro giorni che sei nella capanna, cinque anni che ogni mese vieni a trascorrere qui il periodo in cui le gambe ti si sporcano di sangue.

Ricordi la prima volta come fosse ieri. Avevi undic’anni e stavi rientrando a casa dopo aver dato da mangiare agli animali. Distrattamente avevi abbassato lo sguardo sul vestito celeste che indossavi e l’avevi trovato macchiato di rosso. Ti eri spaventata. Eri arrivata a casa, ma non avevi varcato l’uscio. Ti eri messa a piangere. Tua madre si era affacciata, ti aveva guardata sconsolata e aveva detto che dovevi andare nella capanna. E così, con il tuo abito di seta azzurra e nient’altro, avevi dato le spalle alla tua casa e alla tua famiglia e, senza dire una parola, con le lacrime agli occhi, ti eri diretta in quella che sarebbe stata la tua abitazione per i dieci giorni seguenti, e poi ancora, per cinque giorni ogni mese, per tutto il resto della tua vita, o quasi. Il tuo primo soggiorno nella capanna era stato duro. Nessuno ti aveva detto cosa dovevi farne di tutto quel sangue che ti usciva ininterrottamente dal corpo. Il guaritore del villaggio ti aveva solo ammonito a non lavarti per i primi tre giorni. A partire dal quarto avresti potuto camminare un paio di ore fino al fiume per toglierti di dosso quell’onta rossa in un punto lontano abbastanza da non contaminare l’acqua usata dalle case del villaggio. Dentro la capanna avevi trovato degli stracci bianchi, puliti e piegati da tua madre. Te li eri messi tra le gambe nel tentativo di tamponare il flusso che prepotentemente macchia di sciagura e peccato ogni cosa a cui ti poggi. Gli stracci sono scomodi ed ingombranti. Esauriscono la loro funzione, ma si sporcano in fretta. Solo col tempo hai imparato a combinarli con le foglie secche e la cenere, che ti rimane appiccicata nelle pieghe della carne e non se ne va finché non ti immergi nell’acqua fino alla cintola.

Attorno a te è buio pesto. Il buio ti fa paura perché nasconde, perché ti impedisce di scorgere i serpenti che popolano queste zone e che, furtivi, si intrufolano nella capanna per accarezzarti e assaggiarti la pelle. Ricordi che una volta tua madre era tornata dalla capanna con un morso violaceo sul polpaccio destro. Avevate avuto paura che il veleno le potesse essere fatale, ma, dopo qualche giorno di febbre, si era ripresa. Il buio avvolge e protegge anche gli uomini, che, soggiogando l’oscurità e ignorando deliberatamente l’impurità che porti addosso, da un momento all’altro possono entrare nella tua capanna e nel tuo corpo senza chiedere il permesso a nessuno. Oppure possono rapirti e sottrarti alla selva per venderti su chissà quali mercati.

Ma domani uscirai e riabbraccerai la tua famiglia, che indifferentemente continua a seguire i suoi ritmi domestici a qualche centinaio di metri da te. La sera ti apposti sull’uscio della capanna e guardi la tua casa da lontano, la luce accesa, la striscia ballerina di fumo che sale dal tetto di paglia. Immagini i pasti che si consumano seduti a terra tutti assieme, chiacchierando delle lezioni che tu e i tuoi fratelli avete ascoltato la mattina a scuola, del lavoro che ci sarà da fare domani nel campo, della pioggia che non cessa mai; immagini il sapore intenso della zuppa di carne e curry che tua madre ti serve ancora bollente, le cucchiaiate di yogurt che rubi prima di andare a dormire; immagini il tuo letto soffice e il dolce tepore che ti concilia il sonno. Da domani potrai rientrare in possesso della tua vita. Oggi ancora no, oggi devi accontentarti del piatto di riso e lenticchie che tua sorella ti ha lasciato nella stalla delle mucche, che hai trovato freddo e che hai mangiato con foga stando ben attenta a non toccare gli animali che ti ruminavano intorno. Non vorresti mai essere la causa della morte del bestiame che vi regala il latte di cui sei ghiotta. Perché ti hanno insegnato che quando sanguini, acquisti poteri magici che il resto del mese non possiedi: il potere di rendere sterili gli alberi, di bloccare il latte alle mucche, di far ammalare gli uomini con un tocco, di adirare le divinità, di scatenare orde di serpenti nelle case di cui varchi l’uscio. Perciò in questi giorni non puoi mangiare yogurt, burro, né carne, non puoi entrare al tempio, né andare a scuola, non puoi cucinare e non puoi vivere nella tua casa. L’unica cosa che puoi fare è contorcerti dal dolore in solitudine. Nelle tue fantasie deliranti e inconfessabili immagini di strapparti l’utero dal ventre a mani nude e liberati per sempre da questo fardello causa di insopportabili sofferenze, vergogna e segregazione.

Provi a prendere sonno, ma il dolore al basso ventre è forte e non riesci ad ignorarlo.

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