Tessere una storia lunga più di mille anni

Guatemala, 2016: la rivendicazione delle tessitrici maya sui loro abiti tradizionali che sono stati fagocitati dall’industria della moda.

11 / 2 / 2021

Esistono migliaia di storie individuali di esperienze collettive che ignoriamo quasi completamente. Esistono protagonisti senza nome sparsi in diverse parti del mondo, seminati in diversi momenti storici, tutti però accumunati dal vivere sulla propria pelle oppressioni e lotte che noi in genere ascoltiamo o leggiamo distrattamente sui media, ma che per loro sono realtà concretissime. Questa serie di racconti brevi ci trascina nel mondo quotidiano di queste persone e, attraverso i loro ricordi, frammentati e incompleti come quelli di tutti, ci permette di ricostruire la loro storia e di approfondire contesti lontani dalla nostra conoscenza diretta. La quindicesima puntata della rubrica "Suture, a cura di Valeria Andreolli.

Prendi la bacchetta con il filo giallo avvolto alla sua estremità e la infili tra le due schiere di fili in tensione tra il bastone legato al palo di fronte a te e quello appoggiato sui tuoi fianchi. 

È un gesto che hai ripetuto migliaia e migliaia di volte nel corso della tua vita, che hai imparato da tua madre quando eri molto piccola e bramavi il momento in cui ti saresti impossessata anche tu di quell’arte silenziosa e potentissima. Già allora intuivi l’immenso senso di appagamento che avresti provato nell’imprimere sulla tela simboli e disegni che celebrano chi sei, la conformazione del paesaggio in cui sei cresciuta e i tuoi stati d’animo, la tua allegria, la tua tristezza; nel vedere il tuo mondo prendere forma sul tuo grembo in questo incastro di nodi e movimenti che da più di mille anni veste la tua gente; nell’indossare degli abiti cuciti solo da te, dopo aver trascorso giornate intere, per mesi, legata al tuo telaio di legno e cotone, a concretizzare quello che senti, quello che sei, nella forma che da decine e decine di generazioni la tua gente utilizza. Una forma di espressione che neppure gli invasori spagnoli venuti a decimare i tuoi antenati hanno potuto annientare, anche se, come sempre han fatto, hanno saputo piegarla ai loro bisogni, imponendovi di usare questa vostra arte per denunciare la vostra appartenenza, per prelevarvi le tasse in modo più efficiente. Oggi rivendicate con orgoglio la diversità che ogni comunità esprime con questi fili tinti nelle polveri di fiori, insetti e cortecce e intrecciati a formare il huipil, la vostra uniforme.

Mentre conti i fili tesi per stabilire in che punti far emergere la fibra gialla che tieni nella mano destra, pensi a quando insegnasti questa pratica a tua figlia, che ti stava sulle gambe e contava insieme a te e, guidata dalle tue mani, infilava il bastone con i licci tra le due serie di fili dell'ordito. Pensi alla tua soddisfazione mentre ti accorgevi che lentamente stava imparando a leggere i tuoi ricami, a vedere le montagne nei motivi a zig-zag, i quattro angoli dell’universo nei diamanti e la dualità del bene e del male dell’aquila a due teste, a riconoscere il sole nel giallo, la notte nel nero e l’acqua nel blu. Pensi alla tristezza e al huipil cupo che avevi intessuto quando avevi cominciato a renderti conto che la tua bambina non era veramente interessata a quel mondo di fili e tradizioni in cui tanto ardentemente avevi provato a farla entrare. 

Sapevi che questa sua ostilità era dovuta soprattutto ai tuoi occhi lucidi e le tue giornate di mutismo che seguivano la vendita per pochi quetzales di un huipil che ti era costato mesi di incroci di fili e calcoli con le dita. Era l’unica fonte di guadagno che ti permetteva di comprare le medicine per i dolori di tuo marito, ma separarti da quella tela su cui era impressa la tua identità era come privarsi di un pezzo di cuore e donarlo ad uno sconosciuto che lo ingoiava senza nessuna riconoscenza. Perché è difficile, forse addirittura impossibile, valutare in denaro la costanza e la fatica racchiuse dentro un tessuto, attribuirgli un prezzo e abbandonare questo tesoro in un mondo in cui verrà giudicato solo per i suoi colori e le sue forme, in cui tutto l’universo antichissimo e spirituale che sta dietro quei colori e quelle forme andrà completamente perduto.

Era proprio a causa di questo dolore, assieme a quello del rinnego di una tradizione millenaria da parte di tua figlia, che avevi deciso di unirti al gruppo di donne che, con i loro huipil dai colori e dai disegni tutti diversi, si erano presentate di fronte alla Corte Suprema. Quelle che sapevano parlare avevano richiesto a nome di tutte che vi venissero riconosciuti i diritti di proprietà intellettuale sui vostri tessuti, ma un tipo di proprietà nuova, collettiva, perché nessuna di voi può vantare il merito di aver inventato la tessitura, ma allo stesso tempo ognuna di voi è depositaria di un’arte che appartiene solo alla vostra gente e che cinque secoli di dominazione straniera, una lunga e cruenta guerra civile e il razzismo quotidiano di cui ancora oggi siete vittime non sono riusciti a cancellare. Avete detto di fronte a tutto il Paese che siete stanche di imbellettarvi per i manifesti pubblicitari ed essere usate come esche da quelle stesse istituzioni che vi lasciano vivere in stati di povertà sempre più preoccupante. Esche per accalappiare turisti stranieri che, alla ricerca della vera essenza della tradizione maya, si regalano abiti, borse, cinture e scarpe adornati dalle vostre fantasie e dai vostri simboli, che per loro non significano assolutamente niente e per i quali quindi sono disposti a pagare il minimo indispensabile. Ed è proprio per rientrare in un mercato che vi ha calpestate con una competizione sleale e meschina che tu e tante altre tessitrici come te avete bussato alla porta del Congresso con la vostra proposta di legge.

Sorridi, mentre prendi in mano le estremità della stecca liscia e piatta e la tiri verso di te con forza, e ripensi all’orgoglio e al senso di potere che hai provato quel giorno, con il tuo huipil pulito e sgargiante, di fronte ad una folla di signori abituati a farsi carezzare le pelli da stoffe tessute ed assemblate da mani chissà di chi. 

** Pic Credit: Matt Dayka

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