La nostra indipendenza non ha confini…

3 / 4 / 2014

Vi è un aspetto, maledettamente serio, dell’epoca di crisi e rivoluzioni che stiamo vivendo, che è stato del tutto trascurato dal dibattito nei e per i movimenti sociali.

Ma, come sempre accade, è la realtà dei fatti che s’incarica di imporlo alla nostra attenzione.

Crediamo infatti che gli sviluppi di quanto è successo negli ultimi mesi e di quanto succederà nei prossimi in Crimea come in Catalogna, in Scozia come nei Paesi Baschi, fino ai più recenti eventi che riguardano il Veneto, rendano necessario e urgente riflettere e prendere posizione intorno al nodo - sociale e politico, teorico e pratico al tempo stesso - che risulta uno dei grandi “rimossi” degli ultimi anni.

La questione è semplice, e in fondo prevedibile, nella sua non lineare complessità: non si poteva pensare che, così come sette anni di crisi hanno comportato una profonda ristrutturazione nelle forme e modalità dello sfruttamento, della valorizzazione e dell’esercizio del comando capitalistico, effetti di lungo periodo nella redistribuzione sociale della ricchezza e conseguenze pesantissime per le condizioni di vita dei molti, non investissero pure la dimensione spaziale dell’organizzazione del lavoro, della produzione e dei mercati e, conseguentemente, quella della sovranità politica.

Dovrebbe essere inutile qui ricordare che, anche prima dell’esplosione della crisi e precisamente da quando i processi di globalizzazione economica hanno iniziato a caratterizzare la sussunzione reale al capitale dei rapporti sociali, questo nodo era ben lontano dal trovare una sistemazione adeguata, una sua soddisfacente “stabilizzazione”.

E oggi la questione si ripropone, certo in termini nuovi e rimodellati dalla crisi, ma in tutta la sua dirompenza.

Intendiamo approcciarla con lo stesso metodo - di parte, critico e materialista - con cui abbiamo cercato di leggere e interpretare nella prassi politica il manifestarsi di ogni fenomeno di “disagio sociale” nella crisi. Pensando cioè che non ogni reazione, ogni evento classificabile come momento conflittuale, singolare e ancor più collettivo che fosse, generato dagli effetti sociali della crisi, potesse essere a priori e indistintamente valutato come positivo, ma la sua portata dovesse invece essere soggettivamente ricondotta e riqualificata dal segno che esso esprimeva e dalla valutazione del contributo che esso andava ad apportare a una prospettiva costituente di alternativa.

Per esemplificare: crediamo che il tempo ci abbia dato ragione, quando abbiamo sostenuto che, nonostante l’iniziale adozione di suggestive forme di conflittualità sociale, i cosiddetti “Forconi”, riaffermando il primato dell’individualismo proprietario e indicando nella guerra tra poveri da condurre attraverso dispositivi autoritari e nazionalistici la risposta alla crisi, rappresentassero il tentativo di materializzare un blocco sociale reazionario. E fossero pertanto un fenomeno non da esaltare e alimentare, ma da combattere e disarticolare.

Da questo punto di vista riteniamo perciò che chiarezza sia ormai stata fatta sul rapporto possibile e praticabile, eticamente corretto e politicamente produttivo, tra conflitto sociale e movimenti costituenti nella crisi: è osando, sporcandosi quotidianamente le mani con la realtà materiale e le sue spesso dolorose contraddizioni, senza proiettare su di essa idealisticamente i propri desideri e aspettative, che l’emersione del “disagio sociale” può e deve essere organizzata nel segno discriminante della rivendicazione di un’equa ridistribuzione della ricchezza prodotta per tutti e della conquista per tutti di più diritti, vecchi e nuovi. Fuori da questo campo restano ideologia, opportunismo e barbarie.

Ora in tutto il mondo - lungo i confini euro-mediterranei, lungo la faglia euro-asiatica, nel cuore stesso dell’Europa continentale – a partire dalla permanente tempesta dei flussi finanziari che non conosce barriere né confini, nel gioco feroce intorno al controllo delle risorse energetiche e delle materie prime più rare, nella riorganizzazione differenziale in corso della geografia delle filiere produttive, e nelle conseguenze sociali che questo incessante movimento di capitale comporta, il grande sommovimento tellurico della crisi sta smottando anche le forme date della statualità e della sovranità politica che in esse si esprime.

Non siamo solo dentro quel processo strutturale e di lungo periodo che abbiamo imparato a conoscere fin dall’Ottantanove, con la fine della divisione del mondo in blocchi contrapposti e dell’ordine bipolare costruito a Yalta, cioè la crisi irreversibile della forma dello Stato-nazione (e di tutte le forme di organizzazione sociale e politica che a essa si richiamano) e, da allora, l’irrisolta ricerca, da parte capitalistica, di un nuovo ordine mondiale. Non siamo solo di fronte, più recentemente, alla verificata insufficienza di un’ipotesi di governance multipolare che, nella relazione tra declinante egemonia politico-militare statunitense ed emergenti potenze economiche dei Brics, avrebbe dovuto trovare nuovi equilibri globali.

Come sempre, siamo contradditoriamente immersi in processi che si alimentano di spinte molteplici, “dall’alto” e “dal basso”.  Se, dall’alto, le necessità di gestione capitalistica della crisi avevano imposto la sperimentazione di forme inedite di comando unico sovranazionale, in termini a- e post-democratici, come nel caso del modello di governance europeo della Troika, i più ridotti margini di manovra che la stessa crisi sta offrendo comportano un irresistibile ritorno, sulla scena mondiale, di politiche di potenza, che si traducono in veri e propri scontri per l’egemonia su intere aree regionali, in un orizzonte che non esclude anche il ricorso alla guerra guerreggiata, come nel caso di Ucraina e Crimea e della rinnovata contrapposizione tra Russia e Stati Uniti o come nel quadrante Sud-Est asiatico. Altro che G.8 o G.20, sugli scenari geopolitici globali stanno prepotentemente tornando ricatti sugli approvvigionamenti, incroci di sciabole e cannoniere! E le stesse legittime richieste di autodeterminazione vengono giocate ora da questa, ora da quella potenza imperiale come pedine sugli scacchieri regionali, all’interno di precise strategie di dominio.

Ma, al tempo stesso, è la pesantezza delle conseguenze sociali della crisi a generare, dal basso, nuove domande di autonomia e indipendenza territoriale. Ovunque, donne e uomini che resistono alla violenza estrattiva della valorizzazione capitalistica e che sono alla ricerca, nel conflitto, di migliori condizioni di vita, si pongono inevitabilmente la questione di quale sia la dimensione spaziale più efficace in cui collocare le loro lotte, di quale sia lo spazio territoriale in cui esercitare quella libera decisione collettiva su ciò che è comune, beni, risorse e la stessa cooperazione sociale, in contrapposizione alle forme date di sovranità politica del capitale. Soprattutto là dove il comando si esprime nella riproposizione di artificiose e anacronistiche forme statali nazionali o nell’imposizione di forme di governance sovranazionali altrettanto verticali e autoritarie. Là dove l’Uno dell’appropriazione parassitaria capitalistica cerca di dominare il molteplice dell’attività produttiva e riproduttiva delle moltitudini, vecchie e nuove rivendicazioni di autogoverno si ricombinano. E, non vi è dubbio, questi fenomeni si moltiplicheranno di numero e cresceranno in intensità nel ciclo “post-austerity” della crisi, di fronte al tentativo di stabilizzare e congelare i rapporti di forza tra le classi sociali che la sua gestione ci ha fin qui consegnato, nell’approfondirsi della crisi di legittimità delle forme attuali della democrazia rappresentativa, nelle crescenti pressioni esercitate dalle potenze politico-militari regionali.

Vi è di tutto, ovviamente, in questi fenomeni, come nelle esplosioni del “disagio sociale”: egoismi territoriali e tendenze regressive, fino a micro- e macro-fascismi, così come la tensione a rompere la gabbia dei poteri costituiti in un’autentica prospettiva di liberazione.

E si tratta, anche qui, non di “tifare”, ma di analizzare materialisticamente situazioni e contesti, di prendere posizione definendo una cornice certa di riferimento e tracciando linee discriminanti precise e agibili nella realtà.

Siamo infatti tutti noi, che ci assumiamo il problema della trasformazione rivoluzionaria dell’esistente, ad essere colpevolmente in ritardo nel porre questo nodo al centro della discussione dei movimenti sociali, in Europa e su scala globale. Perché se è vero che abbiamo affermato con forza il carattere, a un tempo, destituente degli assetti di potere dati e costituente di nuove relazioni sociali e politiche dei movimenti contemporanei nella crisi, non abbiamo però declinato tale carattere costituente nella dimensione di spazio politico-territoriale in cui dovrebbe essere agito, non andando così a definire il perimetro entro cui esercitare la decisione democratica sul comune. È un po’, fatte le debite differenze, come se Marx si fosse limitato a lanciare in chiusura del Manifesto del ’48 la suggestiva parola d’ordine “Proletari di tutto il mondo, uniamoci!”, senza porsi poi il problema della concreta forma territoriale di organizzazione rivoluzionaria della Comune del ’71, nello spazio urbano e municipale di Parigi e nella sua prospettiva federativa.

Bene, allora: “nostra patria è il mondo intero” e si tratta di enunciare con ancora più forza la nostra costitutiva tensione internazionalista. Riaffermare la prospettiva trans-nazionale che lotte sociali e movimenti radicali devono assumere. Ribadire la nostra nemicità nei confronti di qualsiasi ipotesi di ritorno alla difesa dello Stato-nazione. Ma questo non basta, se non definiamo con maggiore precisione in quale spazio della decisione politica costituente i movimenti collocano la propria azione radicalmente trasformativa. In questo senso, ci carichiamo e intendiamo fino in fondo riappropriarci delle rivendicazioni di autonomia e indipendenza anche territoriale.

Per questo, quando parliamo di Europa (e lo facciamo, da un anno a questa parte, guardando oltre i confini istituzionali dell’Unione, verso lo spazio europeo-e-mediterraneo così come verso i Balcani e l’Est …) siamo senza dubbio schierati contro l’Europa degli Stati, ma anche contro un’idea di “Europa dei Popoli”, nozione quanto mai astratta e scivolosa, e spesso grimaldello reazionario. Ma riteniamo anche insufficiente l’orizzonte di un’Europa dei movimenti  se questo non riesce a orientarsi verso la prospettiva di un’Europa di città e territori, autonomi ed indipendenti, fra loro federati. E anche qui, come di fronte a ogni fenomeno di conflittualità sociale, il giudizio non può che formarsi intorno alla definizione di precise discriminanti, praticamente verificabili: la prima misura quanto le rivendicazioni di autonomia e indipendenza parlino il linguaggio della rottura e del superamento dei confini e delle barriere date; la seconda si confronta su come articolino un discorso sulla cittadinanza che abbia carattere estensivo e inclusivo. Ciò significa che il potenziale di liberazione inscritto in un percorso autonomista e/o indipendentista si verifica non sulla base di “simpatie” per le radici o l’alone ideologico più o meno di “sinistra” dei suoi protagonisti, ma sugli effettivi elementi di frattura e discontinuità che esso introduce rispetto alla forma storicamente data degli Stati-nazione (non riproducendone cioè tutti i vizi nelle “piccole patrie”) e sulla sua capacità di mettere effettivamente in discussione i dispositivi unitari di governance verticale sovranazionale e di produrre una controtendenza rispetto ad essi. Rottura dei confini e allargamento della sfera della cittadinanza ne sono i terreni immediati di prova.

E se questo vale per Mapuche e Zapatisti, per la Val di Susa e la lotta No Tav, per Vicenza e il No Dal Molin e altri territori in lotta per difendere i beni comuni, vale per i casi europei di Catalogna, Scozia ed Euskadi, e tanto più vale per il caso del Veneto.

Da vent’anni a questa parte abbiamo, in fasi diverse e spesso raccogliendo insulti e scomuniche, insistito sulla necessità di interpretare le dinamiche produttive e sociali di questo territorio, fuori dagli schemi classici e riponendo i rassicuranti occhiali dell’ideologia. Lo abbiamo fatto, più recentemente, invitando tutti a comprendere il peculiare impatto della crisi sulla specifica composizione sociale di questo territorio, quella dell’impresa diffusa, del lavoro artigiano e micro-imprenditoriale, delle partite Iva di prima, seconda e terza generazione.

Allo stesso modo è per noi evidente come una irrisolta contraddizione tra potere politico centrale e periferia, tra tensione all’autonomia e all’autogoverno e dispositivi amministrativi centralistici fosse carsicamente destinata a riesplodere, a riproporsi in forme rinnovate e mai uguali a se stesse nell’epoca della crisi. Cosa che è puntualmente avvenuta: prima con il clamore suscitato dalla consultazione referendaria on line per l’indipendenza del Veneto, poi con l’operazione poliziesca e giudiziaria che ha portato all’arresto di decine di esponenti indipendentisti.

Non ci interessa qui soffermarci sugli aspetti più folkloristici (che pure ci sono) di queste vicende, né sull’utilizzo farsesco e strumentale (che pure spesso ne viene fatto). Ciò che vogliamo qui sottolineare è come esse siano segnali importanti di quei processi sociali strutturali che abbiamo cercato qui sopra di descrivere. E, come tali, non vadano nient’affatto sottovalutati né esorcizzati.

Ciò che subito ci sentiamo di affermare è che, nella cornice di ragionamento sopra indicata, siamo senza esitazioni dalla parte di chi rivendica autonomia e indipendenza contro uno Stato che a queste rivendicazioni sa rispondere solo con le inchieste della Magistratura e dei carabinieri del ROS, comportandosi esattamente come nei confronti dei movimenti e dei conflitti sociali più radicali. Nell’esagerazione della minaccia rappresentata dal “complotto secessionista” vediamo il segno di una sovranità nazionale in crisi, che cerca di riaffermare la propria legittimità attraverso la coercizione di un’astratta nozione di “legalità”, che trasforma genuini ideali o chiacchiere da osteria che siano in pesanti reati associativi per “finalità di terrorismo o di eversione”. E come siamo impegnati a non consegnare queste domande di cambiamento a chi, Forconi o Lega che siano, intende stravolgerne in senso di chiusura reazionaria e razzista il significato, così riteniamo non sia il caso di lasciare gli arrestati del 2 aprile ostaggi dello Stato o di chi vuole usarne strumentalmente le figure per la propria campagna elettorale. 

Siamo, senza alcuna remora, per l’autonomia, per la proliferazione di autonomie territoriali, sociali e politiche, che si federano tra loro. Siamo per l’indipendenza, innanzitutto dal capitalismo estrattivo e dalle sue parassitarie strutture di comando politico. La nostra indipendenza odia e vuole distruggere i confini, le barriere costruite artificiosamente intorno al desiderio di libertà e di eguaglianza dei molti. La nostra indipendenza vuole conquistare più diritti di cittadinanza per tutte e tutti. Autonomia e indipendenza sono perciò parte costitutiva della nostra ricerca, teorica e pratica, di un’alternativa radicale e di sistema all’esistente. E non potrebbe essere altrimenti perché sogniamo e lottiamo qui ed ora per un Veneto libero, in un’Europa democratica, in un mondo senza confini.

Centri sociali del Nordest

3 aprile 2014

Foto di copertina: delegazione dei centri sociali del nord est alla manifestazione europea di Blockupy a Francoforte

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