Roma - Piazza Indipendenza è ancora "zona rossa"

Perfino una conferenza stampa diventa un "problema di ordine pubblico" e viene sgomberata

12 / 1 / 2018

Riprendiamo da Meltingpot.org un articolo scritto dalla redazione e da Vanna D’Ambrosio, operatrice sociale, fotografa e collaboratrice della testata, sull’ennesimo arrogante diniego da parte della Questura di Roma di utilizzare Piazza Indipendenza per una conferenza stampa, indetta dal Movimento per il diritto all’abitare e dal sindacato S.I. Cobas.

Doveva essere una semplice conferenza stampa, convocata in Piazza Indipendenza (angolo Via dei Mille) dal Movimento per il diritto all’abitare e dal sindacato S.I. Cobas alla quale avrebbero partecipato altri collettivi e associazioni romane, a cinque mesi da quel vergognoso 24 agosto con il violento sgombero dei migranti, in gran parte rifugiati etiopi ed eritrei, in Piazza Indipendenza.
Ma oltre ai giornalisti ad accoglierli hanno trovato 7 blindati di polizia. Prima le minacce e le intimidazioni, poi circondati ed "invitati" a spostarsi dalla piazza e infine seguiti passo passo fino al cortile della facoltà di Scienze della Formazione di Roma Tre, in via Milazzo.

L’incontro con i giornalisti al quale partecipavano circa una ventina di persone avrebbe dovuto aggiornare la stampa in vista del processo che inizierà il prossimo 15 gennaio che vede imputate tre persone, occupanti dell’edificio di Via Curtatone, con l’accusa di resistenza aggravata per i fatti legati allo sgombero di piazza Indipendenza. Titolari di un permesso di soggiorno per protezione internazionale, sono incensurati e da tempo residenti in Italia.

Molto altro poi ci sarebbe stato da dire anche sulle sorti dei nuclei che vivevano in Via Curtatone.
Completamente abbandonati dalle istituzioni, alcuni sono stati ospitati da parenti e amici, altri si sono spostati in altri paesi europei ma senza nessun futuro perché il Regolamento di Dublino non solo stabilisce che la domanda d’asilo va esaminata dal primo paese dove il richiedente lascia le proprie impronte digitali, ma che il titolare di protezione internazionale non può trasferirsi a vivere in uno stato europeo diverso da quello che gli ha riconosciuto lo status.

Poi si sarebbe potuto raccontare anche dell’ignobile vicenda delle 66 famiglie sgomberate da via Quintavalle il 10 agosto, e che vivono accampate in tende ormai da cinque mesi sotto il portico della basilica di Ss. Apostoli, a pochi passi da Campidoglio e Prefettura. 
Per loro, prima di Natale, sembrava si intravedesse una luce in fondo al tunnel con l’annuncio della Regione Lazio di aver reperito un immobile.
Ma "all’incontro fissato per l’8 gennaio si è presentato solo il capo segreteria dell’Assessore alla Casa Fabio Refrigeri, che si è limitato a comunicare che la Regione non avrebbe intrapreso ulteriori azioni al di là della messa a disposizione di una porzione di un immobile regionale, previa approvazione del Campidoglio", scrive il Movimento per il Diritto all’Abitare, che in mancanza di vere soluzioni e di continue false promesse invita alla mobilitazione il 16 gennaio dalle h.14.30 sotto la Regione Lazio (lato Rosa Raimondi Garibaldi).

Vanna, una nostra collaboratrice e fotografa che era in Piazza Indipendenza, racconta così la giornata. Lei non ha potuto seguire il gruppo fino a Via Milazzo perché i solerti agenti per motivi di ordine pubblico (sic!) hanno voluto verificare le sue generalità.

La democrazia e le sue elementari espressioni, di libertà di parola e di movimento, si sono spente anche stamane, nei vicoli della capitale, nei pressi della stazione Termini, in via di Mille, quando, un “assembramento non autorizzato” di persone, circa una trentina in totale, si è raccolta per discutere di quel che rimane di Piazza Indipendenza e del vergognoso sgombero.

Eravamo lì vicino, all’incrocio con quella Piazza, un paio di blindati ad ogni lato, quando le forze dell’ordine hanno notificato che in quel luogo non si può stare senza un permesso, essendo una riunione senza alcun permesso. “Si tratta di una conferenza stampa”, rispondeva il gruppo, carico di apparecchi fotografici, abbracciati i quali, per “sicurezza pubblica”, si è diretto verso altre mete. Seguito a vista.

Noi, arrivati poco più avanti, ci siamo fermati, lasciando a loro quel posto che volevano tanto. Sui marciapiedi di via Magenta, abbiamo iniziato a presentare ai giornalisti le problematiche e le emergenze sociali per cui eravamo lì ma neppure lì è stato possibile.

«Ancora non ci siamo capiti? Ci state prendendo per i fondelli?», è stata la prima domanda che ci ha rivolto la “dirigente di polizia che gestisce questo servizio”. 
La nostra risposta, qualunque fosse, è stata proprio quella giusta per rievocare il potere della legge, che confina nella legalità ed illegalità, in una bolgia di generici motivi di ordine e di sicurezza pubblica, che mai, mai sono meglio identificati. In quest’incontro, la legge, lì rappresentata, si è palesata in una climax verbale che, alcuni studiosi (J.L. Austin, 1961) non esitano a definire “atti performativi”, ossia “enunciati che hanno la forma di enunciati dichiarativi ma, quando sono proferiti in circostanze appropriate, non riferiscono né descrivono qualcosa, bensì eseguono un atto”.

Dai «documenti per favore», allo strumento della “denuncia”, alla rimembranza dei manganelli «Vede dei manganelli? Be’, mi dica se vede dei manganelli?» sino alla domanda tautologica «Li ha visti ad agosto ed adesso vien qua?» le parole della forza dell’ordine sono state un crescendo di immaginazione di violenza, laddove anche «parlare è una forma di comportamento» (J.R. Searle).

Adunatosi nuovamente, il gruppo, si è diretto verso la facoltà di Scienze della formazione, in cerca di una possibilità di serenità.

Io, invece, non ho potuto proseguire, perché, dopo avere scattato l’ultima foto, sono stata sottoposta alla verifica delle mie generalità, per motivi di ordine pubblico.

(Immagine di copertina: Vanna D'Ambrosio)

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