Valle del Mis: vittoria in cassazione!

La Corte di Cassazione accoglie il ricorso del Comitato Bellunese Acqua Bene Comune

9 / 11 / 2012

E’ notizia di questa mattina che la Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Comitato Bellunese Acqua Bene Comune, del WWF Italia, del Cai Veneto e degli Amici del Parco contro la realizzazione di una centrale idroelettrica in Valle del Mis. Una sentenza importante che ribalta il verdetto della Tribunale Superiore delle Acque che sorprendentemente aveva dato ragione ai proponenti dell’opera, la ditta bresciana Eva Valsabbia del presidente Chicco Testa.

Sembra volgere positivamente al termine una vicenda nata nel 2008 quando la Eva Valsabbia ottiene le prime autorizzazioni dal Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi e successivamente dalla Regione Veneto per realizzare una centrale che prevede una condotta forzata di circa un kilometro e mezzo e con  un diametro di oltre un metro, posta all’interno dei confini del Parco, in zona Sic/Zps e patrimonio Mondiale dell’Umanità, un’area altamente protetta e vincolata dove lo stesso Piano del Parco vieta la realizzazione di qualsiasi nuovo manufatto che non rientri nel piani istituzionali dell’Ente stesso.

A marzo del 2012 però, la ditta bresciana da inizio ai lavori dopo aver vinto il ricorso al tribunale superiore delle Acque, forte della sentenza che affermava che l’opera poteva essere realizzata perché era da considerarsi un'attività di tipo tradizionale in quanto l'idroelettrico è fortemente presente dal dopoguerra nella Provincia bellunese e soprattutto perché sarebbe servita ad elettrificare le strutture turistiche del Parco in Valle del Mis. 

Un falso come lo stesso Presidente del Parco Fiori avrebbe affermato poco dopo in una trasmissione di Report dedicata alla vicenda, nella quale emergeva chiaramente come l’energia elettrica prodotta sarebbe unicamente servita all’attività speculativa dei proponenti. 

Nonostante questa prima sconfitta il Comitato Acqua Bene Comune di Belluno è andato avanti nella battaglia insieme ai frazionisti della Valle che nel frattempo avevano rivendicato il diritto di “riscattare” le terre dove erano iniziati i lavori perché sono terreni di uso civico, quindi storicamente beni comuni di loro proprietà, dopo che una carta della regione Veneto dichiarava che la Eva Valsabbia li avrebbe occupati illegittimamente. 

In luglio viene organizzata un’importante mobilitazione che porta in Valle oltre un migliaio di persone e che si conclude con l’ingresso dei manifestanti nel cantiere dove vengono piantate delle piante in risposta alla devastazione delle ruspe della ditta Alpen Bau di Bolzano che ha ottenuto l’appalto per la costruzione della centrale.

La manifestazione ottiene il dietro front del nuovo consiglio direttivo del Parco che si schiera contro la realizzazione dell’opera, mentre a fine agosto la Procura della Repubblica pone sotto sequestro una parte del cantiere in quanto, secondo le rilevazioni del Corpo Forestale dello Stato, sembrano esserci delle difformità dei lavori rispetto al progetto.

Uno stop che dura poco, infatti l’avvocato della Valsabbia nonché deputato del Pdl Maurizio Paniz riesce ad ottenere il dissequestro di cui non sono stare ancora rese pubbliche le motivazioni.

Nel frattempo il lavori procedono speditamente. L’obiettivo della Valsabbia è di finire i lavori entro il 31 dicembre 2012 per evitare una diminuzione degli incentivi verdi e quindi dei profitti. 

A facilitare il compito alla ditta bresciana ci si mette anche l’amministrazione comunale di Gosaldo, che nonostante le contestazioni del comitato dà il via libera alla conciliazione dei terreni di uso civico in barba al volere assembleare dei frazionisti.

Si arriva infine, alla sentenza di oggi che ristabilisce la verità sull’intera vicenda.

Ora si apre una fase nuova, dove gli organi competenti in primis il Parco, in quanto ente predisposto alla tutela di quel territorio, hanno il dovere di chiedere il blocco definitivo dei lavori, il ripristino dell’area e i danni ambientali.

Inoltre devono emergere le responsabilità politiche di chi ha permesso questa devastazione ambientale. Chi ha sbagliato deve pagare, perché la nota più stonata di questa vicenda è stato proprio il disinteresse generale della politica bellunese, a partire dai parlamentari fino agli amministratori locali. 

Contro tutto e contro tutti una piccola grande comunità di cittadini e cittadine bellunesi che hanno a cuore il proprio territorio ha avuto la forza di andare avanti anche nei momenti difficili anche quando la Valsabbia aveva chiesto un milione e mezzo di euro di danni ai firmatari del ricorso.

Oggi, grazie a queste persone, il territorio bellunese rialza la testa contro i vecchi e nuovi speculatori dell’acqua. Una importante vittoria che dimostra come anche su una vicenda che sembrava oramai conclusa non si deve mai smettere di lottare. 

Una vittoria che ridà nuova forza ad una battaglia in difesa di un territorio oggi più che mai sotto attacco, dove il 90 per cento delle sue acque è già artificializzato per scopi idroelettrici e irrigui e sul restante 10 per cento incombono altre 130 nuove richieste di impianti idroelettrici. 

La battaglia dell’acqua continua!

Questo è solo l’inizio.

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