A Bonn va in scena la conferenza sul clima

Quel dialogo tra sordi chiamato Cop 23

La parola d'ordine è "talanoa", parliamoci col cuore, ma gli Stati Uniti rimangono sordi e si sfilano

9 / 11 / 2017

Doveva essere una Cop dai contorni essenzialmente tecnici, questa che si è aperta a Bonn lunedì 6 e che si svolgerà sino a giovedì 16 novembre. Una Cop senza grandi novità né particolari aspettative. Perlomeno prima che arrivasse Donald Trump a scombinare tutto. Doveva essere un incontro lontano dai fari della politica e circoscritto in contorni decisamente organizzativi per dare modo ai delegati dei 196 Stati che avevano ratificato l'accordo di Parigi, cui si è recentemente aggiunta anche la Siria, di accordarsi su come continuare quel percorso già avviato in Francia, stabilendo nei dettagli i contributi da versare, gli obiettivi e le misure da adottare per ridurre la produzione di gas climalteranti. Lo scopo di questa Cop 23, in altre parole, era quello di dare un contenuto dettagliato e pratico a quel famoso - e generico! - obiettivo di "mantenere il riscaldamento globale ben al di sotto di 2 gradi centigradi, meglio di 1,5, in più rispetto ai livelli pre-industriali" con il quale si terra concluso la sessione parigina.

Obiettivo questo, che già all'epoca a molti commentatori avevano definito "utopico" ma che rappresentava, quantomeno per i movimenti ambientalisti, una base di partenza e di lotta per poter esercitare pressioni sui loro Governi, fedeli al motto "pensare globalmente, agire localmente". Governi, c'è da sottolineare, sempre restii a tradurre in leggi quanto pomposamente sottoscritto negli accordi internazionali a salvaguardia dell'ambiente. Citiamo solo il caso dell'Italia che, dopo aver ratificato Cop 21 che metteva i fossili dalla parte sbagliata delle storia, rinnova le concessioni alle multinazionali per le trivellazioni del mare.
Citiamo l'Italia perché è il Paese in cui viviamo, ma gli Usa, stavolta, hanno fatto decisamente peggio. Già in apertura dellla conferenza, i delegati a stelle e strisce hanno pubblicamente dichiarato che loro sono entrati in aula "solo per tutelare gli interessi dei cittadini americani" e nient'altro. Come se gli Stati Uniti non facessero parte del pianeta Terra!

Non è un segreto che Donald Trump ritenga i cambiamenti climatici una bufala da complottisti e che non abbia nessuna intenzione di trattare su quello che ritiene "l'attuale livello di agiatezza americano", basato sull'economia fossile. I recenti cataclismi che hanno devastato anche il sud degli States, non gli hanno fatto cambiare idea. Avvenimenti naturali contro i quali, a parer suo, si può solo pregare dio.

Sin dai primi giorni del suo mandato, Trump ha cominciato a smantellare quanto di buono aveva fatto Obama in tema di ambiente, tra gli applausi delle multinazionali dei fossili che hanno negli Stati Uniti e nel Canada le loro trincee più forti. L'obiettivo del miliardario diventato presidente è ora quello di svincolarsi dagli impegni di Cop21. Non lo potrà fare subito, perché bisogna rispettare l'iter procedurale stabilito dalle Nazioni Unite ma sin da questi primi giorni di incontri è apparso chiaro che la delegazione Usa non ha fatto altro che complicare o addirittura respingere qualsiasi tentativo di lavorare per una soluzione comune.

Atteggiamento questo, che ha irritato in particolare i francesi che, probabilmente, nel rigetto statunitense dell'accordo di Parigi leggono un affronto personale alla loro "grandeur". La delegazione francese, con questo che è stato definito un vero e proprio "strappo diplomatico", ha già fatto sapere che intende organizzare un summit subito dopo questo di Bonn senza invitare gli Usa. Il che non è una cattiva idea. E' molto probabile che proprio l'atteggiamento negativo dei delegati Usa impedirà all'assemblea di risolvere uno dei nodi centrali di Cop 23. Ovvero, quello dei finanziamenti necessari a "rinverdire" l'economia: i famosi 100 miliardi di dollari all'anno. Dollari che, di sicuro, non saranno gli Usa a sborsare, pur se il Paese nordamericano è tra i maggiori produttori mondiali di emissioni climalteranti. Bisognerà, dice la Francia, sedersi ad un nuovo tavolo e rifare i conti senza i cugini d'oltreoceano.

Cop 23 si presenta quindi come un fallimento annunciato. Un fallimento che oltre a tutto lascia aperte tre pericolose domande: è realizzabile l'obiettivo di contenere i cambiamenti climatici entro i 2 gradi senza gli Usa? è pensabile di finanziare questo obiettivo senza il contributo economico degli Usa? Terza e fondamentale questione: come reagiranno le altre potenze mondiali - dalla Cina ai Paesi Arabi, ma mettiamoci anche l'Europa- nel constatare che il Paese più ricco e maggiormente inquinante rifiuta qualsiasi vincolo internazionale e si prepara a giocare sul panorama dell'economia mondiale senza regole e senza limiti imposti? Sono pochi coloro che ancora si ostinano a trovare risposte positive a questi quesiti.

Eppure, Cop 23 era nato all'insegna del dialogo, della "talanoa". Parola che nella lingua parlata alle isole Fiji, cui spetta la presidenza del vertice, significa "parlare con il cuore". Sarà invece un incontro con sordi che hanno scelto di tornare a 20 anni fa, quando ancora i Cambiamenti Climatici erano una teoria come tante altre. 

Per dirla con le parole di Patricia Espinosa, presidente dell'Unfccc, Cop 23 doveva essere "il momento per passare dalla speranza all'azione". Rischia invece di passare alla storia come il vertice in cui la speranza di contenere l'aumento di temperature entro i due gradi è definitivamente morta.

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