Esercizi di musica

Riflessioni a margine del week-end del Quirinale

22 / 4 / 2013

Ore 15 di Sabato 20. Un giorno come un altro per chi si è abituato a palleggiare distrattamente con quello che resta della democrazia formale. La solita striscia rossa allarmante appare sullo schermo della diretta di Rai News dal Parlamento: “Ultima ora: Napolitano accetta l’incarico”. Buio nel cuore. Conosco bene  questa sensazione: seconda vittoria di Bush, primi scrutini attendibili del Senato alle ultime politiche, sconfitta per un soffio di Syriza in Grecia, immagini di Fukushima, generali golpisti mascherati da nuovi politici di un moderno centro destra che vincono le ultime elezioni in Cile, notizia della fine di Chavez, e tanti altri momenti che sarebbe impossibile elencare. Tanti quanti le discontinuità drammatiche che produce questo tempo storico. Già,conosco bene questa sensazione di tristezza mescolata ad impotenza che si impadronisce della razionalità dell’analisi politica e che ti immobilizza in una rabbia nichilista. “Non è possibile”, è sempre la prima cosa che mi salta in mente, e che mi comincia ad assillare come una preghiera,  che in realtà è una speranza, un appello disperato alla realtà.  Invece è possibile, è vero, e non è neppure così incredibile. Tutto ha sempre una sua genesi, una sua razionalità interna, un suo senso, e la rielezione di Napolitano, apparentemente quasi parodistica, ha invece un intento drammatico che mi si chiarisce con il passare dei minuti. Come i tre moschettieri, i leader dei tre poli hanno scelto il loro “uno per tutti”, e si sono assicurati, dopo giorni di puro panico e di pura follia, che, seppure  sfidando  il naturale decorso della vita umana, l’ottantottenne pure più acuto  e sveglio del giovane rottamatore Renzi , proseguisse fin quando possibile quel lavoro di riorganizzazione in senso autoritario degli organi democratici, quella copertura discreta dei buchi neri che circondano la storia recente di questa Repubblica, quell’assenso indiscriminato all’austerità lacrime e sangue che ci ha trasformati in pochi anni in un deserto sociale e produttivo. Non sono stati capaci di convergere su un altro nome per 48 infinite ore, in cui gli interessi particolari delle parti hanno fatto giochi bambineschi per portare alle estreme conseguenze questo voto così importante per la storia del paese. Nessun esponente dell’establishment partitocratico della prima  e della seconda Repubblica è stato in grado di convincere il quadrilatero della malapolitica, al di fuori del vecchio Presidente. Nessuno poteva garantire tutti, nessuno poteva scacciare il fenomeno Rodotà, come Re Giorgio ha fatto egregiamente in poche ore.  E così è andata.  Dopo sette anni di onorata carriera, che passano per la firma  del lodo Alfano e del legittimo impedimento, per la scelta di un governo  tecnico fatto di “destrorsi” incompetenti che hanno affossato l’Italia a botte di cattive riforme e tagli lineari, per l’ambiguità sulla trattativa stato mafia, per la scelta dei “saggi” post-democratici  dopo lo tzunami delle ultime politiche;  Napolitano bissa al Quirinale. E’ la prima volta nella storia della Repubblica. In fin dei conti  è vero che quest’anno  si è dimesso anche il Papa, quindi qualunque anomalia parrà poca cosa a confronto. E in effetti anche questa ennesima manovra  di Bersani e Berlusconi per garantire un governo sostenibile per entrambi gli schieramenti, non lascerebbe così esterrefatti, se a sinistra non fosse accaduto qualcosa di estremamente interessante ed eloquente: la candidatura da parte del M5S, appoggiata da Sel,  di Stefano Rodotà, costituzionalista  apprezzatissimo,  soprattutto teorico dei beni comuni e sostenitore delle campagne per la difesa dei territori, dei saperi e delle nuove istituzioni. I social network, unica vera agorà della opinione comune in un paese che ha perso evidentemente confidenza con le piazze, hanno sviluppato attorno alla sua figura un vero e proprio movimento di opinione che ha investito anche la base del Partito Democratico, tramite forme goffe di “Occupy” degli stessi militanti. La voce era unanime: “Diteci perché no”. E dall’altra parte nessuna risposta. In realtà D’Alema, Bersani, Letta, Finocchiaro avrebbero avuto tanto da dire a chi si interrogava sul motivo per cui in assenza di altre idee,  si preferisse uno scarpone vecchio che puzzava di DC come Marini, al Professor Rodotà. Avrebbero dovuto spiegare che un anticapitalista, un uomo che ha scoperto che oltre il pubblico statuale esiste un mondo che si è organizzato da sé e che si è definito “comune”,  non è compatibile con l’Europa di Draghi, con le agenzie di Rating e neppure con i grandi gruppi industriali che devono continuare a speculare sul territorio nazionale in barba a crisi ed austerità. Ma ve lo immaginate un Presidente della Repubblica no Tav, contrario alle grandi opere inutili, difensore dei diritti dei lavoratori? No. Non poteva accadere, almeno non con un mero pressing d’opinione dentro e fuori dai partiti del centro-sinistra. Basti pensare che questa incompatibilità tra giustizia sociale e massima carica dello stato, il PD l’ha mostrata sacrificando prima l’alleanza con Vendola, poi il suo segretario e poi se stesso. Quindi o Rodotà era un mostro, una bestia oscura di cui solo Bersani conosceva i poteri malvagi e malsani,  oppure un mostro era chi era destinato  dall’inizio  ad abitare le stanze del colle, senza se e senza ma. Il mostro giusto, in grado di proseguire degnamente l’operato del predecessore non esisteva,  e così via al bis.

Ore 18 sempre di Sabato 20. Ricordo bene che c’è stato un solo giorno in cui, nonostante la  gelida ed inaspettata notizia della compravendita dei voti di Berlusconi e la rinnovata fiducia (sempre ratificata dal Presidentissimo)  al governo, non mi assalì quella terribile sensazione immobilizzante. Era il 14 Dicembre 2010. I telegiornali comunicarono che i numeri c’erano, che tale Scilipoti aveva fatto un abile salto della quaglia, e Berlusconi poteva continuare a governare. Ma quel giorno  noi eravamo in corteo, verso il Parlamento. Ricordo quel silenzio surreale, lo sgomento tra tutti quelli che erano venuti a Roma a celebrare la fine del Governo del pagliaccio imprenditore, che ci  aveva distrutto l’università, la scuola, la sanità. Ricordo che però quel silenzio ad un certo punto fu interrotto dal rumore dei passi.  Prima pochi, poi sempre di più, poi una sinfonia meravigliosa di determinazione e rabbia. Si andava verso il Parlamento,a  non farsi atterrare dalla sconfitta. Il resto della giornata l’ hanno raccontato i giornali per almeno un mese e le nostre assemblee per almeno un anno.  Alle 18 il pensiero del 14 Dicembre si fa  ossessivo. Colpa di Repubblica tv che manda la diretta da Montecitorio di una piazza che si riempie di cittadine e cittadini indignati dalla scelta del nuovo Presidente.  E’ colpa del 14 Dicembre e di questa insana passione per la piazza, per il tumulto costituente, se per sconfiggere l’odio improduttivo, comincio a pensare:” Bisogna andare a Roma”.  Bisogna andarci anche se Grillo ha gridato al golpe, invitando il paese ad invadere la capitale. Bisogna andarci forse soprattutto per questo. Lasciare solo ai suoi deliri  il commento e l’evocazione di una giornata come quella di ieri, una giornata in cui la distanza tra democrazia formale e reale ha raggiunto il massimo storico, è  un errore non solo strategico, ma passionale.  Non importa Grillo e neppure che quella piazza non ci è familiare, anzi in parte ci è proprio ostile, bisogna andarci e basta.  Bisogna andarci perché questa liturgia dell’ingovernabilità  che non ha interesse a collocarsi nel dibattito, è pura estetica della diversità, è minoritarismo afasico, è una colpa che non si perdonerà ai movimenti, se non ci si mette in discussione per intercettare quello che accade tra i cittadini e le cittadine che pagano la crisi, che si indebitano, che odiano l’austerità.  Bisogna esserci perché un minuto dopo il comico potrebbe non esserci più, e trasformarsi come è accaduto ieri da piromane a pompiere, perché evidentemente richiamato all’ordine da quelle forze  che ieri hanno celebrato la loro conservazione.

Ore 21. Napoli è troppo vicina a Roma, se fosse successo  qualcosa non ci saremmo mai perdonati di essere stati pigri. “Partiti”, per fuggire ancora una volta la rabbia impotente.   Il viaggio dura il tempo in cui Grillo realizza, o è aiutato a realizzare,  di dover frenare quelle dichiarazioni belligeranti che aveva lanciato in modo “istituzionalmente” irresponsabile. La sua compatibilità con quell’assetto di potere, la sua strumentalizzazione costante di ogni piazza spontanea  si conferma in maniera lampante, ancora una volta. Prima di dire che non ci sarebbe stato il corteo, che lui stesso non sarebbe arrivato a Roma, ci tiene ad intimare a chi stava in quella piazza a gridare “resistenza”, di isolare i “violenti”. Rieccoci. Torna la storia dei violenti che starebbero lì in agguato se lui perdesse il polso, o meglio il controllo, della situazione. L’appello alla piazza è la sua dichiarazione di onnipotenza.  Il suo non è solo un messaggio a chi sta sotto Montecitorio, è soprattutto un’amorosa corrispondenza con chi sta dentro.  E’ una rassicurazione goffa, di un uomo che crede di poter regolare la pressione dell’acqua che bolle nella pentola, sempre.  Questo ruolo da equilibrista l’ha scelto immediatamente dopo il voto. E’ un ruolo servile, un ruolo da galoppino di quella politica partitica che critica ferocemente e che tuttavia esistendo gli permette di esistere a sua volta. I violenti, è chiaro, sono i movimenti. La violenza è qualunque pratica di resistenza. La protesta che lui definisce civile è invece l’ascolto ossequioso delle sue grida smodate.   L’unico modo di cui si fa garante.

Di fatti poco dopo le dieci la piazza comincia a svuotarsi e i lavori del Parlamento ultimano nel silenzio di una serata surreale. Napolitano è di nuovo presidente, domani chiuderanno altre aziende e ci saranno nuovi disoccupati. Lo tzunami ha prodotto l’identico, o un simile che dal dissimile non vuole prendere nulla se non elementi simbolici di novità. Ma a che servono i simboli mentre la sostanza racconta una storia sempre più drammatica? Così inizia la terza Repubblica, con una giostra confusa di simboli, deliri, affarismi , continuità e connivenza.   L’imposizione di una nuova Presidenza Napolitano ha riempito una piazza scomoda per poche ore, niente di più. E’ stato Grillo? La sua assenza improvvisa ha svuotato le strade?  Non saremmo onesti se non ammettessimo che in parte è stato certamente così, ma saremmo superficiali, se considerassimo il movimento di opinione raccoltosi attorno alle candidature al Quirinale una mera gemmazione del cinque stelle.  Tuttavia, indipendentemente dalla paternità di quella piazza e dei mille dibattitti generatisi attorno alla questione, tornati stanchi da un’avventura sprovveduta in cerca di un po’ di reattività, possiamo solo dirci che forse abbiamo ragione quando pensiamo che niente di quello che si sviluppa attorno alle scelte istituzionali riesce a creare una reazione commisurata all’attacco, che queste elezioni hanno rigirato le urne come calzini, e nonostante l’assoluta  discontinuità prodotta dai risultati l’estabilishment goffamente si riorganizza sempre, trovando anche all’irrequieto comico genovese una collocazione: in piedi sul muro che divide i movimenti dalla rappresentanza, con l’ambizione da direttore d’orchestra.  Allora per screditarne il ruolo basterebbe  suonare un’altra musica, una musica che non conosce, che lo imbarazza, una di quelle sinfonie irripetibili perchè scandite dalla moltitudine dei passi che si susseguono sull’asfalto, che corrono agili per aggirare ogni ostacolo.  Per suonarla bene però, questa sinfonia, bisogna esercitarsi tanto e sfruttare ogni occasione, crederci ogni volta,  perché l’esecuzione, prima o poi, diventi impeccabile.

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