Lo zombie della nazione e le tre crisi del nostro tempo

5 / 1 / 2016

Se, come scriveva Marx, il fantasma del comunismo si aggira per il mondo rincuorando gli oppressi e spaventando i potenti, lo zombie della nazione continua a trascinarsi ammorbando il pensiero e straziando i corpi.

Ovunque in Europa e ai suoi confini (Nord Africa, Medio Oriente e Russia) popoli e governanti sembrano presi da una follia collettiva che porta a dichiarare guerre, erigere muri, alzare fili spinati, schierare soldati e poliziotti per presidiare i confini o il cuore delle città. A volte le nazioni esistenti non bastano, non garantiscono abbastanza odio, abbastanza frontiere, abbastanza discriminazioni ed ecco sorgere allora i micro – nazionalismi che pretendono di erigere uno stato nazione su questa o quella regione, a vantaggio di questa o quella etnia.

La nazione, piccola o grande che sia, laica o fondata sulla religione che sia, deve essere difesa! Difesa dai terroristi o da coloro che fuggono dal terrorismo; difesa finanziando chi finanzia coloro che la attaccano; difesa in nome della democrazia attraverso l’abolizione delle garanzie democratiche.

Ma precisamente cosa si vuole difendere? Cosa significa «nazione»?

Grossomodo per la maggioranza delle persone in Europa il termine ha conservato il suo significato ottocentesco, quello che le assegnava Manzoni quando auspicava l’Italia

«Una d’arme, di lingua, d’altare,

di memorie, di sangue e di cor».

In realtà monolitico «noi» che si dovrebbe incarnare nella nazione non è mai esistito (per fortuna), le differenze culturali, ideologiche e di classe hanno sempre fatto sì da garantire elevati livelli di diversità all'interno delle società europee, nonostante la pulsione genocida all’«uniformità» che ha segnato la storia moderna e contemporanea del continente. Soprattutto in Italia dove nei momenti centrali della nostra storia non vi è stata neppure l’unità «d’arme» (ovvero è sempre stata centrale l’azione di combattenti irregolari e rivoluzionari come i garibaldini e i partigiani più che quella dell’esercito regolare), figuriamoci quella «di memorie» e «di cor»!

Il termine «nazione» ha una storia articolata ed è stato utilizzato per i più diversi scopi.

La rivoluzione francese con la Dichiarazione dei diritti dell’ uomo e del cittadino aveva affidato alla nazione il monopolio della sovranità dopo averlo sottratto ai monarchi e alle istituzioni cetuali dell’Antico Regime. Il concetto era dunque connesso all'ascesa della borghesia, al passaggio da «sudditi» a «cittadini». Nel corso del XIX secolo la nazione iniziò ad essere declinata come entità metafisica, nei termini di un unione sciovinista di «sangue e suolo», oppure in quelli «democratici» di mezzo, scelto da Dio, tramite cui operare per il bene dell’umanità tutta. Nel Novecento si arrivò al cupo sogno di fondare la nazione sulla «razza» e alla luminosa speranza di poterla mettere al servizio del socialismo.

Infine la si diede per morta, la si considerò ormai superata nel quadro di un’economia capitalistica globalizzata e di istituzioni sovranazionali tecnocratiche. Proprio le contraddizioni connesse alla struttura economica del capitalismo le hanno però impedito di riposare in pace, l’hanno fatta uscire da sottoterra.

La nazione è tornata, e come spesso capita ai morti viventi è qualcosa di spaventoso.

Che cosa ha richiamato in vita lo zombie della nazione in Europa e dintorni? Cosa favorisce il contagio che trasforma milioni di cittadini del continente più ricco e colto del pianeta in orde indistinte, ora vocianti ora catatoniche, sempre però piene d’odio e di pregiudizi? Occorre scoprirlo se vogliamo uscire da un incubo che ogni giorno si fa sempre più cupo. Occorre guardarsi intorno e cercare di capire cosa sta accadendo, cosa ha richiamato in vita ciò che si era dato per morto.

Gli attuali governanti conservatori o «socialdemocratici» sono espressione di ristrette oligarchie abituate a muoversi su scala globale all'interno delle logiche di un capitalismo estrattivo (che estrae valore da ogni aspetto della vita umana e saccheggia i beni comuni senza essere in grado di restituire nulla alla collettività) segnato dall'impossibilità e dal disinteresse a «fare società», cioè ad accettare le mediazioni inerenti una qualsiasi forma di responsabilità sociale.

Questa forma di capitalismo negli ultimi 30 anni ha distrutto il welfare state, precarizzato il mercato del lavoro e decimato il ceto medio, in breve ha portato ad un progressivo aumento delle differenze sociali e ad un sostanziale svuotamento delle istituzioni e dei processi democratici. Le élite espressione di questo assetto economico probabilmente, se potessero, direbbero ai cittadini europei «se tanto sapete fare lo stesso lavoro che fanno in Asia o in Africa perché dovrei trattarvi meglio di come trattiamo chi vive lì o chi da lì si trasferisce qui?». Ma questa affermazione non è esprimibile, a meno di non alienarsi anche la quantità minima di consenso necessaria a governare la società. Non si può fondare nessuna nuova comunità politica sul mantra del capitalismo attuale: «massimizzare i profitti nell'immediato e con qualsiasi mezzo senza pensare alle conseguenze». Di qui la necessità per le classi dirigenti di continuare a fare riferimento a comunità politiche ormai superate, la necessità di utilizzare come strumento egemonico sulla società il vecchio e sempre più obsoleto strumento dello stato nazione, con tutte le retoriche ad esso connessa. Anzi in questi ultimi anni anche nell'Europa occidentale stiamo assistendo ad una «rinazionalizzazione delle masse», spesso propugnata anche da politici o studiosi di area «progressista». Ovviamente la retorica «nazionale» e lo strumento dello stato-nazione sono funzionali alla tutela degli interessi dell’oligarchia, non preconizzano certo un ritorno a forme di «tutela» dei cittadini da parte dello stato.

Di fatto mentre la nazione appare sempre meno vincolante per le classi dirigenti ed imprenditoriali («se voglio sposto i miei capitali dall'altra parte del mondo e tanti saluti»), lo diventa sempre di più per la gente comune («chiudiamo i confini non possiamo accogliere tutti», «contro il terrorismo dobbiamo rimettere i controlli alle frontiere», «chi sciopera o protesta ostacola il bene del paese»).

Questa realtà è stata descritta senza giri di parole da un prestigioso analista militare, il generale Fabio Mini, già capo di stato maggiore del comando NATO per il sud Europa e comandante delle forze di sicurezza in Kosovo. Nel suo libro La guerra spiegata a… (Einaudi, 2013) Mini spiega come l’emergenza militare permanente in cui viviamo da almeno quindici anni non sia frutto di una guerra tra stati, tra ideologie o tra civiltà, bensì una «guerra per bande»: «le bande perseguono fini privati di profitto e potere a discapito delle istituzioni e del bene comune», la guerra non è che uno dei molti strumenti adoperati dalle bande per acquisire profitto e potere. Ciò è stato reso possibile da quella che è una delle basi  del neoliberismo: «l’obsolescenza programmata» del concetto di bene pubblico a vantaggio della privatizzazione di beni e servizi. Questo processo ha raggiunto il culmine grazie al meccanismo del debito:

«Oggi, un’altra funzione fondamentale degli stati è, paradossalmente, quella di accumulare debiti e, con i fondi ottenuti a prestito, assecondare gli interessi privati non dei cittadini, da cui ricevono tasse e lavoro, ma dei non cittadini che speculano. L’unico mercato veramente globale è quello del debito pubblico. Gli stati sembrano organizzati per accedere a debiti esclusivi, indisponibili ad altri enti economici. E pur di rimanere sul mercato contrarrebbero debiti, ipotecando e svendendo il patrimonio, le risorse e il lavoro, la produzione e il futuro della gente. […]

Perciò il bene pubblico, che gli stati tendono a salvaguardare con l’accesso al credito, si identifica con la capacità di continuare a contrarre debiti sapendo di alimentare la speculazione.

In tale quadro gli eserciti e gli apparati di sicurezza non hanno più il ruolo di difesa delle istituzioni statali. L’interesse delle bande impone che difendano il sistema fintanto che garantisce l’aumento del debito, anche se ciò determina la limitazione della sovranità, la dipendenza politica, la schiavitù morale e intellettuale, e il fallimento degli stati stessi»

Dunque (e a dircelo è un generale!) gli apparati dello stato, compresi quelli che su cui esso fonda il proprio monopolio della violenza in un dato territorio, possono funzionare solo fintanto che non contrastano i meccanismi di accumulazione di profitto del capitalismo estrattivo.

Occorre però ricordare che il capitalismo neoliberista ha bisogno dello stato nazione come braccio armato e come sovrastruttura politica entro la quale raccogliere consenso. Proprio la natura estrattiva dell’attuale capitalismo, la sua incapacità di «fare società», lo condannano a servirsi di questo strumento sempre più obsoleto. O meglio la sua obsolescenza rende lo stato nazione funzionale al capitalismo odierno perché incapace di reggersi al di fuori del suo contesto, a meno di non condannarsi agli stenti di un isolamento di tipo nordcoreano. Dunque appare irrealistico che un singolo governo nazionale (almeno per quanto riguarda i paesi europei) possa intraprendere politiche in contrasto con le logiche del capitalismo e della finanza globale avviando esperimenti quali la nazionalizzazione delle banche o di settori produttivi chiave, oppure rinnovate politiche di Welfare state che andrebbero sostenute contraendo nuovi debiti.

Siamo quindi in presenza di una contraddizione tra una struttura economica universale ed una sovrastruttura politica localistica (perché su base nazionale), questa contraddizione determina un rapporto perverso di reciproca dipendenza tra capitalismo e stato nazione. Naturalmente però si tratta di una dipendenza dettata dalla subordinazione del secondo al primo, ovvero l’accumulazione capitalistica di profitto è il fine e lo stato nazione è il mezzo. Un mezzo, è bene ripeterlo, scelto non per la sua efficienza ma per la sua obsolescenza, un’obsolescenza che lascia campo libero al «mercato».

Possiamo pertanto indicare nel rapporto perverso tra capitalismo estrattivo e stato nazione la contraddizione decisiva all'interno delle forme di dominio del nostro tempo. È questo il nodo da sciogliere, il macigno da far saltare.

Siamo infatti in presenza di una struttura economica capitalistica integrata a livello mondiale (per la quale, del resto, è fondamentale la tenuta dell’eurozona) ed una sovrastruttura politica che continua ad affidare il monopolio della sovranità allo stato nazione. La sovrastruttura politica è inadeguata rispetto alla struttura economica e questa inadeguatezza è alla base delle tre crisi del nostro tempo: economica, ambientale e militare. Ovvero produce di l’incapacità di avviare un ciclo espansivo dell’economia, l’incapacità di affrontare seriamente l’emergenza ambientale, l’incapacità di porre davvero fine alla guerra globale del terrorismo. Nessuna di queste crisi globali è affrontabile attraverso lo strumento dello stato nazione, perché si tratta di uno strumento per sua natura teso a garantire i diritti dei suoi cittadini, ovvero degli abitanti di una precisa porzione di mondo che si ritiene abbiano tra loro un certo tipo di legame.

Come può questa forma di organizzazione politica, la cui autorità è per sua natura limitata ad un preciso pezzo di mondo e si trova in rapporto di competizione con le autorità vigenti su altri pezzi di mondo, tutelare i diritti dei suoi cittadini se il loro lavoro dipende da un’azienda che può rapidamente trasferirsi in un altro continente? Se i loro risparmi sono affidati ad una banca che li investe dall'altra parte del globo? Se alcuni di questi cittadini d’improvviso decidono di uccidere i propri compatrioti in nome di un’organizzazione terroristica sorta grazie al caos e dalla violenza che infuriano a decine di chilometri dalle «sacre frontiere» che si vorrebbe difendere? Per non parlare del fatto che quelle stesse frontiere difficilmente potranno trattenere inondazioni o fenomeni meteorologici estremi frutto di una catastrofe ambientale globale.

Per di più l’Europa, incapace di dotarsi di un stato di dimensioni continentali, appare in questo contesto un elemento sempre più fragile che contribuisce in modo determinante con la sua assenza come soggetto attivo agli squilibri a livello mondiale. Ciononostante i popoli europei continuano egualmente a rivolgersi allo stato-nazione (o sognano di crearne di nuovi su base localistica) per difendere od estendere i propri diritti o per tutelare i propri risparmi. Questo accade perché tutta la cultura politica del continente negli ultimi due secoli ha fatto proprio della «Nazione» (già esistente o da costruire) la cornice entro cui conquistare diritti civili e sociali. Il benessere e la libertà degli individui sono stati fatti dipendere dalla loro cittadinanza trasformando così l’appartenenza ad un corpo sociale in un privilegio che assegna maggiore o minore valore alla vita delle persone a seconda della loro etnia, della loro religione o del posto in cui sono nati.

Per questo oggi la maggior parte degli europei ritiene che difendendo gli interessi del «proprio» stato o magari ribadendone la «sovranità» potranno migliorare le proprie condizioni di vita e tutelare i propri interessi. Evidentemente non hanno capito che gli stati nazione non appartengono ai popoli ma a chi se li compra con moneta sonante e che nulla può più ribaltare questo processo. Milioni di cani di Pavlov continuano ad accorrere quando suona la campanella della nazione anche se da ormai molto tempo trovano la ciotola vuota.

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