Noi, l'Europa e la fabbrica algoritmica

Un contributo all'analisi di fase dall'assemblea dei Centri Sociali Marche

8 / 10 / 2018

In esito alla discussione che si è tenuta in occasione dell'assemblea regionale dei Centri Sociali delle Marche, abbiamo deciso di produrre un documento che non fosse un semplice report della discussione, ma che provasse a rielaborare in forma più organica i molteplici spunti di riflessione emersi riguardo alla lettura della fase che stiamo attraversando. La discussione ci ha portato sin dall'inizio a riesaminare, nei limiti di un confronto assembleare, la crisi conclamatasi nel 2008, nella convinzione che il contesto attuale sia fortemente segnato dai suoi effetti, tutt'altro che superati ed ancora pienamente in corso. Proponiamo il tracciato della nostra riflessione nel documento che segue.

La crisi del 2008 ha prodotto effetti di ampia e lunga portata.

A livello sociale, oltre ai vasti processi di precarizzazione, impoverimento e ridefinizione in termini restrittivi del diritto del lavoro, la crisi ha generato forti pulsioni nazionalistiche e la tensione ad individuare nella “chiusura” e nelle proposte politiche di irrigidimento del controllo e dell'ordinamento, gli strumenti più semplici ed abbordabili di difesa in funzione di un'attenuazione della spirale di tracollo verso il basso prodotta dalla crisi. In tale contesto il ruolo svolto dalle istituzioni europee ed i rigorismi dell'austerity imposti senza rilevanti mediazioni ai singoli Paesi, con la Grecia a “certificare” l'assolutismo e la violenza dei dispositivi economici e finanziari messi in campo, hanno generato una diffusa ostilità nei confronti della narrazione europeista, legittimamente identificata non con la retorica delle enunciazioni ideologiche, bensì con la sua traduzione materiale, con l'usura praticata su larga scala e la sistematica depauperazione di ampi strati sociali. In mancanza di una reale proposta capace di catalizzare il potenziale oppositivo sul terreno del conflitto sociale e di una difesa ed espansione dei diritti di respiro continentale, le tensioni generate dalla crisi sono state intercettate dall'impianto ideologico e propagandistico della destra nazionalista, che si è potuta facilmente avvantaggiare della divulgazione populista, del bieco giustizialismo, della retorica anti-casta e della più classica ed ortodossa politica del “nemico esterno” attraverso la colpevolizzazione dei migranti, lo spettro delle invasioni e la somministrazione di un facile quanto diffuso capo espiatorio.

L'insieme di tali dinamiche, qui appena accennate, hanno oggettivamente prodotto una rinnovata tensione neo-nazionalista che ha fatto fuoriuscire il fenomeno dai confini delle piccole patrie e di vicende tutto sommato collaterali, trasformandolo in una fisiologia che oggi investe gli spazi centrali del dibattito politico e culturale e che è in grado di produrre assemblaggi nello scenario italiano ed in quello europeo che insistono direttamente sulla gestione del potere.

Ma la crisi del 2008 ha prodotto effetti di ampia e lunga portata anche sul versante contrapposto a quello sociale, ovvero direttamente nella compagine economica ed organizzativa del capitale, nella strutturazione e gestione dei processi economici e politici globali. Qualcuno ha scritto che il crollo di Lehman Brothers nel settembre del 2008 rappresenterebbe il corrispondente, sul versante capitalistico, di ciò che ha rappresentato per il sistema sovietico e dell'Est Europa il crollo del muro di Berlino del 1989. Forse si tratta di una forzatura e le unità di grandezza non sono sullo stesso piano. Si tratta, però, di un'evocazione utile a sottolineare la rilevanza delle implicazioni della crisi anche sul versante capitalistico ed in quello dei relativi assetti organizzativi e gestionari, implicazioni forse in questi anni non adeguatamente analizzate dal punto di vista dei movimenti. La tempesta che ha attraversato i mercati mondiali ha prodotto sul terreno capitalistico una molteplicità di effetti. Per le finalità di questo contributo, ci limitiamo a soffermarci sinteticamente su due aspetti che riteniamo particolarmente rilevanti per l'analisi della fase che stiamo attraversando. Il primo riguarda la necessità, emersa sin dal primo affacciarsi della crisi, da parte del capitale di avviare tempestivamente un processo di ridistribuzione verso l'alto delle ricchezze che, probabilmente, non ha pari nella recente storia del capitalismo globale. Nell'arco di pochi anni uno spaventoso quantitativo di risorse economiche è stato sottratto, con diversi grimaldelli giuridici e finanziari, alle “casse” pubbliche ed a quelle sociali e familiari. Una rapina in grande stile, neppure tanto occultata, che abbiamo subìto, che ha modificato la qualità della nostra vita e che è tuttora in atto attraverso la morsa del debito pubblico, la cui espansione è una diretta conseguenza della crisi e dei processi di ridistribuzione verso l'alto che ne sono seguiti. A ciò si deve aggiungere che tale gigantesca espropriazione di risorse ha avuto luogo senza alcuna compensazione, neppure sotto il profilo dei rapporti di potere tra classi dominanti e classi subalterne: al contrario, sulla spinta della crisi sono state avviate controriforme, persino di natura costituzionale, che hanno radicalmente ristretto diritti e prerogative sociali favorendo un ulteriore potenziamento dei dispositivi di controllo e gestione dei processi di sfruttamento e di estrazione di valore, umano ed ambientale. 

Ma, e qui veniamo al secondo aspetto, la crisi e la necessità di avviare e realizzare simili processi di ridistribuzione verso l'alto di risorse economiche, finanziarie e di potere, ha anche fatto emergere i limiti dei dispositivi di governance sovranazionali sperimentati e messi a punto fino a quel momento. Limiti che si sono palesati su due livelli: quello della capacità di previsione e, successivamente, di gestione della crisi in funzione di una prospettiva progettuale omogenea ed a lungo termine, e quello degli strumenti attraverso cui le decisioni assunte sul piano sovranazionale potevano essere efficacemente imposte alle popolazioni. I processi di espropriazione sociale innescati con la crisi hanno rivelato la non ancora matura sufficienza dei dispositivi sovranazionali, in grado di produrre decisioni dotate di un effettivo potere di imposizione ma ancora, in qualche maniera, menomate del potere di tradurre tali decisioni in norma, il comando in legge, ovvero in imposizione legittimata dai processi “democratici” di produzione normativa collocati all'interno dei singoli ordinamenti nazionali. Già in precedenti contributi abbiamo voluto evidenziare come all'interno degli assetti globali, pur in presenza di una oggettiva desovranizzazione degli Stati, continuava a permanere all'interno degli ordinamenti nazionali il ruolo di legificazione delle decisioni, ovvero della loro legittimazione, e della conseguente imposizione anche in termini repressivi, attraverso la traduzione della decisione in norma. Non si tratta né di una questione “formale”, né di una questione marginale. Il potere delle leggi, e quindi il potere di farle e di imporle, non è un tema di natura “procedurale” ma un tema di natura sostanziale che si inscrive all'interno del processo decisionale garantendone l'effettivo compimento e la riduzione dei rischi di ribellione/insubordinazione. Sottrazione di sovranità agli ordinamenti nazionali e mantenimento al loro interno del potere di legificazione non sono elementi in contraddizione tra loro, ma in continuità, la cui coesistenza segna lo stato di evoluzione e di maturazione dei dispositivi decisionali sovra-nazionali: uno stato di evoluzione che ad oggi, per una molteplicità di ragioni che qui non è possibile analizzare, non è in grado di assorbire in sé anche una generalizzata funzione di diretta produzione normativa (anche se, in realtà, un campo sovranazionale di diretta o indiretta produzione normativa esiste e tenderà ad estendersi). 

La crisi del 2008 e la necessità per il capitale di una vasta ridistribuzione verso l'alto di ricchezze e di nuovi strumenti di controllo e di flessibilizzazione della forza-lavoro, ha indotto ad un utilizzo dispiegato degli ordinamenti nazionali per conseguire l'obiettivo. Gli squilibri che si sono generati nello scenario internazionale, fortemente amplificati dall'insorgere di vasti conflitti ed eventi bellici in aree strategiche del mondo, ha aperto tra i diversi agglomerati capitalistici una fase violenta di ridefinizione del controllo, anche politico, sulle aree di mercato e di sfruttamento naturale: tale dinamica ha impegnato e sta impegnando, a sua volta, livelli organizzativi statuali, compresi quelli militari.

L'utilizzo dei livelli organizzativi statuali e dei processi di legittimazione garantiti dai rispettivi ordinamenti, ha svolto e svolge dentro la crisi, i cui effetti sono ancora pienamente in corso, una funzione integrativa e compensativa dei limiti e delle insufficienze dei dispositivi decisionali sovra-nazionali maturati nel quadrante globale ed europeo. Tale chiave di lettura, che certamente necessita di un'analisi più complessa ed approfondita di quella che possiamo proporre in questa sede, trova in qualche maniera conferma nella evidente capacità di tenuta e di espansione di quei Paesi, come la Russia e la Cina, che hanno potuto combinare la loro dimensione sostanzialmente “continentale” con processi decisionali fortemente integrati all'interno di un omogeneo ordinamento giuridico-istituzionale, resi tempestivi ed efficienti (in senso eminentemente capitalistico) da sistemi svincolati dalle garanzie e dai perimetri dello stato di diritto. 

Muovendo da queste riflessioni riteniamo che possano essere enucleati due elementi interconnessi e rilevanti ai fini di un contributo alla lettura della fase che stiamo attraversando. 

Il primo riguarda proprio quelle tensioni neo-nazionaliste a cui facevamo riferimento in apertura. E' certamente vero che tali tensioni sono alimentate e diffuse dalla propaganda di organizzazioni di destra e sovraniste, dalla costruzione di consenso intorno a determinati progetti politici ed alle forze che li rappresentano e da un contesto culturale e comunicativo che valorizza, anche in termini economici, una simile spirale. Ma è altrettanto vero che tali tensioni sono il riflesso primario di dinamiche molto più profonde e molto meno sovrastrutturali. E' nella fase più complessiva di utilizzo degli ordinamenti nazionali in funzione di una ridefinizione dei poteri dentro la crisi e nel quadrante globale che esse, in ultima istanza, traggono origine e si traducono anche nelle derive, non per questo meno pericolose, della destra sovranista. La rappresentazione propagandistica che, per quanto riguarda l'Europa, accredita uno scontro tra Paesi ad ispirazione “europeista” e forze politiche ad ispirazione “nazionalista” in realtà è falsa ed ideologica. Lo scontro effettivamente c'è, ma ciò che manca è proprio la parte “europeista”, se per “europeismo” intendiamo la declinazione valoriale (e mitologica) del perseguimento del progetto di un'Europa unita, a democrazia avanzata, basata sull'eguaglianza tra popoli e persone, fautrice di un'espansione dei diritti sociali e civili. I Paesi che oggi si accreditano come europeisti, Francia e Germania in primis, attuano in realtà politiche misurate unicamente sugli specifici e particolari interessi del proprio sistema economico, cercando di tutelare ciò che dell'impianto istituzionale ed economico europeo è necessario e funzionale al proprio posizionamento dentro l'attuale fase di ridefinizione degli equilibri nello scenario globale. Le ipotesi di “unificazione europea” di cui parlano gli economisti “illuminati” in Germania sono tutt'altro che emancipative e prevedono (tra le altre cose) la costituzione di un FME (Fondo Monetario Europeo) con funzioni e poteri equiparabili a quelli del FMI, corroborati da una rigorosa centralizzazione del controllo fiscale: il tutto all'interno di un sistema di poteri inevitabilmente “differenziale” che garantisce la prevalenza dei paesi “europeisti” sugli altri. Se poi ci si volesse discostare dalle prospettive economico-istituzionali per aprire lo sguardo sul terreno dei diritti (fingendo per un attimo che i due aspetti possano essere separati) le immagini degli scempi perpetrati ai danni dei migranti e delle popolazioni dai governi con cui questa Europa ha stipulato accordi per il controllo dei flussi migratori, così come le immagini di migliaia di bambini, donne e uomini esclusi, cacciati o rinchiusi perchè “colpevoli” di fuggire dalla povertà, dalle guerre e dalle crisi ambientali di cui questa Europa è tra i principali responsabili, saturano ogni ulteriore argomento.

Attualmente non c'è in Europa uno scontro tra “europeisti” e “nazionalisti”: lo scontro è tra agglomerati di interessi diversi, tra chi si contende i poteri, tra diverse declinazioni di un neo-nazionalismo che, in realtà, in questa fase, attraversa entrambe le parti, seppur in “dosi” e con impianti ideologico-culturali diversi. Così come, rovesciando la prospettiva, anche il mantenimento di un impianto istituzionale e di coordinazione europeo è saldamente presente, al di là delle allusioni propagandistiche, in entrambe le parti attrici, comunque subordinate ai vincoli ed alle strategie globali del capitale.

Questo, ovviamente, non significa sottovalutare le diverse implicazioni che derivano da uno spostamento della compagine istituzionale europea da una parte o dall'altra o le conseguenze che un'espansione dell' “asse di Visegrad” produrrebbe: è però necessario analizzare il quadro nella sua dimensione reale ed elaborare un nostro punto di vista da cui muovere le nostre prospettive.

L'altro elemento riguarda il rapporto tra dinamiche globali e tensioni neo-nazionaliste.

Se è vero che, per le ragioni sopra esposte, la crisi conclamatasi nel 2008, unitamente ad altre precipitazioni che si sono determinate in aree geopoliticamente strategiche, ha prodotto un ciclo di profonda ridefinizione degli equilibri negli scenari mondiali, all'interno del quale il peso di alcuni Paesi viene messo in gioco per ottenere il miglior riposizionamento possibile, è altrettanto vero che i processi globali non sono né arrestabili, né invertibili in quanto prodotto fisiologico e necessario della finanziarizzazione economica e dei dispositivi capitalistici di estrazione del valore. Guerra dei dazi e provvedimenti di natura protezionistica piuttosto che un improbabile ritorno al passato (come certe volte vengono retoricamente dipinti) avranno un ruolo nella geografia dei rapporti di forza attraverso cui si tenterà di riconfigurare organismi come il WTO e, più in generale, i meccanismi plurilaterali di raccordo dei processi economici e di controllo/gestione delle loro ricadute sociali. D'altra parte, la stessa dinamica protezionistica, pur potendo dare alcuni risultati nel breve periodo, va inevitabilmente incontro ad un corto-circuito. Le cosiddette “catene globali del valore” determinano il fenomeno per cui “...Ciò che oggi un Paese avanzato acquista dall’estero incorpora quote significative di valore aggiunto (Pil) del Paese importatore, contenuto in migliaia di prodotti intermedi e semilavorati (parti e componenti) che lo stesso Paese ha prodotto e ceduto attraverso numerose trasformazioni in processi produttivi sparsi nel mondo. Questo valore aggiunto nazionale viene pertanto penalizzato nel momento in cui i dazi colpiscono l’importazione di prodotti finiti...” (Onida - Sole 24 ore). 

Il piano sovranazionale rimane centrale e determinante, anche se la sua ridefinizione in termini di “riorganizzazione” capitalistica non è affatto lineare e probabilmente passerà attraverso reiterate precipitazioni, sia in termini di crisi economica, che in termini di crisi politica. Le filiere di alleanze economiche e militari che emergono nello scacchiere internazionale, denotano, a loro volta, la necessità, dentro la stessa conflittualità inter-capitalistica, di riorganizzare livelli di decisionalità e di intervento sovranazionali. 

Interpretare la fase che stiamo attraversando come una sorta di tornante storico con la riesumazione dei fasti dello Stato-nazione sarebbe un gravissimo errore. Così come sarebbe un errore porre sullo stesso piano i Paesi a dimensione continentale e federale, con i singoli Stati-nazione europei. Al contrario, il processo di ridefinizione degli equilibri globali, salvo una crisi generalizzata dalle proporzioni e dagli esiti imprevedibili, tenderà ad approdare a dispositivi decisionali sovranazionali ancora più avanzati. Questo non perchè esista un progetto definito e comune tra i diversi attori dello scenario mondiale, ma perchè è la stessa dinamica economica che necessita di un simile sviluppo. All'interno di questo processo il progressivo superamento dello Stato di diritto e dell'armamentario democratico-liberale costituisce un passaggio obbligato nella ridefinizione del ruolo dei singoli ordinamenti giuridici in rapporto ad una riconfigurazione più matura ed efficace dei dispositivi decisionali sovra-nazionali, del relativo impianto istituzionale e della loro relazione organica con le necessità del capitale globale. Non è un caso che tra le economie più forti e più competitive in questo momento ci siano proprio quelle in cui lo Stato di diritto è ridotto ai minimi termini o è sottoposto ad un progressivo processo di restrizione.

In un simile contesto assistere al penoso tentativo, dettato dalla disperazione elettorale, di recuperare a sinistra addirittura il concetto di “patria” ci sembra che vada veramente oltre al fondo più fondo possibile. Patria, Nazione, identità nazionale: l'unica cosa che possiamo dire è che speriamo che il vento della storia, comunque esso si generi, possa spazzarle via. 

La spirale di rinazionalizzazione della politica “da sinistra”, in tutte le gradazioni che vanno da quella “patriottica” a quelle del “nazionalismo europeista”, contrabbanda la mera semplificazione come una sorta di realismo capace di costruire prospettive concrete di cambiamento. L'errore politico di fondo, laddove non vi sia la mera strumentalità, sta esattamente nella volontà, integralmente ideologica, nel senso gramsciano del termine, di piegare, in modo forzoso e caricaturale, analisi, strategie ed organizzazione alla tattica e al consenso, all'immediatezza e a volte al puro opportunismo personale. Da qui, la speranza, non certo la certezza della riuscita, di pensare che la strategia e l'analisi politica possano essere interscambiabili con la tattica immediata. Da qui la rincorsa ai temi ed ai linguaggi di una destra sempre più aggressiva, nella speranza, nuovamente, di alcuni risultati immediati. Da qui, l'accantonamento, più o meno esplicito, dentro i processi di rinazionalizzazione della politica, sia nella sua versione sovranista di sinistra che in quella europeista, di una opzione in grado di restituire centralità alla costruzione e organizzazione di movimenti in grado di trasformare l'esistente, accantonamento operato in nome di un realismo che altro non è che miopia politica e ideologia di conservazione e sopravvivenza.

Per quanto ci riguarda, pensiamo che oggi più che mai lo spazio europeo, sia uno spazio strategico di azione e di produzione di processi di soggettivazione. Questo non per idealismo o qualche vaga affezione al mito europeista post-bellico, ma per una valutazione strettamente materialistica del contesto globale con il quale siamo chiamati a misurarci. Non esiste un rapporto diretto individuo/mondo, così come non esiste un rapporto diretto classe/mondo: il rapporto è necessariamente mediato dalle forme organizzative, siano esse quelle autonome prodotte all'interno dei processi rivoluzionari, siano esse quelle imposte dalla controparte. All'interno dei processi globali di ridefinizione degli equilibri, delle tensioni e fratture che essi generano e degli esiti che in un modo o nell'altro producono, lo spazio continentale, inteso non nella sua qualificazione meramente geografica, ma nella sua configurazione economica, giuridica e politica, è destinato a svolgere un ruolo primario. Per questo, inevitabilmente, non possiamo che immaginare tale spazio come un luogo necessario di soggettivazione multitudinaria e come latitudine strategica del conflitto. In un'Europa che vede la compresenza di diversi ordinamenti, a cui corrisponde una differenziazione anche sul terreno dei “sistemi sociali” e delle condizioni materiali di classe, non è facile costruire orizzonti di mobilitazione comune e piani unitari di rivendicazione. Di certo non sono immaginabili movimenti di dimensione continentale che non muovano da un fisiologico radicamento delle conflittualità all'interno dei territori e, quindi, degli specifici ordinamenti che li governano. Ma è anche vero che il governo dei territori travalica gli stessi ordinamenti nazionali ed è costantemente infiltrato, condizionato ed indotto da processi decisionali sovranazionali e dai dispositivi di estrazione del valore globali. Se, dunque, è vero (e dobbiamo affermarlo con chiarezza) che lo sviluppo di movimenti a respiro continentale necessita primariamente del loro sviluppo all'interno dei singoli ordinamenti, dove la composizione sociale condivide sistema sociale, leggi, impianto istituzionale e sistema di governo, è altrettanto vero che tale sviluppo apre fisiologicamente spazi progressivi per una narrazione ed un'azione che si proiettano nello scenario europeo attraverso l'individuazione delle interconnessioni che l'oggetto stesso del conflitto finisce, nel suo processo materiale, con l'evidenziare. Per questo riteniamo importante, tanto più nella fase attuale, costruire una nostra narrazione dello spazio europeo, capace sia di evidenziare le necessità materiali da cui essa trae origine, sia di rappresentare una visione che, nella sua declinazione sociale e di classe, è irriducibile alle polarizzazioni che oggi saturano lo spazio politico europeo ed alle mitologie di riforma in senso sociale dell’attuale impianto istituzionale della UE. La possibilità di recuperare un “discorso” sociale sull’Europa e di contrastare realmente l’espansione delle destre nazionaliste e razziste passa attraverso il superamento di ogni ambiguità, la definizione di una linea di demarcazione al di là della quale non c’è solo l’Europa di Salvini, di Orban e della triste compagnia di Visegrad, ma anche quella di Macron, della Merkel e, non ultima, quella che la May vorrebbe alla gestione delle relazioni post-Brexit. Ma riappropriarci di un nostro discorso sull’Europa significa anche rompere ogni ambiguità sul terreno della riformabilità dell’Unione Europea e ogni contiguità con visioni che in maniera del tutto dissociata dalla realtà storica, economica e politica, continuano ad accreditare ipotesi fantasmagoriche di radicale riforma, attraverso l’azione in seno al parlamento europeo, dell’impianto istituzionale e socio-economico dell’Unione in direzione di un profondo allargamento degli spazi di democrazia, dei diritti e della giustizia sociale. Si tratta di visioni talmente distanti dalla reali condizioni in campo, da essere palese sia la loro dimensione meramente ideologica, sia la loro strumentalità orientata al perseguimento di obiettivi particolaristici. Leggere o assistere ad interventi in cui si elucubra, astraendosi totalmente dalle condizioni storiche, su quelli che potrebbero essere gli ideali assetti istituzionali di un’Europa futura, appare sinceramente paradossale. E questo non perché in Europa non ci saranno profondi cambiamenti, ma perché tali cambiamenti, questi sì realistici in quanto basati sui reali rapporti di forza e di produzione, andranno esattamente nella direzione opposta a quella auspicata. Se esiste una possibilità, e noi siamo convinti che esista, di incidere effettivamente sui processi in atto in termini di contrasto o di rovesciamento, tale possibilità non si colloca certamente nelle marginali rappresentanze costituite all’interno di un Parlamento europeo altrettanto marginale. Contrariamente a chi in vista delle elezioni europee torna a proporci la retorica del “voto utile”, dei “fronti della sinistra” o del voto “del popolo per il popolo”, pensiamo che con questa Europa dei muri, dei nazionalismi, delle imposizioni economiche e dei sacrifici sociali, dobbiamo segnare una rottura chiara e non essere parte del suo “azionariato” politico-amministrativo. Così come è necessario segnare la nostra distanza rispetto ad opzioni che in maniera sempre più totalizzante collocano nelle rappresentanze parlamentari ed istituzionali la possibilità “realistica” di cambiamento. In un articolo uscito su “Il Fatto” dal titolo ammaliante “Sinistra. Ritorno al conflitto” l'autore, intervenendo nel dibattito sulle prospettive future della sinistra, scrive “...se la sinistra riformista perdeva sempre di più la categoria del conflitto quale strumento logico di interpretazione del reale, la sinistra radicale ha avuto la sprovvedutezza di scambiare la categoria del conflitto con quella della conflittualità. Cosa ben diversa! Il conflitto si studia, si individua, si interpreta e si rappresenta all’interno delle istituzioni; la conflittualità non ha bisogno di queste fatiche. E’ ideologia e si schiamazza...Se c’è dunque un punto da cui bisogna ricominciare per un fronte che voglia essere aderentemente progressista è quello del paziente studio del progresso che ha conosciuto storicamente la categoria del conflitto nel gran libro della società; del suo studio, dell’intendimento e della rappresentazione nelle istituzioni parlamentari...”.Perfetto, non si poteva rappresentare meglio sia le derive connesse alla riscrittura della categoria del conflitto dentro l'impianto istituzionale, sia ciò che per noi va rigorosamente combattuto e battuto. Riaprire un nostro discorso sull'Europa significa in qualche maniera tornare alle radici di un'opzione che senza aspettative velleitarie di “colpi di scena” torni a dipanare una canovaccio di contenuti, di idee-forza, intorno al quale provare a riallacciare i fili di una visione “accomunatrice”, capace, cioè, di tradurre in un “comune” le conflittualità, le rivendicazioni e le vertenzialità che si producono all'interno dei territori e dei singoli ordinamenti nazionali. Solo segnando, nell'immaginario e nella pratica, la differenza irriducibile tra la nostra idea di Europa e l'Europa che ci viene imposta possiamo recuperare spazio di azione e ricomporre nel sociale l'idea di Europa con quella di libertà ed emancipazione. Se per un momento, distaccandoci dal dato storico, volessimo attribuire al termine “europeismo” il valore di un significante che richiama i diritti universali, le conquiste sociali ed il superamento dei nazionalismi, dovremmo dire che in questo momento nell'agone politico europeo non c'è alcun europeismo e che l'unico europeismo possibile è quello che nasce dai movimenti, fuori e contro l'Europa delle banche e della finanza. 

Qualche tempo fa, in una manifestazione indetta in occasione di un vertice europeo, su un nostro striscione abbiamo scritto “La nostra Europa inizia dove la vostra finisce”. Ne siamo convinti. Non solo perchè la nostra idea di Europa è incompatibile con la loro, ma anche perchè la nostra Europa inizia da subito dove la loro non vuole essere, tra i migranti, gli esclusi, i profughi, i precari, gli sfruttati, i poveri.

Ma la possibilità di creare le condizioni per riaprire spazi di azione nel contesto europeo non può essere il prodotto di mere enunciazioni: essa non può che originarsi dai percorsi di lotta che riusciamo a sviluppare nei territori e che ci pongono a diretto ed immediato confronto con l'ordinamento istituzionale, giuridico e politico in cui essi sono inseriti. Da questo punto di vista il quadro politico che si è venuto a configurare nel nostro Paese e le linee di azione intraprese dal governo Lega/M5S ci portano ad individuare alcuni terreni di intervento che, alle condizioni date, ci appaiono prioritari. Tralasciamo in questa sede le valutazioni circa l'insieme dei fattori che hanno prodotto l'attuale compagine parlamentare e governativa: molto è stato già scritto e molto si tornerà a scrivere in contributi più specificatamente mirati a questo profilo di analisi. Riteniamo, però, importante sottolineare un aspetto: per quanto ci riguarda il dispositivo di governo è unico, così come unica è la responsabilità politica che va imputata alla Lega ed al M5S. Le differenze che possono sussistere tra le due forze politiche e le rispettive basi non disarticolano una responsabilità che è unitaria. Ciò non significa non valutare le possibili contraddizioni interne ai fini di una maggiore efficacia delle azioni di contrasto, ma questo è un tema che attiene esclusivamente all'analisi del nemico finalizzata all'individuazione dei migliori punti di attacco. È dunque il presupposto di partenza che deve essere chiaro nelle enunciazioni e nella pratica, ovvero che questo governo ci è nemico e che noi siamo nemici di questo governo ,senza alcuna distinzione di posizione tra le forze politiche che lo compongono. Ci sembra necessario fare questa precisazione perchè nei mesi successivi all'insediamento del governo Salvini/Di Maio troppo e troppo spesso anche da contesti che si collocano nel “mondo” dell'opposizione sociale abbiamo assistito ad iniziative e prese di posizione basate proprio sulla distinzione tra le due forze politiche e sull'accreditamento di una dialettica sostanzialmente concertativa con la parte del governo pentastellata, artificialmente separata da quella a matrice leghista. La debolezza della risposta prodottasi successivamente all'insediamento del governo fascio-leghista ha certamente molteplici cause, ma anche le ambiguità e le aspettative riposte nel successo elettorale del M5S hanno avuto il loro peso, un peso che dobbiamo assolutamente rimuovere. In pochi mesi l'azione di governo ha impresso un impulso senza precedenti all'espansione del consenso intorno a politiche basate sulle discriminazioni, sul razzismo, sulla restrizione dei diritti fondamentali, sulla repressione dell'opposizione sociale e su una sorta di “euro-nazionalismo”, ovvero di un nazionalismo che non si afferma come autarchico ma che rivendica un ruolo nello spazio europeo e costruisce le alleanze necessarie per coltivarlo. Ma nonostante le percentuali del consenso filo-governativo, incessantemente rilanciate e propagandate nei mezzi di informazione, il bisogno di reagire, di esprimere un'opposizione radicale alle politiche governative e di dare corpo al desiderio di insubordinazione che attraversa un mondo tanto variegato quanto ostile al regime di governo, è molto più diffuso di quanto si faccia credere. Per questo è prioritario rilanciare con tempestività la capacità di intervento e di proposta muovendo non da considerazioni astratte, ma dalla concretezza dei terreni di intervento già in essere ed a cui l'azione di governo, e le contraddizioni che l'attraversano, attribuisce una rinnovata centralità. Da questo punto di vista crediamo che alcuni assi tematici che troviamo immediatamente sul terreno di azione attengano: 1) al tema dei diritti, delle libertà, dell'esclusione sociale e delle discriminazioni, tema che non si esaurisce all'interno della problematica, certo di grande rilievo, dei migranti e dei razzismi. La stessa azione di governo ha prodotto provvedimenti normativi ed esecutivi che, attraverso gli sgomberi, l'attacco al diritto alla casa e all'abitare, l'espulsione, reclusione e respingimento dei migranti e dei loro diritti primari, la fascistizzazione delle città, le discriminazioni di genere perseguite con le modifiche al diritto di famiglia, la criminalizzazione dell'opposizione sociale, ben rappresentano l'intreccio complessivo dell'attacco messo in campo. Ma è proprio questo intreccio che apre lo spazio per una presa di parola comune e che crea le condizioni per desettorializzare le risposte e destrutturare la propaganda dei capri espiatori “stranieri” attraverso cui le forze di governo si garantiscono la riproduzione del consenso; 2) al tema delle grandi opere, all'interno del quale il M5S ha sedimentato buona parte del suo consenso elettorale e che, però, ad oggi non trova nell'azione di governo la risposta alle promesse generosamente elargite. Il tema delle grandi opere riveste certamente un'importanza strategica, non solo perchè registra un diffuso e capillare attivismo sociale, ma anche perchè comprende al suo interno tematiche che investono direttamente l'ambiente , l'energia, il clima e gli agglomerati di interessi sovranazionali che aggrediscono direttamente i territori; 3) al tema del reddito e della precarietà, anche questo cavallo di battaglia del M5S, destinato a produrre, nonostante il battagepropagandistico, risultati miserabili e del tutto inadeguati a far fronte ai reali bisogni di milioni di persone. 

Per quanto riguarda nello specifico il tema del reddito pensiamo che sia urgente riaprire una riflessione ed un dibattito collettivi, per ridefinire contenuti, modalità comunicative ed azioni attraverso i quali riappropriarci di un tema che è nel nostro DNA ma che, in qualche maniera, abbiamo “smarrito”, forse anche per un eccesso di dibattito teorico rispetto al rapido accumularsi delle necessità materiali. Non si tratta, ovviamente, di un problema di paternità della proposta, ma dei suoi contenuti e del fondamento materiale e teorico in cui si radica il diritto ad un reddito (effettivo) di cittadinanza. Il problema della sua entità e delle regole che ne disciplinano il percepimento, è, prima di tutto, la diretta conseguenza della definizione del presupposto che legittima il diritto. Tutti gli strumenti, comunque denominati, che nel nostro Paese e in Europa intervengono sulla problematica del reddito hanno in comune, seppur con diversi accenti, un approccio di matrice assistenzialista, all'interno del quale il reddito si configura come un'elargizione ed il diritto al suo percepimento come diritto sempre mediato e condizionato. Mediato perchè non viene riconosciuto come diritto ad un contro-valore dello sfruttamento a cui si è sottoposti ma, casomai, come il diritto maturato nella condizione di povertà, assoluta o relativa, ad accedere alle misure pubbliche di sostegno. Condizionato, perchè permane la visione, più e meno mascherata, della povertà e della carenza di reddito come condizione colpevole, riconducibile alla responsabilità individuale, così che, rovesciando i termini della questione, la pubblica elargizione deve avere delle contropartite, una messa in disponibilità del corpo con la duplice funzione di recuperare valore e di esercitare una deterrenza contro tentazioni parassitarie. Al di là, dunque, di come tali istituti di sostegno al reddito funzionino, è il fondamento stesso dell'istituto che deve essere rovesciato. Le recenti vicende relative al traffico dei dati che hanno coinvolto i colossi del web e che hanno fatto emergere l'enorme estrazione di valore attuata quotidianamente sulla nostra condizione di esseri viventi, unitamente alla sempre maggiore consapevolezza circa i meccanismi di sfruttamento che passano attraverso il web e l'informatizzazione delle nostre vite, creano le condizioni per riproporre con forza e maggiore agibilità l'idea del reddito come diritto in sé, come riconoscimento economico e giuridico dello sfruttamento e dell'espropriazione attuati attraverso la “fabbrica algoritmica”. La fabbrica taylorista del secolo scorso, oltre a costituire l'epicentro del sistema di sfruttamento in una data fase del capitalismo, ha anche rappresentato un modello di disciplinamento sociale, è uscita dai recinti della fabbrica per razionalizzare ed organizzare il controllo dell'intera società. In fondo, anche se con connotati molto diversi e più insidiosi, è lo stesso processo a cui stiamo assistendo con la “fabbrica algoritmica”, perchè se l'algoritmo, da un lato, è uno straordinario dispositivo di estrazione del valore, dall'altro è anche uno straordinario ed inedito dispositivo di controllo e organizzazione sociale, in tutte le sue sfaccettature, da quella profondamente bio-politica a quella eminentemente poliziesca.

Gli assi tematici a cui abbiamo accennato e sui quali pensiamo che sia possibile rilanciare sia il dibattito che l'intervento, sono i medesimi assi tematici intorno ai quali pensiamo che sia possibile riaprire anche nello spazio europeo un'interlocuzione dentro i contesti di attivismo sociale, magari provando a ripartire da alcuni luoghi di confronto dove mettere a valore le pratiche che si producono nei diversi territori e nei diversi contesti nazionali, ma anche le analisi e le interpretazioni che diamo della fase che stiamo attraversando. La vicenda governativa attualmente in corso, produce nello scenario europeo una posizione di particolare attenzione riguardo alle dinamiche ed alle scelte politiche che si producono nel nostro Paese. In un simile contesto anche le iniziative e le proposte assunte sul versante dei movimenti possono avere maggiore capacità di veicolazione oltre i confini nazionali, creando condizioni che a nostro avviso vanno colte al fine di un rilancio dell'intervento anche a questo livello. 

Non pensiamo che le prospettive di cui abbiamo trattato in questo documento siano semplici o che ci sia qualche facile soluzione dietro l'angolo. La velocità dei cambiamenti in atto, la trasformazione delle dinamiche relazionali riconducibile alla progressiva virtualizzazione dei rapporti ed alla cultura involutiva e subordinante che essa porta con sè, l'oggettiva difficoltà di ricostruire ed espandere processi organizzativi autonomi di movimento, genera una condizione ed una percezione di “spaesamento”, come perdita di riferimenti progettuali e crisi del senso di appartenenza. E' pur vero, però, che anche il campo avversario sconta una crisi di progettualità complessiva da cui deriva, in particolare proprio nello scenario europeo, una politica dell'immediatezza, di gestione del contingente, che genera incongruenze e contraddizioni. Solo se si assume fino in fondo tale condizione come criticità fisiologica del nostro presente, da cui comunque, ci piaccia o meno, dobbiamo ripartire, è possibile immettere contro-tendenze e produrre discussioni e visioni prospettiche efficaci: in caso contrario, tale condizione può assumere forme reazionarie e conservative particolarmente miopi sul piano dell'analisi e sostanzialmente inutili e controproducenti sul piano della prassi politica. 

Per tutto questonon vogliamo che la complessità del momento storico prevalga sul desiderio di capire e di agire. Per questo crediamo che oggi più che mai sia necessario riaprire luoghi di confronto e proporre chiavi di lettura, certamente parziali, ma magari funzionali ad intrecciare altri contributi e mettere a frutto le intelligenze collettive. La complessità può essere densa, ma non è mai impenetrabile e non è mai al sicuro dalle intrusioni di chi vuole capire per trasformare. 

CENTRI SOCIALI AUTOGESTITI MARCHE

*Illustrazione di Shaun Tan da "The Arrival", particolare 

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