Nunca Mas

Il Parlamento di Catalogna vota nella notte la carica presidenziale e scongiura un ritorno alle urne

11 / 1 / 2016

Nella notte di ieri si sono svolte le elezioni per la presidenza del Parlamento di Catalogna, ultima data disponibile prima che scadesse il termine che avrebbe portato allo scioglimento dello stesso e all'avvio dei procedimenti per ritornare alle urne in primavera. La scelta improvvisa di Artur Mas di rinunciare a ripresentarsi come candidato alla presidenza ha dato la possibilità agli esponenti della CUP di sostenere il nuovo nome proposto dalla coalizione Junt pel Sì, Carles Puigdemont, già sindaco di Girona e fervente sostenitore dell'indipendenza della regione catalana. L'appoggio dato dalla CUP al nome proposto per la presidenza della Generalitat - Puigdemont milita nelle file del Partito di Mas (Convèrgencia Democratica de Catalunya) - di fatto la allontana i propositi anti austerità e anticapitalisti di cui si era fatta portatrice.

Dalle prime dichiarazioni sono chiare le intenzioni e gli obiettivi del nuovo Governo regionale. Puigdemont, infatti, ha sostenuto di voler continuare, a discapito delle decisioni del Governo centrale, il processo di indipendenza avviato con la mozione del 9 Novembre scorso che prevede la costruzione di un apparato legislativo, economico e di sicurezza separato dalle Istituzioni nazionali e proclama l’apertura di un processo pubblico e partecipato per la scrittura della futura Costituzione Catalana. Tutto questo entro il 2017, con l'auspicio di poter confrontarsi direttamente sia col Governo spagnolo, sia con l'Unione Europea.

Non è ancora chiaro quali saranno le conseguenze di questa elezione, che molti davano per impossibile data la riluttanza di Mas di ritirarsi dalla presidenza, nel panorama nazionale. A seguito dei risultati delle urne del 20 dicembre scorso la situazione rimane – nei fatti – di ingovernabilità, con opzioni in campo estremamente differenti fra loro: da una parte il ritorno alle urne in caso di impossibilità di formare il Governo, dall'altra le possibili coalizioni da costruire – alla tedesca o alla portoghese. Finora la posizione del Segretario del PSOE era incline alla seconda, una coalizione di sinistra con un forte segno anti-austerità, composta dai socialisti insieme a Podemos, per la quale l'unico ostacolo rimane tutt'ora la possibilità dell'istituzione di un referendum sull'indipendenza – il famoso “diritto di decisione” che aveva sciolto le ambiguità del partito viola in merito alle rivendicazioni indipendentiste contribuendo a determinare la costruzione delle coalizioni regionali – in Catalogna, Galizia e Paesi Baschi, che hanno permesso a Iglesias di ottenere quel 20% che ha segnato la fine del sistema bipartitico spagnolo. Referendum necessario a Podemos per il mantenimento delle promesse elettorali ma osteggiato dai socialisti.

Ora, la creazione di un Parlamento di forte matrice e segno indipendentista potrebbe spingere i socialisti del PSOE a muoversi verso la creazione di una Grosse Koalition con il Partito di Rajoy, per scongiurare la possibilità concreta di uno smembramento dello Stato spagnolo. Sono diversi, infatti, gli esponenti del Partito Socialista che appoggiano questa possibilità già dai primi giorni seguenti le elezioni, soprattutto nella figura di Susana Diaz – probabile sostituta di Sanchez – che ha rinforzato la sua posizione grazie ai risultati andalusi.

Ancora una volta la spinta dei territori rispetto a indipendenza e auto-governo, si fa sentire nei confronti degli apparati statuali tradizionali. 

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