Oltre lo stigma della puttana

Qualche riflessione a partire dall'episodio di Catania, e la necessità di riconoscere il lavoro sessuale per tutelare chi lo pratica.

23 / 3 / 2021

In questi giorni si parla molto di un episodio di brutalità poliziesca avvenuto a Catania, più precisamente nel quartiere di San Berillo.

L’episodio ha visto protagonista una donna trans che esercita il lavoro di sex worker in quartiere, picchiata e malmenata da alcuni agenti di polizia, davanti alla madre e ad alcuni abitanti. Dopo l’episodio, di cui non si conoscono le cause scatenanti, è partita una caccia alle registrazioni video da parte degli agenti coinvolti, che ha portato all’irruzione delle forze dell’ordine in alcune case e all’accompagnamento in questura di un ragazzo, reo di aver filmato l’abuso sul suo cellulare.

Si potrebbe partire da diverse angolazioni per inquadrare e contestualizzare questa storia, una delle quali è sicuramente la storia del quartiere catanese.

San Berillo è un quartiere antico, che lo sviluppo della città verso Nord ha decentrato e marginalizzato, un quartiere che diversi piani urbanistici dagli anni '50 del Novecento in poi hanno sventrato e mai più ricucito.

Per alcunə, che De Andrè avrebbe chiamato “buoni borghesi”, è un quartiere di degrado e criminalità, di cui si parla soprattutto per i blitz polizieschi antidroga e come luogo di ghettizzazione di alcune comunità di migranti.

Per altrə San Berillo è occasione d’incontro, è scambio e solidarietà tra ultimi e ultime, tra culture diverse ed esistenze non sempre facili. 

È una retorica ormai inflazionata quella per cui il senegalese porta lo spaccio, la nigeriana o la colombiana portano la prostituzione e il lasciar fare porta degrado, ma è una retorica pericolosa, che si ferma alle apparenze, e non indaga null’altro, il più delle volte giudicando senza conoscere. 

Sembra assurdo ma ancora oggi il proibizionismo e la repressione sono le forme preferite di risoluzione del conflitto in situazioni simili, pacificazione sociale attraverso l’uso scientifico e spesso discriminato del manganello. Di questo sono responsabili le istituzioni e le politiche legalitarie sia a destra che a sinistra. Vietare, reprimere e punire, un mantra che accompagna molto spesso (troppo spesso) gli interventi della polizia nella gestione dell’ordine pubblico in questa come in molte altre situazioni.

Non ci si rende conto che sono il proibizionismo e l’abolizionismo a rendere il lavoro sessuale un terreno pericoloso per chi lo pratica, privo dei diritti e delle tutele che sarebbero necessarie.

Il dibattito sul sex work ha spesso un problema, quello di non far parlare le/i sex workers, che però fin dagli anni '70 questo diritto di parola lo hanno reclamato a gran voce. Organizzandosi in gruppi, allestendo convegni sul tema e facendosi protagonistə di proteste e occupazioni per reclamare i diritti e la validità della loro forma di sostentamento.

Se parliamo di sex work come scelta (e quando usiamo il termine sex work lo facciamo sempre, altrimenti parleremo di tratta o di forme di coercizione assimilabili alla schiavitù), parliamo di fatto di autodeterminazione, di professionalità, di performance del corpo e di una diversa concezione della sessualità, che va slegata dall’amore, e che non deve quindi necessariamente essere relegata allo stereotipo mononormato della coppia al cui interno si consuma la passione. 

Un modo così di pensare al sesso e alla sessualità è davvero rivoluzionario e dirompente, eppure è un pensiero che viene continuamente osteggiato dalla corrente del femminismo abolizionista, che vede nella prostituzione una diretta conseguenza dello sfruttamento e della sottomissione delle donne al modello patriarcale, e mai una libera scelta.

Questo però spesso porta a dividere le donne in due categorie, quelle delle sante e delle puttane, come se non ci fossero una miriade di modi diversi di pensare e sentire il sesso, il nostro corpo e le interazioni con le altre persone, come se intavolare una forma di contrattazione trasparente e legale sull’impiego del proprio tempo e delle proprie energie non fosse un avanzamento dei diritti per tuttə, come se disporre del proprio corpo come più piace togliesse diritti alle altre donne. Il sex work viene individuato come deviante, sbagliato, e la lotta per i diritti delle/dei sex workers qualcosa di irriconoscibile come attivismo femminista.

Una battaglia interna che dura da tanti, troppi decenni, e che purtroppo toglie forza e divide le lotte quando sappiamo bene quanto ci sia la necessità di intrecciarle invece.

In ogni caso, in questo articolo viene sostenuta una posizione non abolizionista, ma pro-sex e pro riconoscimento del lavoro sessuale, sulla base di alcune considerazioni già abbozzate in precedenza, ma che andremo a spiegare meglio.

Sicuramente il sex work non è un lavoro come un altro, ma ha molte caratteristiche che lo rende simile ad altri tipi di lavori: si può accumunare ad esempio a molti lavori di servizio e di cura, in cui la “performance” messa in piedi da chi lavora intreccia continuamente capacità di relazione personale, estetica, atteggiamento con il mero servizio erogato (si pensi ad esempio ad un’infermiera o ad una psicologa che deve mettere in campo anche uno spettro emozionale, oltre che di conoscenze, durante la prestazione). 

E visto che parliamo di lavoro, non può che salire alla mente la definizione che la femminista Catherine MacKinnon dà del lavoro sessuale nel 1982: “La sessualità è per il femminismo ciò che il lavoro è per il marxismo, ciò che più le appartiene e ciò che più le è stato espropriato. […] Come l’esproprio organizzato del lavoro di alcuni per il beneficio di altri definisce una classe - i lavoratori -, l’esproprio organizzato della sessualità di alcuni per l’uso degli altri definisce il sesso, la donna”.

Il lavoro è lo strumento con cui il capitalismo assoggetta e sfrutta, eppure non ci sogneremmo mai di chiedere l’abolizione del lavoro (eccetto forse in un utopico paradiso terrestre), come non ci sogneremo di chiedere ad un atleta professionista di smettere di usare il proprio corpo per guadagnarsi da vivere. 

Per secoli le donne sono state costrette ad erogare prestazioni sessuali a titolo gratuito, anche quando non ne avevano voglia, senza potersi dare malate e senza possibilità di sottrarsi ai loro doveri, fossero essi coniugali o sovradeterminati da un’educazione alla massima disponibilità verso l’uomo. 

Le lavoratrici sessuali per anni hanno rifiutato il concetto di vittime che gli era stato cucito addosso, sostenendo che nel lavoro sessuale, come in qualunque altro lavoro, le persone compiono scelte “contestuali” rispetto alla loro situazione di partenza (la cultura, la classe sociale, l’etnia, il sesso, i bisogni contingenti) e ai propri progetti di vita.

Eppure un altro problema del sex work è la visione di questo atto come irreversibile e il conseguente stigma che rimane cucito addosso alle donne e alle soggettività che lo praticano. Anche per questo le rivendicazioni della comunità di sex workers sono fondamentali all’interno delle pratiche femministe, (anche se molte soggettività coinvolte faticano ad identificarsi nel femminismo) la liberazione dallo “stigma della puttana” non può che passare da esso, attraverso rivendicazioni ed alleanze che devono diventare patrimonio comune fuori e dentro il mercato del sesso, come le istanze di autodeterminazione, indipendenza, libertà sessuale, forza individuale e sorellanza. 

Nella storia dell’affermazione dei movimenti per il riconoscimento del lavoro sessuale, dopo l’appropriazione del termine “sex workers” per autodefinirsi, un altro passaggio importante è la trasformazione della concezione delle prostitute da sex objects a sex experts, quindi “non più come oggetti del discorso scientifico, ma come le depositarie e le creatrici di una conoscenza sessuale” (Bell S, 1994).

L’attivismo transfemminista ha quindi la necessità di intrecciare questi tipi di ragionamenti che puntano a rendere protagoniste le donne e le soggettività trans delle loro esistenze, perché l’obbiettivo che ci si pone a breve termine deve essere quello dell’avanzamento dei diritti di tuttə, ma soprattutto di chi rischia la propria vita in nome di un bigottismo mal celato e di politiche istituzionali proibizioniste. 

Da anni la visione della prostituzione come devianza ha prodotto la marginalizzazione di chi la pratica: le prostitute sono state ghettizzate, rinchiuse in case chiuse, private dei loro diritti civili, sottoposte a trattamenti sanitari obbligatori (a cui non erano sottoposti però i clienti) e criminalizzate dalle forze dell’ordine e dall’opinione pubblica. Sarebbe ora di comprendere che questo modo di trattare l’argomento non porta a risultati positivi, per nessuna delle parti.

È vero, in Italia la prostituzione è lecita ma non legale, e non sono legali tutte le pratiche connesse ad essa (anche ad esempio trovarsi per strada con abiti riconosciuti come “da prostituta”), ciò ne fa di per sé una professione senza tutele, marginalizzata e con un forte rischio di violenza al suo interno, anche da parte delle forze dell’ordine, come abbiamo visto a San Berillo.

Sono le lavoratrici e i lavoratori a chiedere un cambio della lente con cui si guarda al lavoro sessuale, anche attraverso svariati documenti scritti, in uno, il Sex Worker’s Manifesto, scritto nel 2005 con la collaborazione di sex workers da 26 differenti paesi, troviamo queste parole: “L’alienazione, lo sfruttamento, l’abuso e la coercizione effettivamente esistono nell’industria del sesso, come in qualunque altro settore industriale; essi non definiscono noi o la nostra industria. Tuttavia solo nel momento in cui il lavoro viene formalmente riconosciuto, accettato dalla società e sostenuto dai sindacati, si possono stabilire dei limiti, solo quando i diritti del lavoro vengono riconosciuti e applicati i lavoratori e le lavoratrici saranno nelle condizioni di denunciare gli abusi e organizzarsi contro condizioni di lavoro inaccettabili e sfruttamento”.

Sex work is work! Non per noi, ma per tuttə!

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