Reggio Emilia - La Città che vogliamo: Diritto all'abitare

Approfondimenti e contributi prodotti nell'ambito dei tre giorni di occupazione "l'Altra Fotografia"

4 / 5 / 2014

Il testo che segue è tratto dal programma scritto dal centro sociale Aq16, lo spazio autogestito Casa Bettola e l'associazione Città Migrante, presentato durante l'occupazione temporanea delle ex Poste Centrali. I contributi video sono stati raccolti nell'ambito del dibattito su casa e cittadinanza che ha avuto luogo durante la seconda giornata di iniziativa.

Negli ultimi anni sono sempre di sempre di più, e sempre più visibili, le case vuote e al tempo stesso aumentano le persone senza casa, uomini e donne che dormono per strada su un letto di giornali, quando non trovano rifugio proprio in uno dei tanti edifici abbandonati. 

Dietro questo paradosso ci sono scelte politiche che negli ultimi decenni hanno ampliato lo spazio del mercato e ristretto lo spazio dei diritti; scelte che, attraverso processi di liberalizzazione e privatizzazione, hanno sempre di più ridistribuito la ricchezza e le opportunità verso l’alto, scaricando i costi sociali e ambientali verso il basso.

La città è uno degli scenari in cui questi processi sono più evidenti. Dove beni comuni e spazi pubblici vengono espropriati per l’accrescimento del capitale privato; dove diritti universali come la casa vengono sottratti, in modo che diventino una responsabilità individuale invece che una responsabilità sociale.

CASE SENZA PERSONE

Si stima che a Reggio Emilia ci siano migliaia di case vuote. Come è possibile?

Una prima risposta a questa domanda si trova nel modello di sviluppo che ha caratterizzato il territorio negli ultimi decenni. In un breve periodo il paesaggio della città è stato stravolto attraverso una forte espansione edilizia che non corrispondeva a un reale bisogno abitativo; negli ultimi trent’anni il suolo urbanizzato è più che raddoppiato e nei primi 5 anni del piano regolatore del 1999 si è costruito il corrispondente numero di immobili sorti a Bologna in 10 anni. Molte di quelle case sono tutt’ora vuote, proprio perché sono state edificate non per garantire il diritto all’abitare, ma per tutelare profitti e interessi privati. Queste rapide trasformazioni del territorio, oltre ad avere un impatto forte sulle comunità e gli ecosistemi locali, hanno aperto le porte alle cosche mafiose, introducendo nuove forme di schiavitù nei cantieri.
Pongono, consegnando alla cittadinanza pezzi compartimentati, elitari, stigmatizzati, di linguaggi e codici che appartengono al tessuto sociale. Una seconda risposta si trova nella rendita immobiliare. A Reggio Emilia ci sono alcuni grandi proprietari, con un patrimonio talmente consistente da aver bisogno di diverse agenzie immobiliari per poterlo gestire. Queste agenzie dettano il prezzo degli affitti secondo la logica della rendita; meno appartamenti ci sono sul mercato, più il prezzo può essere alto. In altre parole, i grandi proprietari tengono una parte del loro patrimonio sfitto, perché meno sono le case sul mercato più valgono.

PERSONE SENZA CASA

L’emergenza abitativa diventa sempre più percepibile in città. Sono aumentate le persone che cercano riparo sotto i portici e davanti a portoni. Ma questo è solo la parte visibile di un problema più ampio; tanta gente senza casa vive in luoghi nascosti dalla vita cittadina, come fabbriche dismesse o edifici abbandonati in periferia, ma soprattutto tante persone che prima della crisi economica avevano un lavoro, una casa e una famiglia ora si vedono negare il diritto di vivere con dignità a causa degli sfratti e dei pignoramenti.

Come è possibile che così tanti cittadini siano rimasti senza casa? Quante persone devono vivere in strada prima che si attuino politiche abitative anche per i senza reddito? Chi non ha il problema casa vive più sicuro in questa situazione?Pensiamo che per comprendere tutto questo sia necessario considerare le profonde ristrutturazioni politiche ed economiche che hanno ridisegnato la società negli ultimi trent’anni: il welfare è stato ridimensionato, i salari sono stati tenuti stabili o addirittura diminuiti e le forme contrattuali sono diventate più precarie.Nel contesto di queste politiche neoliberiste tanti vincoli che tutelavano la collettività sono stati rimossi. Nel 1998 il governo D’Alema ha abolito l’“equo canone”, che regolamentava i prezzi degli affitti, liberalizzando di fatto il mercato. Da quell’anno in poi i prezzi degli affitti sono arrivati a pesare oltre il 60% sul salario, rispetto al 30% di prima. Questo ha offerto nuove opportunità alle banche che dal 2000 hanno iniziato a immettere mutui a tasso fisso e variabile, con rate mensili inizialmente inferiori agli affitti e con la prospettiva illusoria che dopo 20 o 30 anni si diventava proprietari di una casa. Da una parte questo ha significato nuove libertà per la speculazione finanziaria e immobiliare e dall’altra nuova subordinazione per migliaia di persone per le quali il “chiavi in mano” si è trasformato in “debito in mano”.Diamo alcuni dati significativi che fotografano il territorio cittadino nel biennio 2010/2011; gli sfratti esecutivi hanno colpito 1000 nuclei famigliari, i pignoramenti superano le 1400 esecuzioni. Nel 2011 le assegnazioni di case popolari (ERP) sono state 67 a fronte di 951 richieste (dati ORSA, Osservatorio Regionale Situazione Abitativa). A Reggio Emilia, nel contesto della crisi, migliaia di famiglie si sono viste private del diritto alla casa, senza risposte adeguate da parte delle amministrazioni; in più, le contraddizioni del sistema welfare reggiano sono diventate sempre più evidenti: chi non ha un reddito sufficiente rimane escluso dalle graduatorie per le case popolari, dopo lo sfratto molte famiglie perdono la residenza e di conseguenza vengono meno i diritti di cittadinanza: medico di famiglia, lavoro in regola, contratto di affitto e infine anche il diritto di voto. Le ultime amministrazioni hanno affrontato l’emergenza abitativa investendo risorse economiche a favore dei privati a fondo perduto, senza una visione complessiva della situazione, mettendo delle toppe nei casi di maggior emergenza, pensando più alla propria immagine che alla sostanza. Alcuni esempi: i servizi sociali, pagano le utenze a una minoranza di famiglie che non sono in grado di farlo; lo stesso fa il Comune con gli “affitti agevolati” di cui versa una parte ai privati per 20 anni, o pagando alcuni alberghi affinché accolgano invece dei turisti, famiglie sfrattate. Questi interventi da soli non vanno alla radice del problema, sono soluzioni non lungimiranti, con un alto costo economico e sociale, non consentono autonomia abitativa a chi vive nel territorio e sono rivolte a una minoranza delle persone che vivono queste difficoltà.

RECUPERARE LE CASE PER RECUPERARE DIRITTI E DIGNITÀ

Per superare questi paradossi e garantire il diritto alla casa a tutti e tutte pensiamo sia necessario capovolgere il modello di sviluppo della città e del territorio, fermando il consumo del suolo e recuperando il patrimonio immobiliare esistente (per esempio molte persone che hanno perso la casa sono in grado di ristrutturare e rendere abitabili stabili abbandonati o in disuso da anni). Crediamo sia inoltre necessario riconvertire gli immobili confiscati alla malavita per uso abitativo e sociale, bloccare gli sfratti esecutivi e riconoscere la residenza a tutte le persone senza casa che vivono nel territorio cittadino, affinché possano accedere ai servizi sanitari e sociali.Vogliamo il riconoscimento delle utenze minime garantite, per chi è vittima di morosità incolpevoli: acqua, luce, gas, beni essenziali per poter sopravvivere con dignità. Le multiutility come IREN non possono gestire arbitrariamente questi beni primari traendone profitto, scaricando il costo sociale sul territorio. Siamo coscienti che la residenza nelle case occupate o l’occupazione per stato di necessità sono in netta contrapposizione con l’art. 5 del “piano casa” di Renzi. Ma siamo altrettanto convinti che tale “piano casa” leda i diritti fondamentali dell’essere umano e vada contro: il C.C. art. 43 La residenza coincide con la dimora abituale del soggetto in un dato luogo, ed è anch’essa connotata dai suddetti requisiti oggettivo e soggettivo. Il C.P. art. 54 Non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di salvare sé o altri dal pericolo attuale di un danno grave alla persona, pericolo da lui non volontariamente causato, né altrimenti evitabile, sempre che il fatto sia proporzionato al pericolo. In uno scenario in cui le ingiustizie sociali e ambientali tendono a essere letteralmente cementificate sul territorio, vogliamo costruire un’altra città e pensiamo sia possibile incominciare già da oggi: occupando le case vuote per recuperare spazi e diritti sottratti dalla speculazione, creando welfare dal basso attraverso nuove reti solidali, riappropriandoci della possibilità di decidere come costruire la città secondo i nostri bisogni e sogni collettivi.

Bookmark and Share

L'Altra fotografia - Contributo di Manila, Casa Madiba Rimini

L'Altra fotografia - Contributo di Catia, Rete diritti in casa Parma