Report multimediale del webinar “Amazon e il Covid-19: Disuguaglianze, ambiente, lavoro"

25 / 11 / 2020

Il 20 novembre si è tenuto il webinar “Amazon e il Covid-19: Disuguaglianze, ambiente, lavoro” organizzato dal Cs Django di Treviso e dall’Adl Cobas in vista del Black Friday. Come spiegato in apertura, gli organizzatori hanno scelto di concentrarsi su Amazon perché la sua traiettoria durante la pandemia è emblematica della connessione tra l’aumento delle disuguaglianze, la devastazione ambientale e lo sfruttamento del lavoro. Il presidente di Amazon, Jeff Bezos, è l’uomo più ricco del mondo. Se agli inizi della pandemia, il 18 marzo 2020, aveva un patrimonio di 113 miliardi di dollari, il 13 ottobre 2020 ne aveva 203 miliardi. Attualmente, il suo patrimonio è sceso a “soli” 182 miliardi di dollari. Mentre il signore della logistica vedeva accrescere il proprio potere a dismisura, più di 19.000 dipendenti diretti di Amazon contraevano il Covid-19 e la multinazionale aumentava emissioni di CO2 e consumo di suolo.

La logica delle consegne just in time – come spiega anche David Harvey nei suoi lavori sulla logistica – è l’ultima frontiera dell’“annichilimento dello spazio attraverso il tempo” di cui parlava Marx, funzionale alla difesa dei tassi di profitto tramite l’abbattimento dei tempi morti nella circolazione delle merci. Tuttavia, è proprio questa compulsione alla velocità che innalza le emissioni e rende il lavoro così pericoloso per gli autisti.

Con lo sviluppo delle più avanzate tecnologie per la sorveglianza dei lavoratori e l’espansione del consumismo just in time attraverso l’estrazione di dati personali, Amazon è ormai diventata un simbolo tra i più distopici di sfruttamento del lavoro e degrado ambientale. Si aggiunga a questo l’elusione fiscale, essendo noto che i colossi dell’hi-tech pagano pochissime tasse grazie a meccanismi di contabilità creativa perfettamente legali. Si ricordi anche l’approfondimento dell’atomizzazione sociale, perché – senza voler romanticizzare il piccolo commercio e le condizioni d’impiego in esso vigenti – i mercati e le piazze sono comunque luoghi di socialità e aggregazione erosi dal consumo online.

La crisi del Covid-19 – manifestazione della più ampia crisi ecologica in atto – ci ha ben mostrato come il ricatto occupazionale non sia qualcosa di eccezionale. Tuttavia, un ambientalismo elitario, che proponga sacrifici ai lavoratori e alle lavoratrici mentre viviamo in un mondo sempre più ricco e diseguale, sarà sempre perdente. Una via d’uscita dal ricatto c’è: redistribuzione radicale della ricchezza, riduzione dell’orario di lavoro e transizioni a forme di produzione sostenibili e non mercificate. Amazon costituisce quindi un terreno di lotta ideale per i movimenti che vogliono andare oltre l’opposizione tra reddito e ambiente.

Il primo ospite a intervenire è stato Alessandro Delfanti, esperto di tecnologie digitali e professore associato alla University of Toronto. Amazon ha tratto grande vantaggio dalla pandemia grazie a un’organizzazione del lavoro in grado di inserire nuovi lavoratori nei cicli produttivi in modo estremamente rapido, riducendo al minimo la formazione necessaria. Ciò gli permette di sostenere un turn over elevatissimo e di sfruttare al massimo la precarietà del lavoro. In alcune zone degli Stati Uniti ci sono magazzini con un turn over del 200%, il ché significa che un lavoratore dura in media sei mesi.

Un aspetto interessante ricercato da Delfanti sono i brevetti sulle invenzioni posseduti da Amazon, che ci danno uno sguardo sui possibili futuri tecnologici del capitale poiché si tratta di prodotti che non esistono ancora. Per certi aspetti, questi brevetti assomigliano agli antichi contratti coloniali, sono talmente vaghi che piantano una bandiera che gli permetterà di colonizzare ampi spazi nel futuro. Amazon ha circa 10.000 brevetti registrati negli Stati Uniti, di cui centinaia riguardano l’automazione nei magazzini. Le statistiche attuali ci dicono che più un magazzino è automatizzato più sono frequenti gli incidenti sul lavoro – come dimostrano gli altri tassi di infortunio nei magazzini Amazon – quindi il problema è più la manutenzione degli umani che delle macchine.

Alcuni brevetti Amazon sono tecnologie di realtà aumentata miranti all’intensificazione del processo lavorativo e alla sorveglianza della forza-lavoro. Ci sono per esempio dei visori che comunicano ai lavoratori cosa fare mentre forniscono ai capi una serie di informazioni in tempo reale sui lavoratori stessi. Questi ultimi diventano in qualche modo portatori degli organi sensoriali del software aziendale. Un altro esempio sono dei guanti con sensori che analizzano i movimenti dei lavoratori, il computer immagazzina così un sapere tacito proveniente dal corpo del lavoratore, che potrà essere usato dai robot anche in altri magazzini Amazon. Tutto questo punta verso un futuro in cui il sistema di sorveglianza biometrica sarà integrato attraverso sensori nei corpi stessi dei lavoratori e delle lavoratrici, una tecnologia tutt’altro che neutrale.

Ha poi presentato Ellen Reese, professoressa di Sociologia del lavoro alla Univerisity of California, Riverside, curatrice assieme a Jake Alimahomed-Wilson del libro The cost of free shipping: Amazon in the global economy. Secondo Reese, il “Capitalismo Amazon” rappresenta e promuove una nuova forma di capitalismo globale che sta generando un’estrema disuguaglianza a vantaggio di aziende che hanno beneficiato ampiamente di sussidi pubblici. Si tratta di un capitalismo monopolista ed evasore, caratterizzato dall’iper-sfruttamento di lavoratori sempre più precarizzati ed esternalizzati. Molti di questi lavoratori sono di colore e migranti, e ci sono anche sempre più donne. Amazon mette a profitto le differenze sociali tra i lavoratori. Quindi le spedizioni gratuite non sono poi così gratuite, soprattutto per i lavoratori e i territori.

Abbiamo visto enormi costi ambientali. La diffusione delle consegne rapide a domicilio comporta un grande aumento delle emissioni di gas serra. Tali costi ambientali sono distribuiti in modo perlopiù disuguale, con impatti maggiori sulle comunità che vivono in prossimità dei magazzini, che spesso hanno una composizione a basso reddito e razzializzata.

Abbiamo anche visto enormi costi per i lavoratori. Amazon ha fatto di tutto per impedire la sindacalizzazione degli autisti, subappaltando le consegne a piccole imprese non sindacalizzate. C’è poi il pesante sfruttamento dei magazzinieri. Gli autisti e i magazzinieri sono sotto una sorveglianza costante per imporre il rispetto dei ritmi e la consegna rapida dei pacchi. I salari sono molto bassi, in certi casi da fame, e le condizioni di sicurezza assai carenti. Amazon ha un tasso d’infortunio molto alto, anche per la media di un settore noto per essere uno dei più pericolosi.

Tuttavia, abbiamo anche visto l’ascesa di una potente resistenza al Capitalismo Amazon da parte dei lavoratori e dei territori. Per i lavoratori, ciò significa formare rappresentanze sindacali e scioperare. Le connessioni transnazionali si sono davvero rafforzate, cosa molto promettente. Dall’altro lato, i comitati territoriali stanno lottando per forme di tassazione locale che intacchino la crescente disuguaglianza ed evasione fiscale portate avanti da questa enorme multinazionale. Anche i militanti per la giustizia ambientale si stanno organizzando per il diritto all’aria pulita. Inoltre, i lavoratori e gli abitanti dei territori stanno collaborando tra di loro. Quindi ci sono promettenti connessioni militanti non solo tra diversi paesi ma anche tra diversi movimenti. Abbiamo già visto proteste notevoli per il Prime Day e altre sfideranno il Capitalismo Amazon durante il Black Friday e il Cyber Monday.

Il terzo intervento è stato quello di Fabio Tullio, attivista del comitato No Maxi Polo Casale (Tv), che si sta opponendo alla costruzione di un hub Amazon su un terreno verde e permeabile di 5.000 metri quadrati. Con il 19% di suolo consumato a fronte di una media regionale del 12.4% e nazionale del 7.6%, la provincia di Treviso è una delle più cementificate d’Italia. Casale sul Sile è già molto colpita dal traffico di veicoli, quindi oltre al consumo di suolo ci sarà anche il problema dell’inquinamento atmosferico in un territorio dove la qualità dell’aria è di per sé bassa. La giunta comunale ha però approvato il progetto durante il lockdown, senza pubblicizzare questa scelta o coinvolgere la cittadinanza.

Ha poi preso la parola Agnieszka Mroz del sindacato di base polacco Inicjatywa Pracownicza (Iniziativa Operaia). Agnieszka ha parlato della campagna dei lavoratori e lavoratrici Amazon in Polonia per “2000 złoty per tutt*”. Infatti, nonostante Amazon stia vivendo la più vertiginosa crescita dei profitti della sua storia, i lavoratori Amazon che non hanno mai smesso di lavorare durante il lockdown non hanno visto aumenti salariali e guadagnano ancora meno di 5 euro all’ora. Ci sono già stati scioperi e azioni in diversi magazzini ma il grande giorno di mobilitazione sarà il Black Friday. La rivendicazione di aumenti uguali per tutti include sia i precari che gli stabili, per opporsi alla strategia Amazon di dividere i lavoratori secondo categorie contrattuali.

Sylvaine Alias, dell’Union Syndicale Solidaires di Parigi, ha parlato di come il suo sindacato stia congiungendo vertenze nei magazzini Amazon e lotte ambientali. In certi territori della Francia, l’installazione di un magazzino Amazon provoca grandi aumenti del traffico su ruota. Il problema è ancora più sentito nei casi in cui Amazon vuole installarsi su terreni verdi. In questo momento, ci sono attivisti che stanno tentando di costruire un rapporto di forza per spingere le autorità locali a rifiutare l’installazione di poli Amazon in zone preservate dal punto di vista ambientale. Al livello transnazionale, i compagni dei magazzini hanno stabilito dei contatti con il collettivo statunitense Amazon Employees for Climate Justice, costituito soprattutto di “tech workers”. In questo momento, i compagni dei magazzini stanno affrontando i problemi sanitari causati dalla pandemia. Per esempio, in primavera hanno portato avanti le loro rivendicazioni per la sicurezza anche con una causa in tribunale. La direzione di Amazon è stata così costretta a chiudere i sei magazzini principali in Francia. Grazie a ciò, quasi 11.000 lavoratori e lavoratrici – durante tutto il mese di aprile e buona parte di maggio – sono stati protetti dal Covid-19, una vittoria importante.

Ha concluso il webinar Ruggero Sorci dell’Adl Cobas, che ha notato come Amazon faccia un uso sproporzionato di contratti a tempo determinato e agenzie interinali, cosa che favorisce l’irreggimentazione della forza lavoro in modi quasi militari. Nella provincia di Treviso, per ora Amazon si appoggia ad altri corrieri – come Sda, Gls, Bartolini, ecc. – per la consegna dei propri pacchi. Nel corso della pandemia, questi corrieri hanno visto un rapido aumento di pacchi Amazon sul totale delle consegne. Questa fase è anche segnata dalla scadenza del contratto nazionale della logistica, alla quale le associazioni datoriali di categoria stanno rispondendo con la retorica dei sacrifici e dell’unità tra le parti sociali per superare la crisi. Tuttavia, in un settore dove i profitti sono nettamente aumentati la narrazione della “stessa barca” è ancora più evidentemente ideologica. Il ciclo di lotte degli ultimi anni ha migliorato sensibilmente le condizioni e i salari dei lavoratori dei magazzini sindacalizzati, ora si tratta di ottenere di più ed estendere l’organizzazione agli autisti. Si stanno anche dando aspre vertenze nei magazzini della grande distribuzione alimentare, settore in cui anche le problematiche ambientali sono fortissime. La catena di supermercati Alì, per esempio, ha portato avanti uno scandaloso attacco ai diritti sindacali. Ruggero ha terminato indicando nel Black Friday un’importante scadenza di lotta anche nei nostri territori, con iniziative contro la grande distribuzione alimentare e contro Amazon per rifiutare il ricatto occupazionale chiedendo redistribuzione della ricchezza, riduzione dell’orario di lavoro e produzioni sostenibili.

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