L'urgenza di una coalizione sociale contro il biocidio in Campania

Verso un orizzonte comune

di Antonio Musella

8 / 7 / 2013

C’è voluto del tempo per portare al centro dell’agenda politica territoriale e nazionale il tema del disastro sanitario ed ambientale in Campania. Siamo passati da due Ministri che sputavano sprezzanti parole di disattenzione e superficialità, come Clini e Balduzzi, a due ministri, entrambe del Pd, che hanno messo la Campania tra le primissime uscite nel nuovo ruolo politico indicandone la priorità. Orlando e Lorenzin sono arrivati a Napoli tra le polemiche e le contestazioni. Dopo poche settimane, almeno a parole, ci sembra che i picchi di mortalità per tumore e la devastazione ambientale prodotti dalle ecomafie abbia “scosso” e non poco i due ministri.
Retromarce sugli inceneritori, attivazione di task force e commissioni di studio sui reati legati alle ecomafie e sullo stato di salute dei cittadini campani e sullo sfondo l’annuncio di voler aprire una stagione di dialogo con i comitati.
Già perché è grazie alle esperienze di autorganizzazione ed impegno civico sui territori che il tema del biocidio è stato portato all’attenzione nazionale. Grazie al lavoro certosino di informazione, denuncia, lotta, che nel territorio metropolitano di Napoli, quindi a partire dalla città fino ai comuni di tutta la provincia, è stato possibile aprire una questione che appena un anno fa era uno dei tanti “scandali silenziosi” che si consumano nel nostro paese sui temi della salute e dell’ambiente.
Ma la partita, ebbene dircelo da subito, è solo all’inizio.
Le squadre sono appena scese in campo.
La vittoria resta ancora un’ambizione tutta da conquistare.
Per questo si è fatta strada, su proposta della Rete Commons, uno dei pezzi di quello che possiamo definire un nuovo movimento, l’idea di costruire una coalizione sociale per affrontare al meglio la battaglia.
Per capire il perché è necessaria una coalizione sociale contro il biocidio è opportuno analizzare tre elementi fondamentali : la composizione e la natura del movimento; il peso dei rapporti di forza; l’efficacia dell’azione dei movimenti nel cuore della metropoli.
Cominciamo con il dire che le realtà dei comitati, delle reti, dei collettivi, che si stanno mobilitando da un paio d’anno contro il biocidio in Campania non sono di diretta derivazione rispetto al ciclo di lotte contro il piano rifiuti del periodo 2008-2011. Stiamo parlando di una composizione profondamente diversa. Mentre il ciclo di lotte contro discariche ed inceneritori 2008-2011 ha avuto i suoi centri nevralgici nei territori interessati dai siti (Acerra, Giugliano, Pianura, Chiaiano, Terzigno, Quarto) questo nuovo movimento nasce invece dove i picchi di mortalità ed i fenomeni di devastazione ambientale provocate dall’interramento e dall’incendio di rifiuti industriali è più forte. In alcuni casi questi territori coincidono con quelli del ciclo di lotta precedente ma non è sempre così. L’opposizione a discariche ed inceneritori, il sostegno a rifiuti zero, sono punti di programma irrinunciabili dei comitati contro il biocidio, ma chi si mobilita oggi non lo fa contro una discarica o contro un inceneritore, ma principalmente per difendere la salute della propria comunità contro un nemico spesso invisibile oppure visibile esclusivamente nei fumi dei roghi tossici che costellano lo skyline a nord di Napoli. Un ciclo di lotta nuovo non può misurare la sua efficacia solo nell’azione di denuncia o nei blitz e nelle azioni creative che una parte di questo movimento ha messo in campo nell’ultimo anno. Non ci si può sottrarre, se si vuole vincere la battaglia, dal dispiegare una campagna di mobilitazioni permanenti che rivendichino la bonifica dei territori, il potenziamento del servizio sanitario pubblico e politiche di sviluppo sostenibile per il territorio. Obiettivi che non si otterranno per il “buon cuore” dei ministri o del governatore ma per il peso dei rapporti di forza che saremo capaci di mettere in campo. Se oggi in Campania la politica “trema” quando deve affrontare l’argomento inceneritore o se da quattro anni non si costruiscono più discariche è perché quel ciclo di lotta dal 2008-2011 lo ha imposto con i rapporti di forza. Certo anche con la potenza della piazza, con la disobbedienza, con l’azione diretta. Ma anche con figure importanti per quel ciclo di lotta come padre Alex Zanotelli che, da prete, si metteva davanti ai celerini in assetto anti sommossa, giusto per ricordare che quando le differenze si fanno ricchezza…si fa presto a capirsi. Ed allo stesso modo probabilmente senza le grida della piazza Orlando e Lorenzin non si sarebbero affrettati a chiarire le loro posizioni. E’ chiaro però che è l’unione di pratiche diverse a determinare i rapporti di forza favorevoli. Strumenti di mobilitazione diversi che vanno riconosciuti e condivisi da tutti. Al tempo stesso il peso dei rapporti di forza va esercitato nelle modalità più efficaci verso le controparti adeguate. In questo anno sono scese in piazza decine di migliaia di persone nella provincia tra Napoli e Caserta. Frutto del lavoro intenso dei comitati di quei territori. Ma nel cuore della metropoli, sotto i palazzi del potere la mobilitazione ha sempre stentato. Va dato merito agli sforzi fatti nella lunga rincorsa ai Ministri (Balduzzi, Orlando, Lorenzin). I cicli di lotta precedenti ci dimostrano come solo portando la mobilitazione nel cuore della metropoli i rapporti di forza riescono ad essere incisivi.
Una coalizione non annulla i singoli percorsi. Anzi, come potrebbe. I comitati sono le interfacce immediate sui territori, il primo strumento di aggregazione e costruzione di conflitto sui territori. La nostra coalizione non può che partire proprio dal rafforzamento dei singoli percorsi dei comitati e delle reti territoriali. Ma stare in coalizione significa condividere l’orizzonte. In questa condivisione si consuma il processo di riconoscimento politico reciproco tra percorsi di lotta culturalmente diversi ma con obiettivi uguali e convergenti. Nel comune orizzonte c’è la valorizzazione delle pratiche diverse che diventano arricchimento reciproco e quindi ricchezza collettiva. E’ nella coalizione la forza dell’unità delle lotte che per la conformazione organizzativa e peculiare del movimento campano sui temi ambientali e sanitari, significa anche unità dei territori. E’ evidente che una coalizione deve avere oltre alla condivisione degli obiettivi, la condivisione delle controparti che in questo momento non possono che essere, come sempre, il governo nazionale e la Regione Campania. Controparti chiare e definite senza ambiguità. Al tempo stesso una coalizione deve saper difendere con i denti, anche in virtù della molteplicità di sensibilità e percorsi che contiene, la sua completa autonomia dalle istituzioni e dalle forze che partecipano ai processi di governance. Questo vale anche per quelle forze politiche o istituzionali che sembrano convergere sugli stessi obiettivi. Con la loro azione rafforzeranno la lotta complessiva, ma l’autonomia e l’indipendenza di una coalizione sociale di lotta è uno dei fattori costitutivi di quel activist’s agreement che ne costituisce la genesi.
Una coalizione contro il biocidio può essere dunque il primo determinante passo verso una mobilitazione diffusa, capillare e vincente. A partire dalle esperienze di lotta che ci saranno a fondamento, che non vanno ricercate solo nei comitati territoriali e nelle reti ambientali. Come non ricordare lo sforzo costante dei lavoratori del settore sanitario contro la dismissione del servizio pubblico, quelle dei lavoratori delle società pubbliche addetta alla bonifica dei territori che le istituzioni stanno dismettendo, quello dei centri sociali, delle comunità di base, dei circoli di provincia spesso punto di riferimento di quell’orizzonte condiviso che non può essere solo caratterizzato dallo stop al biocidio, ma, necessariamente, deve tendere verso un altro mondo possibile.

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