Zapatismo Partenopeo

25 / 2 / 2016

In un discorso di qualche giorno fa, il sindaco di Napoli Luigi De Magistris, parlava – a proposito della sperimentazione politica in atto nella nostra città – di “zapatismo in salsa partenopea”. Chissà se la sua voleva essere una semplice provocazione da comizio. Sappia comunque che noi accettiamo la sfida. Dodici anni fa scegliemmo per il nostro primo spazio occupato un nome, Insurgencia, che rievocava la straordinaria esperienza dell’Ezln e delle comunità autogovernate del Chiapas. Qualche anno dopo alcuni tra noi sono partiti per il Messico per conoscere da vicino la pratica di quotidiana resistenza allo Stato Messicano e al capitalismo globalizzato. Abbiamo conosciuto il Subcomandante Insurgente Marcos e con lui i compagni e le compagne che animavano le giunte del buongoverno. Abbiamo portato quelle pratiche nelle nostre comunità napoletane e abbiamo costruito piccole resistenze quotidiane nel segno di quella meravogliosa esperienza. Dagli zapatisti ci siamo fatti insegnare la potenza simbolica di alcune pratiche. Abbiamo indossato passamontagna e paliacate dietro le barricate che difendevano la nostra terra dall’aggressione del braccio armato dello Stato e dagli affari della camorra. È probabilmente la passione per quella meravigliosa rivoluzione libertaria che dieci anni dopo ci ha portato a conoscere, dall’altra parte del pianeta, in Rojava, nel mezzo della guerra e del jihiadismo, un’altra esperienza di autogoverno e democrazia radicale. Lo zapatismo partenopeo è da sempre il nostro programma politico ed è per questa ragione che, oltre ogni provocazione, noi accettiamo la sfida. La accettiamo però a partire dalla consapevolezza che, aldilà dei proclami da cui sarà scandita anche a sinistra la campagna elettorale, Napoli non è ancora affatto libera dal giogo dei poteri nazionali, finanziari, corporativi, criminali e che c’è tanto in questo senso da costruire e da sperimentare. Dagli zapatisti abbiamo imparato a credere che la democrazia reale è quella in cui “el pueblo manda y el gubierno obedece”. Come si traduce quest’idea in una pratica politica reale? Dentro quali istituzioni? Come si sottrae la decisione alle lobby e la si restituisce alle comunità territoriali? Come si trasforma l’idea di partecipazione consultiva per farla diventare protocollo decisionale? Bisogna rispondere a queste domande, sul serio. Incalzare su questo terreno chi amministra la nostra città. Il fermento di Napoli deve diventare organizzazione politica: se questo è l’orizzonte, siamo contenti di percorrere questa strada. Non abbiamo risposte perché le risposte vanno costruite insieme, liberando la città un pezzetto alla volta, un quartiere alla volta. Crediamo di avere un paio di domande giuste: proviamo a proporle a tutte e a tutti, sperando che questo sia solo uno dei contributi di una discussione a tante voci, accesa, appassionata, sincera. Napoli non merita niente di meno.

Napoli: anno 2016

Parlare di Napoli oggi vuol dire inserirsi in un flusso comunicativo enorme ed incessante. In questo flusso si alternano giudizi lapidari e opposti che seppelliscono ogni ragionamento dentro la necessità di schierarsi: da un lato i toni apocalittici delle mille Gomorra, della città lazzara e indolente scacco dei poteri criminali, i cui cittadini si abbandonano a stili di vita sbagliati dei quali poi vorrebbero chiedere conto alle istituzioni tramite forme di assistenzialismo che le spending review non possono contemplare. La richiesta di reddito, di bonifiche, di presidi sanitari potenziati e gratuiti sarebbero un elenco di lamentele che un popolo indolente accumula senza preoccuparsi della sostenibilità economica di queste richieste. Dall’altro lato c’è la città piena di sole, invasa dai turisti. La città che appare fotografando solo alcuni quartieri che sarebbero avamposto di un riscatto che dovrebbe trascinare, faticosamente, l’intera metropoli verso sorti magnifiche e progressive.  La verità è che la città si sta innegabilmente trasformando e dentro questa trasformazione è necessario provare a mantenere un punto di vista critico, che sappia situarsi intelligentemente tra gli entusiasmi collettivi (anche giusti) e le persistenti produzioni di discorso razzializzanti [1]. Il punto di vista critico è quindi un punto di vista marcatamente materialista, che non può non inserire ognuno degli aspetti e delle vicende dentro le dinamiche di sfruttamento e accumulazione del profitto che sempre sono sottese a ciò che è visibile nei grandi cambiamenti urbani e di conseguenza metropolitani (la scommessa sulle elezioni comunali a Napoli avrà evidente ricaduta sull’area metropolitana che rappresenta la grande periferia della città).

Se è vero che Napoli non è probabilmente mai stata marginale nei processi di sviluppo che hanno caratterizzato la modernità capitalista, ma ne ha assunto al massimo alcuni aspetti peculiari (dovuti sia alle sue molteplici resistenze endogene che alla collocazione periferica che a partire dall’unità di Italia ha assunto all’interno dei processi di accumulazione capitalista del belpaese),  non è altrettanto vero che questa inedita trasformazione contemporanea che ne trasfigura aspetti, strutture e legami sociali, sia neutrale: la partita decisiva è quella che riguarda la direzione di questo processo, i meccanismi di decisionalità che lo riguarderanno. O decidono i poteri forti (che a queste latitudini si incarnano anche nel controllo governamentale dei territori da parte dell’imprenditoria armata) o decide la città.

Il fermento artistico, culturale, politico degli ultimi anni non è, ad oggi, una risorsa a disposizione delle comunità che vivono il tessuto metropolitano e, in esso, producono ricchezza. Come sempre, sotto l’ideologia corporativa dello sviluppo, è possibile riconoscere sfruttatori e sfruttati: una forbice che si allarga sempre di più tra chi investe energie fisiche ed intellettuali dentro la fabbrica metropolitana e chi ne espropria il prodotto. Di contro il disastro di alcuni territori, aldilà delle opposte narrazioni mistificate che li riguardano (tanto quella noir che utilizza immagini forti e decontestualizzate per costruire il brand della Napoli violenta, quanto quella che semplicemente finge che alcune questioni non esistano) è il precipitato di fattori diversi, completamente sottratti da ogni possibilità di controllo democratico. La fotografia dei 250 bersaglieri inviati dal governo centrale per affrontare “l’emergenza sicurezza” dei quartieri popolari napoletani racconta molto bene l’arroganza e il pressappochismo con cui lo Stato Italiano pensa di poter governare la nostra metropoli. L’esercito inviato nelle periferie nord, est e ovest e in centro che, per stessa ammissione del prefetto serve come simbolo della presenza dello Stato, è un insulto a chi vive la città, nel suo quotidiano coacervo di contraddizioni. Contraddizioni che abbiamo conosciuto troppo bene in passato: dalle operazioni alto impatto che per anni hanno oppresso a Scampia ai presidi militari a Chiaiano durante le lotte contro la discarica, questo dispositivo serve unicamente a blindare ogni agibilità democratica e a rappresentare uno Stato forte, laddove invece le sue assenza hanno aperto voragini e ferite che avrebbero bisogno di ben altre cure. Dentro queste assenze è cresciuta la possibilità che una guerra tra poveri vera, e non metaforica, si innescasse sul nostro territorio: una guerra stracciona combattuta dai più piccoli figli bastardi della nostra città, per spartirsi le briciole di un sistema criminale che, quanto più si è integrato nell’economia formale – finanziarizzandosi – tanto più ha abbandonato la presa capillare sulle singole piazze e i singoli vicoli, lasciando che tanti piccoli “imprenditori di se stessi” dell’economia illegale si combattessero con violenza per dividersi quel poco che resta. In questo senso la camorra è la forma eminente che il neoliberismo ha assunto nella nostra regione e pensare che la si possa combattere con qualche posto di blocco nei quartieri “difficili” è superficiale, oltre che in malafede. La proposta di Alfano di abbassare l’età punibile si inscrive perfettamente in questa tendenza, quella che fa dire alla borghesia di questa città “finché si uccidono tra loro, tanto meglio”. Bisogna avere il coraggio di dire, invece, che non esiste nessun loro, ma solo un noi dentro il quale trovano spazio tutte le nuove forme di marginalità e povertà della nostra città (giovani disoccupati, clandestini, senza tetto) e che si condannano all’autodistruzione. A questo disastro sociale non si risponde con parate securitarie buone per le prime pagine dei giornali locali, ma invece immaginando forme di welfare inclusivo, universale, potenziamento degli istituti formativi su tutti i quartieri a rischio (dove invece le scuole chiudono o cadono a pezzi): misure che passano, tutte, per la pretesa di un’autonomia finanziaria della città. Finché si dovrà governare sotto il vincolo del pareggio di bilancio, ogni discorso di riqualificazione urbana resterà uno slogan per accaparrare consensi, senza alcuna possibilità di una sua traduzione concreta. Questa consapevolezza non è solo appannaggio di pochi intellettuali – più o meno illuminati – che parlano della città: è quanto viene fuori dai movimenti sociali che, ancora questo autunno, chiedevano conto al governo centrale per il disastro sociale che ci riguarda tutti. Le diecimila persone che hanno affollato il Popolo in Cammino di dicembre chiedevano esattamente questo: reddito minimo garantito, potenziamento del sistema formativo, fondi per l’assistenza sociale e per la creazione di nuovi posti di lavoro dignitosi, non soggetti allo sfruttamento, ma capaci di guardare a nuove forme di cooperazione sociale.

Napoli resta una città a velocità multiple, in cui alcuni quartieri si stanno candidando a diventare potenziali vetrine del terziario avanzato (processo ostacolato comunque dalle innumerevoli resistenze messe più o meno consapevolmente in atto dalle popolazioni metropolitane), a disposizione del turismo di massa mentre persistono il deserto sconfinato delle  periferie, pensate come discariche sociali in cui stipare la bassa manovalanza che garantisce la sostenibilità dello stesso processo. Questo mostra in nuce alcuni fenomeni rispetto ai quali, finora, Napoli era stata decisamente refrattaria: uno su tutti quello che riguarda alcuni quartieri che tendono alla gentrificazione o comunque allo snaturamento profondo del meticciato sociale che li ha sempre caratterizzati (il centro storico, su tutti). Un fenomeno comunque parziale perché il denaro in circolazione è sostanzialmente denaro che viene da capitali privati. Il pubblico resta essenzialmente a guardare (e spesso a raccontare) i cambiamenti, non agendoli, non immettendo risorse nelle politiche sociali e occupazionali che darebbero nuova linfa (vera) al territorio metropolitano. Dentro questa vorticosa trasformazione della città e dei legami sociali che la caratterizzano si iscrive il passaggio che  ci appassiona. È un passaggio chiaro e complicatissimo.

L’anomalia napoletana e l’occasione dei movimenti

Siamo innegabilmente immersi in un processo di progressiva acquisizione di un’identità, partenopea, meridionale e che rigetta l’idea di subalternità indotta, lo status di colonia interna e che sta invadendo prepotente il discorso pubblico. Noi vorremmo che nella sua progressività questo discorso diventasse occasione di soggettivazione. Ci interessa la costruzione di un’identità progressiva (come quella teorizzata dal leader curdo Ocalan), cioè un’identità che riconoscendo la sua genealogia, le tracce della memoria collettiva costantemente estroflessa, sia di fatti aperta all’incontro con tutte le storie che la intrecceranno e la riarticoleranno. In questo senso proviamo a leggere le connessioni tra questa inedita disponibilità collettiva alla difesa della città dal razzismo, dalla napolifobia, dalla produzione di stereotipi e luoghi comuni che per decenni hanno condizionato l’immagine della nostra città in Italia e all’estero con la costruzione di discorso pubblico messa in campo dal sindaco e dagli svariati gruppi meridionalisti nati sul territorio negli ultimi anni, che pongono l’accento proprio su  autonomia ed autogoverno, più che su tutte le altre questioni.  In questo solco crediamo si apra un’occasione di soggettivazione che non possiamo ridurre ai vessilli neoborbonici, ma che dobbiamo contribuire a sostanziare con linguaggi, simboli e parole d’ordine che legano autonomismo ed indipendenza   ad una prospettiva che ritraduce il discorso post-coloniale in un territorio che la storia ufficiale non riconosce come colonia. Lo spazio c’è e va occupato.  L’imminente congiuntura elettorale è solo una delle occasioni per creare le condizioni per una assai più ambiziosa progettualità politica e organizzativa che guardi a una inedita modalità di concepirsi moltitudine di una città irriducibile alle logiche della politica nazionale. In questo lo zapatismo partenopeo ci convince se è un modo per immaginare una modalità di rapporto tra movimenti e istituzioni che permetta ai movimenti di essere protagonisti del processo politico che si costruisce attorno all’ipotesi di nuova definizione del governo della città, senza però perdere autonomia. Questa cosa  si fa certamente scrivendo pezzi di programma a partire dai territori, determinando dal basso alcune candidature, ma soprattutto si fa immaginando una serie di spazi  capillarmente diffusi sul territorio (non consultivi, ma decisionali) che diano sostanza e concretezza alla questione della democrazia radicale. In questo senso non ci spaventano processi organizzativi che legano le realtà che vengono dai movimenti sociali a pezzi che in città agiscono positivamente il cambiamento, pure venendo da altre storie. Anzi crediamo che solo con questo spirito ricompositivo, ma che guarda sempre verso il basso, potremmo riuscire a non lasciarci scrivere addosso i prossimi anni, a non far sì che superata la parentesi De Magistris la città venga sopitamente riconsegnata nelle mani dei predatori di un tempo. Vogliamo spostare su questi inediti luoghi della partecipazione e della decisione, l’epicentro della produzione dell’anomalia senza che questo spostamento implichi alcuna mutazione della storia  e del ruolo che i movimenti hanno nelle città. Esiste un peculiare modo di vivere la città che è proprio dei militanti, di chi da sempre fuori dalle logiche della spartizione del potere politico si è posto il problema della costruzione di comunità resistenti pronte ad opporsi ai progetti di devastazione e saccheggio delle vite e del territorio imposti dal capitale. Senza questa modalità di abitare la metropoli, determinandone dal basso i processi, siamo convinti non possa darsi alcuna anomalia che superi l’evocazione.

 

No money, no party: il governo nell’Europa della crisi

Quando ci riferiamo alle trasformazioni della città di Napoli non possiamo tuttavia prescindere dalla dimensione europea che su essa agisce e che su di essa ha agito negli ultimi anni. L’introduzione del pareggio di bilancio in costituzione a cui l’UE ha costretto l’Italia non significa solo tagli gli enti locali (nel solo 2015 Napoli ha perso più di 50 milioni di euro), ma soprattutto vincoli di stabilità per lo stesso bilancio comunale: quello italiano è l’unico caso in cui il pareggio di bilancio si è dato anche sulla base degli enti locali. Gli effetti sono evidenti: smantellamento ed esternalizzazione delle già ridotte prestazioni di welfare che il comune era in grado di mettere in campo e una drastica riduzione degli investimenti comunali. Questa tendenza complessiva trasforma gli enti locali nei terminali ultimi della decisione politica, con uno spazio di manovra angusto e che andrà stringendosi sempre di più, così da trasformare le amministrazioni cittadine in uffici di sterile ragioneria che, registri alla mano, controllino le entrate e le uscite di investimenti e tagli decisi sempre altrove.

Da questo punto di vista anche il modo in cui i movimenti si relazionano alla rappresentanza politica non può non tener conto di questa trasformazione. In passato il problema che si ponevano le realtà di lotta rispetto al nesso amministrativo era quello di immaginare presidi democratici che si preoccupavano di garantire la destinazione sociale della ricchezza amministrata dagli enti locali. Il problema, cioè, era capire come le casse piene delle amministrazioni non servissero come bottino di guerra delle clientele partitocratiche e dei capitali privati, per i quali il momento elettorale era una sorta di regolamento di conti per definire i nomi e i cognomi di quelli con le mani sulla città. Destinare risorse al welfare, orientando politiche di deficit spending per la sanità, l’istruzione, il reddito, la riqualificazione urbana e ambientale. Questa stagione è finita, morta e sepolta dalle macerie della crisi, né abbiamo illusione che i minuetti dei governi nazionali possano aprire spazi diversi. Le esperienze più interessanti che si sono sviluppate in proposito (e il taglia e cuci di “nuovi soggetti politici” della sinistra parlamentare italiana, non è sicuramente tra queste) hanno tutte subito lo scacco della governance europea: il referendum greco è stato cestinato senza tanti complimenti dalla troika e il risultato a due cifre di Podemos potrebbe servire, sostanzialmente, a costruire un’opzione di governo con uno dei peggiori partiti socialisti d’Europa. Ragionare di municipalismo dunque non è una questione di scala (partire dal locale per risalire i gradini del potere costituito): municipalismo è tentativo di costruire autonomie dentro e contro i governi nazionali.

Ancora una volta gli spunti arrivano dal popolo curdo, da quella intuizione geniale che è stata la fondazione dell’Hdp, il partito democratico dei popoli, un soggetto politico sì nazionale che ha fatto tesoro della storia della resistenza curda in Turchia,  che ha saputo iscriverla nella miriade di storie resistenti e anti-autoritarie che animano il paese governato da Erdogan: movimenti ecologisti, femministi, lgbt, operai etc. Un soggetto politico non centralista, che confedera le differenze, le potenzia ricomponendole e che soprattutto esiste indipendentemente dalla concretezza dell’ipotesi di diventare forza di governo. Una forza politica che, in un contesto radicalmente diverso ha strappato il governo di interi pezzi di paese, di una gran quantità di città, dalle mani dei due principali partiti turchi. Così, sulla base dei principi del confederalismo democratico ha immaginato istituti veri di autogoverno e democrazia reale, contro i quali oggi l’esercito di Erdogan ha cominciato una guerra spietata. Una guerra che chi conosce la vicenda sa essere innanzitutto una guerra contro l’autonomia e la democrazia praticata dai curdi in Turchia.

La verità della democrazia

Torniamo a noi, alle nostre illusioni democratiche e allo spazio in cui muovere sul serio la partecipazione. La temporalità delle lotte, i saperi che esse hanno accumulato e i presidi democratici che hanno saputo costruire su tutti i territori in cui si abbattevano i progetti di devastazione e saccheggio del capitale, hanno oggi la responsabilità di sfidare le accelerazioni imposte dalla crisi. Nei tempi lenti, nella longevità con cui i movimenti sanno costruire relazioni e condivisione di pratiche radicali di trasformazione dell’esistente, possono trovarsi gli antidoti alla liquidazione della democrazia che oggi è in atto. Su questo non abbiamo illusioni e non pensiamo esistano scorciatoie: non è dalla frenesia web dei clic, dei tweet-storm e dei mail-bombing che sapranno trarre linfa le sperimentazioni democratiche che ci interessano. Ci interessa, invece, il modo in cui si ridanno tempi e spazi adeguati alla società che vuole farsi massa critica, come si riabita in modo significativo il tessuto della cittadinanza. I modelli a cui abbiamo guardato tutte e tutti parlano di questo: il laboratorio spagnolo non è stato solo (né soprattutto) un esercizio di web-democracy. Esso viene invece fuori dal modello delle acampadas, delle assemblee plenarie lunghe e articolate che occupavano le piazze per giorni interi così da avere la possibilità di entrare sul serio nel merito delle questioni e risignificare la pratica della decisione. Abbiamo più da imparare dal silenzio con cui in Rojava si ascoltano i lunghi interventi mai interrotti di ogni singolo compagno che non dallo studio degli insights dei blog da migliaia di clic! Questo non vuol dire cedere ai miti dell’orizzontalità a tutti i costi e non porsi il problema della verticalizzazione dei processi di movimentazione sociale, anzi. Piuttosto vuol dire non cedere alla trappola della velocità e della mistificazione dei luoghi pubblici della partecipazione e porsi il problema nella sua più radicale concretezza. È una delle lezioni che abbiamo imparato in cinque anni di governo De Magistris. Soprattutto in questo ultimo periodo pare che insista col fraintendere la vocazione maggioritaria con il tema della maggioranza: la costituzione di un soggetto politico di governo resta più importante dei temi con i quali si andrà a governare. Non si sono fatti molti passi dall’autonomia del politico di trontiana memoria (e che da quella storia venga fuori un voto a favore del job’s act non è solo ironia della sorte)! Questo diventa tatticismo spregiudicato nel caso di Iglesias e farsa imbarazzante nel teatrino italiano, in cui gli esperimenti che si sono succeduti non hanno saputo costruire che “rivoluzioni civili” ferme al palo dello sbarramento, quando non a diventare piccoli tesoretti da consegnare al Partito Democratico nell’illusione di poterlo trascinare a sinistra. A Napoli esistono le condizioni per uscire fuori dall’angusto spazio tra l’incudine della crisi della rappresentanza democratica ed il martello della frenesia alla costruzione di un soggetto politico a sinistra che per esistere imbarca tutti. Davvero tutti.

Dove ci sono i movimenti di massa, c’è – per forza- alfabetizzazione politica diffusa. Quando questa consapevolezza è diffusa, il grillismo (e il salvinismo) non hanno spazio. Il problema non è indovinare la strategia comunicativa efficace per strappare quote di share a chi detiene di fatto il monopolio dell’informazione di massa (Salvini sarebbe Salvini se non godesse di decine di ore settimanali concesse ai suoi proclami da tutte le reti nazionali?). Il problema è ricostruire un tessuto sociale frammentato, isolato e impoverito in cui la mancanza di confronto e di condivisione sono il terreno dove la propaganda leghista (e grillina) possono attecchire. Quando mancano questi ingredienti, ogni esperimento è una scorciatoia che fallisce: il caso di Quarto è emblematico. Non basta annunciare la rottamazione delle vecchie partitocrazie. Se la partecipazione politica (che noi intendiamo come erosione di decisionalità e non come formalità consultiva) non esiste, dentro il significante vuoto dei 5 stelle possono insediarsi tutti. Il consenso diretto (e virtuale) non è di per sé un presidio democratico e sarebbe stato meglio se non fosse stato un caso concreto (e finanche acclamato) a ricordarci che, in alcuni territori, le clientele criminali sono macchine capace di orientare e ottenere il consenso molto più che le belle anime innamorate del “nuovo che avanza”. Basti pensare alle espulsioni che, negli ultimi giorni, hanno riguardato anche ai Meet Up napoletani, a voler tacere delle dichiarazioni di Taverna che parla addirittura di un “complotto” per consegnare il governo di Roma ai pentastellati: una dichiarazione che, nella sua ingenuità, racconta bene la volontà della Casaleggio S.P.A. di non ambire ad alcuna responsabilità politica, ma invece di continuare a sguazzare in un’ambiguità che consente di accumulare consenso indiscriminato a destra come a sinistra. Una strategia che crolla come un castello di carte su temi su cui ambigui non si può essere come quello dei diritti sociali e civili. Le posizioni xenofobe e l’afasia sulla questione dei diritti omosessuali saranno fardelli con cui il movimento 5 stelle dovrà fare i conti anche alle prossime politiche.

Dall’anomalia all’alternativa

Questo è il quadro in cui si iscrive l’anomalia napoletana, abbozzato con pennellata opportunamente impressionista.

Un’ anomalia che   si può analizzare con onestà ed equilibrio solo partendo dal 2011, e guardando ai cinque anni passati con l’intento di evidenziare virtù e demeriti di una esperienza di governo che siamo convinti sia stato un esperimento,  al netto positivo, ma che  in questi anni ha attraversato una miriade di difficoltà.  Non può non essere questo il punto di partenza analitico di chi come noi  cinque anni fa scelse, soggettivamente ma in piena in sinergia  con i comitati attivi sulle questioni ambientali ed eredi della battaglia contro la discarica di Chiaiano, di appoggiare esplicitamente la candidatura a sindaco di Luigi De Magistris e di esprimere un consigliere e un candidato presidente di una municipalità centrale come l’ottava, entrambi interni alle strutture e riconosciuti dagli attivisti e dalle attiviste degli stessi comitati.  Una scelta nata soprattutto da due considerazioni che si intrecciavano tra loro. La prima era quella che riguardava la necessità di bucare il quadro asfittico della rappresentanza politica cittadina con la voce di uno dei movimenti (quello contro discariche ed inceneritori) che ancora oggi riteniamo tra i più radicali e costituenti che la città abbia conosciuto negli ultimi anni. La seconda era invece quella che inseriva la candidatura di De Magistris entro un movimento nazionale di candidati alle amministrazioni che si posizionavano come discontinui e irriducibili alle logiche della partitocrazia clientelare. Questo a Napoli voleva dire, concretamente, rifiutare ogni spazio di interlocuzione con quel centro-sinistra che aveva sbranato la città per oltre vent’anni. La scelta del non apparentamento in ballottaggio, giudicata suicida da tutti i miopi professionisti della politica napoletana, è in questo senso un esempio lampante. D’altronde, la candidatura dell’attuale sindaco di Napoli veniva fuori proprio come scelta indignata di discontinuità dopo l’osceno spettacolo che il centro-sinistra aveva dato di sé durante le primarie di coalizione, con i galoppini di Cozzolino (leggi: Bassolino) che imbarcavano la qualunque a votare, anche due-tre volte di fila, per garantire continuità a quelle lobby che pretendevano di tenere ben salde le mani sulla città. Una torta sulla quale anche Sel aveva deciso di mettere le mani, per garantire l’autoconservazione di una classe dirigente che qualcosa doveva continuare a regalare ai circuiti del finto associazionismo di base su piccoli feudi del territorio napoletano (Barra, Vomero, Bagnoli). Dunque la scelta, tutta soggettiva,  del 2011 fu presa sulla base di una  valutazione , innanzitutto e inevitabilmente, profondamente legata alla congiuntura. C’era nel paese una disponibilità alla mobilitazione inedita, che assumeva le forme più svariate e che cercava, indipendentemente dai posizionamenti delle strutture di movimento,  con forza spazi di connessione e rilancio che potevano eventualmente passare anche per un’interrogazione sociale del campo della rappresentanza politica: era la stagione che veniva fuori dal più importante movimento universitario della storia recente, l’estate dei comitati acqua, dell’occupazione dei teatri e dei luoghi della cultura , della grande ripresa di parola pubblica dei movimenti per la giustizia ambientale. Si intrecciavano su più territori vicende interessantissime, che parlavano la lingua di una vera e propria moltitudine in movimento, su più temi e, però, con un desiderio di relazione tra tanti e diversi che oggi invece stenta a comparire nella miriade di focolai di rivolta che attraversano il paese. In questo senso, con onestà intellettuale, non si può che ammettere che la fase politica è diversa: se cinque anni fa il problema che ci riguardava era il modo in cui fosse possibile una verticalizzazione di processi di movimento reali, oggi la tendenza è piuttosto quella di provare ad attraversare la congiuntura elettorale come fase in cui innescare momenti di partecipazione larga e diffusa che ancora, nonostante la generosità dei tanti attivisti che animano importanti battaglie cittadine, manca.

È alla luce di questo scenario che decidemmo di scommettere sul laboratorio De Magistris , pubblicamente, assumendoci gli oneri e i rischi di una sfida inedita per la nostra comunità. Una scelta che rivendichiamo nella sua processualità, come momento in cui abbiamo preferito investire sul protagonismo delle comunità in lotta di cui eravamo parte, piuttosto che strizzare l’occhio a questo o quel candidato e tutelare la castità della nostra piccola bottega. Quella scommessa, che per tanti fu un salto nel vuoto spaventoso, fu vinta.  De Magistris, tuttavia,  insieme con una anomala coalizione di forze politiche che in Italia contavano pochissimo o andavano scomparendo divenne sindaco della terza città di Italia e aprì una prima stagione amministrativa nella quale prese una serie di scelte (sia sulle figure di governo che sulle questioni importantissime per la città) sbagliate e in netta controtendenza con una campagna elettorale che già allora lo aveva collocato tra le esperienze politiche più a sinistra d’Europa. Il ticket  legalitario tra il magistrato  Narducci e lo sceriffo Sementa che terrorizzava i migranti e i mercatari o l’ approccio della prima ora sulla vicenda di Bagnoli sono solo due tra i più lampanti esempi delle cose che non andarono bene durante la prima fase dell’amministrazione. Un’altra vicenda, che a noi sta particolarmente a cuore perché  racconta bene il fraintendimento del concetto di partecipazione relativo alla prima fase dell’amministrazione De Magistris, è quella che si consumò a fine 2012, quando il sindaco e l’allora assessore al bilancio decisero di organizzare un simbolico consiglio comunale sotto Montecitorio,  per  reclamare maggiori risorse e maggiore autonomia  di gestione delle stesse per la città allora in dissesto. Proprio perché riteniamo questo tema centrale nella definizione dello spazio politico che può conquistare la città, siamo convinti che tutta  quella costruzione di discorso e  tutta quella proposta di campagna politica, legate alla questione dell’autonomia e della sostenibilità dei bilanci,  non andava costruita attraverso le modalità classiche della dialettica tra amministratori locali e  governo centrale. Piuttosto bisognava costruire un inedito processo di coinvolgimento della città che portasse migliaia di cittadini e cittadine a Montecitorio a fare pressione per ottenere deroghe al patto di stabilità e investimenti finalizzati al miglioramento dei servizi e più in generale della qualità della vita e allora forse, se quel primo strappo tra governo e amministrazione fosse stato maggiormente condiviso dalla base di chi effettivamente vive i disagi dell’ottusità da ragionieri delle istituzioni nazionali e transnazionali nella crisi, allora anche i risultati sarebbero stati differenti.

Questo episodio diventa a nostro avviso paradigmatico  proprio in vista della  critica costruttiva che rivolgiamo all’amministrazione attuale e (speriamo) ventura. La partecipazione non può vivere solo di evocazione e momenti di estemporanea esibizione plastica. La partecipazione, la sperimentazione di forme di democrazia radicale e diretta si costruisce attraverso l’assottigliamento progressivo della delega ed attraverso la cessione di sempre maggiore protagonismo ai cittadini e alle cittadine che vogliono decidere del destino della propria città e del proprio territorio. Le querelle di palazzo, anche se una delle due parti è più virtuosa dell’altra, restano querelle di palazzo e non possono rappresentare alcuna occasione interessante per i movimenti sociali.

Per concludere

I limiti di questa modalità di procedere sono, complessivamente, i limiti di chi pensa che nell’autonomia del politico possano venir fuori soluzioni in grado di modificare, a pioggia, le dinamiche sociali, interpretando la crisi della rappresentanza come spazio in cui appropriarsi di una delega in bianco plenipotenziaria, che fa del consenso personale il suo strumento di legittimazione. Diciamo questo senza nessuna fiducia nei poteri palingenetici di un’ipotetica “autonomia del sociale”. Se limiti ci sono stati, essi vanno indagati nella reciprocità in cui – sempre – si costruiscono i rapporti di forza. L’assenza di dispositivi organizzativi in grado di sfidare, tramite l’autorevolezza del lavoro di base, le accelerazioni amministrative è un altro pezzo della storia che va tenuto presente per scriverne una diversa. La crisi della rappresentanza può liquidare persone ed istanze solo quando non esistono sacche di resistenza in grado di opporsi alle strettoie democratiche, così da proporsi come spazi di nuova istituzionalità che discutono ed, eventualmente, cassano le decisioni che provengono dall’alto.

Questo però non vuol dire che la città, attraverso la costruzione di ponti tra le soggettività in movimento sui territori, non possa costruire uno scenario differente, inedito e altrettanto interessante che guardi alle elezioni come un punto di un più ampio processo di riappropriazione della decisione politica da parte delle comunità di base.

La questione centrale, per quanto ci riguarda, resta l’efficacia delle pratiche di cui i movimenti si dotano. In questo senso non pensiamo che esistano a priori mezzi giusti o sbagliati (e giusto o sbagliato sono categorie della religione, non della politica). Le amministrazioni locali rappresentano i terminali ultimi di una catena del comando che salta completamente ogni istituto democratico per annidarsi nel cuore delle city finanziarie europee, non toccate da alcuna dinamica di alternanza politica. Evidentemente, però, questa “estremità” degli enti locali li rende interessanti in quanto punto di articolazione reale di diktat astratti: è nelle delibere regionali e cittadine che si incarnano materialmente i dettami della troika, che l’austerità smette di diventare una teoria economica per impattare sulle vite ed i territori di migliaia di persone. Questi punti di applicazione della governance europea possono quindi diventare anche punti di resistenza. Questo era già vero cinque anni fa e lo è ancora di più oggi. Basta guardare la cartina dell’ Europa contemporanea per capire che se esiste una ambizione transnazionale è solo quella della confederazione delle città democratiche e resistenti ai dogmi dell’austerity e del neoliberismo. Non altra. I progetti di governo nazionale, anche se ambiziosi, virtuosi e radicali  hanno  tutti dimostrato una evidente difficoltà ad uscire fuori dalle logiche della compatibilità e del dogma neoliberale delthere is no alternative. Il nesso tra  rappresentanza e città nella crisi non può essere  esaurito dal ruolo di controllo sull’amministrazione, poiché quell’amministrazione è cronicamente in crisi, soggetta ai vincoli di bilancio, materialmente eterodiretta e destinata a compiti di mera ragioneria. Questo è ancora più vero a Sud, il cui destino di colonia interna abbandonata ad un doppio apparato di cattura – quello dello Stato e quello dell’imprenditoria armata – gli ha permesso di bruciare ogni record sugli indicatori di crisi (impoverimento, proletarizzazione del ceto medio, disoccupazione giovanile, bilancia migratoria, finanche tasso di mortalità). A cinque anni dalla stagione arancione, ci pare dunque che il tema dell’efficacia resti sostanzialmente aperto e il  municipalismo ( che non è un gioco al ribasso ma una sfida di esercizio vero di sovranità che sfugge al fascino delle autorappresentazioni e del tatticismo) è la sfida vera che abbiamo di fronte. Dentro il suo terreno vengono fuori oggi i laboratori politici più interessanti del nostro presente: è il terreno di Barcellona, la seconda città della Spagna governata da un’attivista diretta espressione del movimento per il diritto all’abitare. Un’esperienza, quella di En comù, capace di sfidare anche i limiti leaderistici di Podemos e di costruire un pezzo di autonomia reale che si relaziona al governo del paese senza dover annacquare i propri contenuti. È il terreno del confederalismo democratico praticato dai cantoni del Rojava e nelle città  curde in Turchia che interroga profondamente le pratiche organizzative e la questione annosa dell’autodifesa delle comunità in lotta. Da quel modello, consapevoli delle differenze, vorremmo poter apprendere e riprodurre alcuni metodi, alcune parole d’ordine e soprattutto alcuni efficacissimi anticorpi ad alcune coazioni a ripetere che caratterizzano le pratiche politiche in occidente. Una su tutte la vicenda della partecipazione delle donne alla vita pubblica. I curdi e le curde, fuori da ogni dicotomia spesso asfittica tra egualitarismo e valorizzazione delle singolarità, hanno ragionato un metodo che permette alle donne e agli uomini di avere la medesima presenza e il medesimo protagonismo pubblica senza che quella di uno dei due generi sembri la concessione del genere opposto. Ci piacerebbe che questo tema animasse le discussioni pubbliche che durante questi mesi con altri ed altre affronteremo, soprattutto in vista dell’introduzione di questa aberrante pratica dell’apparentamento dei consiglieri comunali. Come su altri temi anche su questo auspicheremmo che dal basso le assemblee dei movimenti introducano nuove metodologie critiche e nuove frontiere per sovvertire le liturgie machiste della stragrande maggioranza degli ambiti pubblico-politici.

Da sud oggi vengono la maggior parte delle sfide più interessante ai poteri nazionali e transnazionali. Certe resistenze, anche se si danno su un terreno strettamente istituzionale non crediamo siano casuali ma profondamente innervate nelle contraddizioni economiche e sociali che al meridione d’Europa e di Italia assumono una forma particolarmente recrudescente. L’anomalia napoletana può giocarsi, in questo quadro, una partita decisiva per diventare il più avanzato laboratorio politico del  paese. Un laboratorio lontano dall’alternanza dei partiti classici e capace di coniugare una vocazione maggioritaria senza dover passare per i grandi soggetti politici e sindacali che direzionano il consenso (e tengono a bada il conflitto) del nostro territorio. Senza sottovalutare in alcun modo quali figure sta riciclando la partitocrazia tradizionale per sfidare il sindaco uscente. La candidatura alle primarie dell’impresentabile Bassolino, che fa il paio con quella di Bertolaso a Roma, torna sui nostri territori come un brutto déjà-vu. Eravamo certi che dopo i disastri sociali, ambientali ed economici prodotti, certe figure avessero il pudore ed il buongusto di invecchiare in privata solitudine. Invece no. Senza vergogna l’ex governatore si è messo i panni del vecchio saggio della politica e si appresta a sfidare la sua vecchia pupilla Valeria Valente alle primarie del primo week-end di marzo, per concorrere nuovamente alla poltrona di sindaco della città e riproporre per essa quella sua “impaccabile” macchina del lobbismo e dei clientes con cui per anni ha gestito in modo banditesco le risorse pubbliche e oppresso le energie migliori della città. Dalla parte del centro-destra, di quel polo che dalle nostre parti ha rappresentato per anni la stampella politica semi-esplicita dell’imprenditoria armata, c’è ancora una volta Lettieri, l’imprenditore, il self made man meridionale che incarna, goffamente, i sogni di riscossa di uno dei pezzi peggiori della città, quello degli speculatori, degli imprenditori senza scrupoli delle aziende locali, quel pezzo di città arricchitosi sulle clientele, sulla devastazione e sull’impoverimento diffuso. Il cinque stelle tace. Non è facile giocarsela qui. Lo spazio su cui si muovono comodi, quello dell’indignazione e della discontinuità con la partitocrazia tradizionale  è occupato dal sindaco uscente per cui per ora tutto fa pensare a un investimento al ribasso.

In  questo quadro dunque  schierarsi è necessario e partecipare agli eventi è un esercizio a cui non può rinunciare nessuna delle soggettività che si pone il problema di cambiare l’esistente.

Ci vuole il coraggio di scommettere che, come ad ogni appuntamento con la storia, Napoli saprà non deludere e investire tutte le proprie forze in questa scommessa. La scommessa che gli spazi di libertà che si sono aperti in questi cinque anni, nella città dal cui porto è partita la Freedom Flotilla e che ha aggiunto il nome di Apo Ocalan tra i suoi cittadini, nella città delle innumerevoli occupazioni,  saranno difesi da tutte e da tutti. Il coraggio di scommettere su un sentimento popolare che scorre in ogni quartiere della nostra città e che è più forte della devastazione e del saccheggio, più forte del potere, più forte di ogni pulsione razzista, più forte di ogni servitù volontaria. Napoli è una delle più importanti metropoli che affacciano sul mediterraneo. Questa collocazione geografica ha sempre avuto una immediata riscrittura politica e sociale nel sentimento di accoglienza e di inclusione che anima una città caratterizzata da sempre da continui processi migratori, interni ed esterni. In una congiuntura come questa, che vede la fortezza Europa terra di utopia e salvezza per milioni di uomini e donne in fuga da barbare guerre e terribili dittature, ogni territorio deve scegliere cosa fare dei propri confini, delle proprie frontiere, delle proprie barriere economiche. Oltre i trattati e le misure straordinarie sono le popolazioni che scrivono le quotidiane politiche dell’accoglienza o dell’esclusione ed è il dilagare dell’intolleranza e della violenza xenofoba che permette la costruzione dei muri e il restringimento degli spazi di agibilità per gli uomini e le donne che sono anzitutto cittadini del mondo e che per il mondo dovrebbero poter circolare liberamente. In questo senso Napoli è sempre stata partigiana dell’accoglienza e la crisi e l’impoverimento di questi anni non ne hanno trsfigurato troppo l’anima solidale. Altrove è accaduto l’opposto.

Ebbene ci vuole la lucidità di trasformare questo comune sentire della città di Napoli in un corpo collettivo, organizzato, attivo su ogni territorio e confederato. Siamo di parte – ma prima di tutto nel senso che, fin nell’analisi, siamo partigiani – quando diciamo che a Napoli c’è lo spazio per costruire  un laboratorio politico ambizioso costituente e radicale. Lontano dalla muffa dei partiti che, mentre occupavano abusivamente il campo della sinistra, si vendevano ogni diritto conquistato dai subalterni in un secolo di lotte. Lontano dal politicismo. Lontano, però, anche dal mero desiderio di autoconservazione della cosiddetta sinistra radicale, contenta della propria inviolata purezza, ridotta ad inventare una realtà che non esiste per giustificare lo sforzo quotidiano di sopravvivenza a tutti i costi. Noi vogliamo scommettere,  con  chi ha qualcosa da perdere, ma soprattutto con chi non si accontentae non ha mai rinunciato  all’idea di invertire la rotta ad un destino di austerità e miseria, di schiavitù e saccheggio.

 Insurgencia

 [1] Con il termine razzializzazione si intende quel processo di produzione discorsiva sulle identità razziali che, calato sulla città di Napoli e sul meridione di Italia, si è tradotto negli anni nella incessante diffusione di stereotipizzazioni ed archetipizzazioni dei comportamenti delle popolazioni, che hanno a loro volta influenzato e condizionato le diseguaglianze politiche e sociali

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