Adios, Guaidò!

Intervista a Edgar Serrano sul fallito golpe in Venezuela del 30 aprile

2 / 5 / 2019

Dopo quanto accaduto in Venezuela lo scorso 30 aprile, abbiamo fatto alcune domande a Edgar Serrano, docente presso il Master in Local Develpoment all’università di Padova. Edgar ha ricostruito gli eventi degli ultimi giorni, cercando di leggerli sia alla luce della situazione interna che internazionale.

Edgar, visto che sei in costante contatto con il tuo Paese, dacci un quadro degli avvenimenti che hanno segnato il Venezuela nelle ultime 48/60 ore, le cause di questo secondo fallito golpe e i suoi possibili effetti.

Già alcuni giorni fa, il gruppo che fa capo all’autoproclamato presidente venezuelano Juan Guaidò ha provato a giocare la carta della sorpresa, annunciando pubblicamente che ci sarebbe stata una giornata di protesta nazionale il 1 maggio. L’obiettivo era di contrapporre la loro manifestazione a quelle tradizionalmente organizzate dal governo per la Festa dei Lavoratori.

A questo piano è subito subentrato un altro: anticipare le operazioni al giorno prima per testare la reazione del governo, ma soprattutto delle forze armate. Nella loro testa c’era l’idea che il 1 maggio si festeggiasse in piazza la riuscita del golpe. Una strategia preparata in maniera superficiale, anche perché non ha tenuto conto del fatto che il piano non fosse per nulla segreto.

Come sappiamo, non è andata come Guaidò e il suo entourage si aspettavano ed è la seconda volta in poco più di due mesi che un piano “a sorpresa” fallisce. La prima volta, lo ricordo, è stata lo scorso 23 febbraio, quando i golpisti hanno tentato di forzare il confine tra Colombia e Venezuela con la truffa degli aiuti umanitari alla popolazione. Una provocazione che serviva a testare sia la coesione delle forze armate venezuelane sia il livello di malcontento popolare, ma che si è rivelata un boomerang per Guaidò, che ha prodotto nient’altro che la diserzione di circa 100 militari – tra l’altro di basso rango – che ora si trovano in Colombia, abbandonati dalle stesse autorità di quel Paese.

Torniamo ad oggi. Martedì 30 aprile hanno fatto un atto di forza, credendo che in questi mesi le condizioni fossero maturate, anche grazie al bombardamento quotidiano fatto in rete basato su un concetto chiave: «fine dell’usurpazione». In realtà Guaidò e i suoi alleati hanno sbagliato ancora una volta i calcoli e, quando hanno dichiarato l’inizio della “rivolta”, si sono ritrovati con poche centinaia di persone in loro sostegno. L’obiettivo era l’aeroporto militare di Caracas, perché avere il controllo degli F35 avrebbe loro consentito una qualche riuscita dell’operazione. Così non è avvenuto e, anzi, alcuni militari sono stati coinvolti nel tentato golpe anche con l’inganno e si sono tirati indietro prima dell’inizio delle operazioni.

In sintesi: non c’è stata la diserzione dei militari, non c’è stata la rivolta popolare e il golpe possiamo darlo ufficialmente per fallito. La cosa più grave che è stata commessa il 30 aprile è stata la liberazione forzata di Leopoldo Lopez, detenuto agli arresti domiciliari dopo le violenze commesse nel corso della crisi del 2014. Lopez è stato formalmente condannato dalla Corte di Giustizia venezuelana, organo indipendente dall’esecutivo, perché ritenuto responsabile della morte di 87 persone, uccise con l’obiettivo di far ricadere la colpa sul governo e fomentare così la rivolta popolare. Lopez è stato accompagnato prima all’ambasciata cilena e poi imbarcato su un jet privato che ha raggiunto la Spagna, perché lo stesso presidente cileno Sebastián Piñera non si è voluto addossare la responsabilità della sua protezione. La vicenda di Lopez avrà notevoli ripercussioni giuridiche - oltre che politiche - su Guaidò, sia a livello nazionale che internazionale.

Come inquadrare gli avvenimenti nel contesto internazionale?

Sul piano internazionale ci sono due aspetti fondamentali da considerare. In primo luogo c’è l’appoggio a Guaidò dei Paesi sudamericani del cosiddetto “gruppo di Lima”, sempre più capeggiato dal Basile di Bolsonaro. Oltre al Brasile, gli altri Paesi che hanno direttamente appoggiato i tentativi di golpe  sono Colombia, Cile, Perù e Paraguay, che stanno anche facendo azioni diplomatiche mirate all’isolamento del Venezuela.

Il fronte internazionale anti-Maduro si sta, però, frammentando sempre di più. Le dichiarazioni del possibile neopremier spagnolo Pedro Sanchez sulla crisi venezuelana, non lasciano alcuno spazio a possibili azioni militari. Dichiarazioni che pesano molto, perchè la Spagna era - fino a poco tempo fa - sostenitrice dell’uscita di scena di Maduro a ogni costo. Anche la Germania si sta schierando contro una soluzione di forza in Venezuela.

Il secondo elemento importante riguarda l’uscita ufficiale del Venezuela dall’Organizzazione degli Stati Americani, avvenuta la scorsa settimana. La motivazione politica riguarda il fatto che la maggior parte dei membri dell’OSA è ostile al Paese. Le trattative per l’uscita sono iniziate già nel 2017, ma nei giorni scorsi la frattura si è consumata definitivamente con un accusa diretta fatta agli Stati Uniti, Paese che ospita la sede centrale dell’organizzazione e che ne è di fatto leader.

La mossa del Venezuela ha creato scompiglio all’interno dell’OSA, dove ci sono Paesi contrari all’intervento militare diretto o indiretto contro Caracas, come Bolivia, Nicaragua, Costarica e non solo. Una mossa che ha anticipato l’espulsione del Venezuela, come era accaduto con Cuba negli anni ’60, che avrebbe avuto effetti politici completamente diversi. Trovandosi spiazzati, gli Stati Uniti sono stati costretti ad accelerare la via golpista; ed è per questo che si spiegano meglio i fatti del 30 aprile.

Ma non c’è futuro per Guaidò e sono convinto che da qui a 10 giorni lo vedremo rifugiarsi nell’ambasciata colombiana in Venezuela oppure direttamente in Colombia. Chi finora lo ha seguito lo abbandonerà e Guaidò non potrà più mettersi in campo per una terza opportunità. Questo non significa che gli Stati Uniti si siano rassegnati; loro giocheranno un’altra carta che è quella – come hanno fatto in altre circostanze – dell’assassinio di personaggi di spicco che sostengono la causa rivoluzionaria  e fomenteranno la guerra civile attraverso azioni criminali.

In conclusione, ci tengo a ribadire una cosa: io non sostengo Maduro, anzi sono fortemente critico delle misure economiche e sociali che ha preso. Ma di fronte a una situazione come questa, io preferisco stare dalla parte di chi difende il mio Paese dall’invasione statunitense. Perché agli Stati Uniti non interessa Maduro, ma le risorse del paese; e io starò sempre dalla parte di coloro che lotteranno per impedire che le risorse del Paese vadano nelle mani degli Stati Uniti.

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