Al via il primo "Campamento climatico de los Pueblos contra el Terricidio". È già un successo

Diario dalla carovana dei “Pueblos contra el Terricidio”.

8 / 2 / 2020

Per arrivare al Campamento Climatico del los Pueblos contra el Terricidio - appuntamento centrale della nostra carovana di Ya Basta Êdî Bese in terra d’Argentina -, bisogna arrampicarsi con l’auto lungo uno sterrato largo, ma ricco di sali scendi, che dalle quattro case in croce del paese di Corcovado ti porta sulle sponde a monte dell’omonimo rio. Quando neppure un 4 x 4 ce la farebbe più, non resta che pigliare gli zaini in spalla e proseguire a piedi. Il camp si trova su una grande pineta. Qui abbiamo piantato le nostre tende, non senza colorarle con le bandiere No Navi e del Leone di San Marcos. Siamo qui da due giorni, oramai, e non siamo stati con le mani in mano: chi ha contribuito a sistemare l’area, chi a lavorare nelle cucine, chi a trasportare il materiale. Le difficoltà logistiche sono tante, in un posto a definire “fuori mano” gli fai un complimento. Senza contare che l’allacciamento alla rete elettrica non è stato una passeggiata - Moira Millan, portavoce delle Mujeres Indigenas por el Buon Vivir cha hanno organizzato il camp, parla apertamente di un boicottaggio da parte della compagnia elettrica -, e, come se non bastasse, non soltanto non c’è connessione ad internet ma neppure una copertura cellulare. Per postare o spedire articoli, non resta che scendere a Corcovado. Ma gli agi su cui ci culliamo, la linea veloce e la comunicazione istant possiamo dimenticarla in fretta.

Il Campamento Climatico sorge nel cuore del Pulof Pillan Mahuiza, una degli storici “recuperi” dei mapuche delle terre che lo Stato argentino ha svenduto a Benetton. I pini che ricoprono l’intera area sono un emblematico esempio di una specie alloctona introdotta a puro scopo di profitto senza considerare i danni che queste piante hanno causato all’ambiente. Le pigne ed il fitto tappeto di aghi caduti da questi alberi riescono a soffocare persino i tenaci ciuffi di erbe selvatiche che dominavano queste ampie vallate andine. 

Il Campamento Climatico contro il Terricidio comincia questa mattina di buon’ora con la “salida al sol”, una cerimonia spirituale con la quale i mapuche chiedono alle forze della natura di essere una fonte di ispirazione per i lavori che seguiranno. Quindi i partecipanti al camp si ritrovano sotto una grande tenda per le presentazioni di rito. Oltre alle “vocera”, le portavoci, di tante comunità mapuche, ci sono rappresentanze di popolazioni indigene come i Cotopaxi dell’Ecuador, i Nasa d’Argentina, e della Pastoral da Terra del Brasile. Dal nord America, ci sono rappresentanza dal Canada e dagli Stati Uniti. Dall’Europa, i Paesi maggiormente rappresentati sono la Spagna e, soprattutto, l’Italia, dove l’associazione Ya Basta Êdî Bese è riuscita a radunare 23 carovanieri con delegazioni di Fridays For Future e Non Una di Meno. 

È Moira Millan - molti dei carovanieri ricordano il suo applauditissimo intervento al Climate Camp svoltosi a Venezia lo scorso settembre - che apre i dibatti pregando tutti di non fotografare i volti dei partecipanti senza prima chiedere il permesso. “Molte delle persone qui riunite ha subito violenze o è stata minacciata di morte. Non mettiamo in pericolo la loro vita e la loro libertà”. Il timore di provocatori o di infiltrati è grande. Nessuno che non si sia registrato in precedenza sarà ammesso al camp, spiega Moira, sottolineando che sarà attivo anche un servizio d’ordine interamente femminile. Le donne sono infatti le vere protagoniste di questo Campamento. “Perché, se è vero che non si può lottare per la giustizia climatica senza lottare anche contro il capitalismo, è anche vero che non si può combattere il terricidio senza combattere anche il patriarcato”. 

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