Atene - Linciato Zak Kostopoulos, attivista LGBTQ+

3 / 10 / 2018

È passata oltre una settimana dal linciaggio di Zacharias Kostopoulos, Zak, ad Atene. Venerdì 22 settembre le forze dell’ordine hanno fermato e ammanettato un uomo morto poco dopo. A pochi metri una vetrina in frantumi, sul marciapiede di Omonia tracce di sangue, interrogativi spontanei. La polizia chiede ai presenti, almeno una decina in effetti, e tutti rilasciano la stessa testimonianza: quell’uomo, Zak, è entrato nella gioielleria evidentemente sotto l’effetto di qualche droga ed evidentemente con l’intento di rapinare la cassa. A volto coperto, ha estratto un’arma – un coltello – e minacciato il proprietario. Poi ha frantumato la vetrina e con una delle schegge di vetro si è rivolto come una furia verso gli astanti, comuni passanti che si erano fermati a guardare la scena, a prestare soccorso. Qualcuno riesce a reagire, non è chiaro chi né in che modo, e colpisce Zak. La polizia si materializza all’improvviso, arresta l’uomo bloccandolo a terra e ammanettandolo e lo porta via. Nel tragitto per l’ospedale Zak, 33 anni, attivista LGBTQ+ e per la tutela delle persone sieropositive, muore. 

Il caso si sarebbe chiuso immediatamente, racconta l’avvocatessa della famiglia Kostopoulos, Anna Paparousou, se non fosse emerso un video dalle telecamere di sorveglianza di un esercizio vicino. Una testimonianza che racconta una verità ben diversa da quella fornita sul momento dai testimoni oculari. Nel video un uomo, chiaramente a volto scoperto, è intrappolato nella gioielleria. Afferra un estintore e prova fiaccamente a sfondare la vetrina. Non ci riesce, vuole uscire. Nel frattempo, fuori si è riunita una piccola folla. Due uomini, Evangelios Demopoulos, proprietario del negozio, e Athanasios Xortarias, coordinatore locale del Πατριωτικό Μέτωπο, formazione neofascista, appaiono più vicini all’ingresso, gli altri in semicerchio alle loro spalle. Zak trova finalmente una via d’uscita, una finestra nella parte inferiore della vetrina. Si abbassa a carponi e sta per allungare la mano ed aprirla quando, improvvisamente, quella va in frantumi. Sono i calci di quei due uomini, 73 e 55 anni, ad avergliela spaccata in faccia, e non si fermano al vetro, ma continuano a colpirlo, le braccia, le spalle e poi, il colpo finale, la testa. Solo allora uno dei convenuti si prende la briga di intervenire, senza troppa convinzione però, se come si vede dal video gli uomini continuano a infierire su Zak anche quando questo è incosciente, riverso sul marciapiede. 

Poco dopo l’apparizione di questo video, che smentiva completamente le dichiarazioni rilasciate fino ad allora, viene diffuso un secondo spezzone che inquadra Zak pochi istanti dopo. Ripresa conoscenza, il giovane prova a rialzarsi ricevendo altri spintoni, calci, sgambetti e lanci di oggetti. Cerca di scappare, ma inciampa in un tavolino, cade a terra e un istante dopo la polizia è sopra di lui. Lo fermano e lo ammanettano. Giovedì 27, tuttavia, compare un terzo video, girato con il cellulare da un passante. Documenta il trattamento che la pattuglia ha riservato a Zak, ormai agonizzante sul marciapiede. Dopo averlo ammanettato, gli uomini in divisa lo schiacciano, gli premono la testa a terra con gli anfibi, uno lo afferra per la gola, un altro lo prende a calci. Poi lo afferrano per i piedi e lo trascinano via, lasciando quella pozza di sangue a monito e memoria. I tre video dimostrano che le forze dell’ordine erano presenti sul posto già durante l’aggressione, che non sono intervenute per fermare il linciaggio – come del resto tutti gli altri – e che anzi hanno continuato il pestaggio. 

La morte di Zak è stata uno spettacolo a cui decine di persone hanno assistito impassibili, quando non solidali. Che si sia trattato di indifferenza o appoggio, il sentimento della folla è stato tale da garantire la costruzione di una versione alternativa e unanime in pochissimi istanti, una verità che proteggesse gli assassini di Zak e gettasse fango sulla sua persona. Un tossico sui vent’anni che si era introdotto armato e travisato in una gioielleria per rapinarla, ecco in cosa era stato trasformato l’attivismo e l’impegno politico di Zak Kostopoulos. Una menzogna, cui la famiglia, i compagni, gli amici non hanno potuto credere nemmeno un istante. Per domenica 23 infatti viene convocata un’assemblea al Polytechneio, il politecnico da cui infiammò nel 1973 la rivolta studentesca contro i colonnelli. Già quella sera, le oltre 500 persone riunite attraversano il centro della città dandosi un nuovo appuntamento mercoledì 26: sono in migliaia nelle vie di Omonia quella sera.

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Nel frattempo, infatti, la ricostruzione si è avvalsa di nuovi elementi: oltre alle prove video, che dimostrano la bestialità e la gratuità dell’aggressione, emerge la testimonianza di Grigoris Vallianatos, attivista greco, secondo cui Zak si sarebbe introdotto nella gioielleria per trovare riparo da un’aggressione scattata in un bar vicino. Una versione che spiegherebbe ad esempio la presenza di sangue di Zak all’interno del negozio, dove le telecamere lo riprendono solo e intrappolato.  

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La morte di un uomo, di un attivista, è stata uno spettacolo, e purtroppo continua ad esserlo. I video, testimonianza indubbiamente fondamentale per smascherare le menzogne di tutti quei “testimoni oculari”, sono stati diffusi a mezzo stampa e caricati su Youtube, dove contano decine di migliaia di visualizzazioni. I servizi dei notiziari, i talk show hanno trasmesso quelle immagini in loop. Tutta la Grecia ha visto e continua a vedere in diretta (differita) quell’omicidio barbaro, vigliacco che qualcuno avrebbe potuto evitare intervenendo, anziché rimanere a guardare. 

(Foto in copertina: Στην Ομόνοια δεν έγινε ληστεία μπάτσοι και αφεντικά έκαναν δολοφονία, “Non c’è stata nessuna rapina a Omonia. Il proprietario e la polizia sono degli assassini”)

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