Costruire la resistenza, non i muri

12 / 11 / 2019

Il 9 novembre scorso si è celebrato il trentennale della caduta del muro di Berlino. Purtroppo, però, non c'è nulla da festeggiare. Siamo entrati in una nuova era fatta di muri, di cui oltre 70 militarizzano confini in giro per il mondo o annettono terre occupate, come nel caso del muro illegale di Israele in Cisgiordania. Il fenomeno della "politica dei muri" è globale e Israele ha un ruolo chiave in esso.

Fino al 2002, quando Israele iniziò a costruire il suo muro dell'apartheid nella Cisgiordania occupata, i muri erano di fatto un tabù politico. Anche il muro che imprigiona l'intera popolazione palestinese di Gaza dal 1995 è stato tenuto in silenzio. Inizialmente, lo sdegno per questa costruzione israeliana alta otto metri nel bel mezzo della Cisgiordania era enorme, in parte anche perché era costruito su un territorio occupato. Ma anche se la Corte internazionale di giustizia lo ha dichiarato illegale nel 2004, la decisione è stata chiusa nei cassetti della diplomazia delle Nazioni Unite, ed i muri sono stati normalizzati e globalizzati.

Oggi l'Europa ha costruito oltre mille chilometri di muri - sei volte la lunghezza del muro di Berlino. Gli Stati Uniti hanno iniziato l'anno scorso, con un presidente che ha causato il più lungo blocco delle attività amministrative (“shutdown”) della storia per una disputa al Congresso se finanziare il suo "grande, grasso, bellissimo muro" o piuttosto optare per il progetto proposto da Nancy Pelosi, leader dei Democratici , di un "muro tecnologico". Dal Kashmir al confine con l'Arabia Saudita, dal confine turco con l'Argentina, molti altri muri meno noti continuano a crescere.

Per Stop the Wall, il fatto che i muri non solo siano usati contro il popolo palestinese, ma anche per opprimere, espropriare, escludere e troppo spesso uccidere persone in tutto il mondo, è evidente da tempo. Tuttavia, si è dovuto attendere che Donald Trump ottemperasse alla sua promessa elettorale di costruire un muro e che facesse il suo famigerato commento in una telefonata con il presidente messicano - "Bibi Netanyahu mi ha detto che i muri funzionano" – perché si creasse lo slancio per un'azione globale.

Poco dopo l’insediamento di Trump alla Casa Bianca, i movimenti palestinesi e messicani hanno lanciato l' appello per un mondo senza muri, oggi sostenuto da oltre 400 movimenti, reti e organizzazioni di tutto il mondo. Ecco la buona notizia: le strutture costruite per segregare hanno avviato un processo di aggregazione tra i movimenti. Quella che inizialmente era stata pensata come una sola giornata globale di azione il 9 novembre 2017, si è trasformata in un'azione ricorrente e, cosa ancora più importante, un processo continuo di costruzione, approfondimento, creazione di connessioni e lotte congiunte attraverso e contro i muri.

Gran parte del dibattito e delle azioni per un mondo senza muri si trovano raccolte nel libro “Build Resistance not Walls” , pubblicato da Stop the Wall. Presenta saggi, ricerche e interviste fornite da attivisti, intellettuali e giornalisti investigativi di Palestina, Israele, Messico, Stati Uniti, Grecia, Italia, Spagna, Paesi Baschi, Marocco, Sahara Occidentale, Brasile, Argentina, India e Kashmir. I loro approfondimenti sono provocatori e stimolanti.

La globalizzazione dei muri è una risposta all'attuale crisi economica, di civiltà e ambientale globale che ha rivelato l'incapacità dei governi di dare risposte efficaci ai bisogni dei popoli. Incapaci di promettere benessere in maniera credibile, adottano ciò che Charles Derber e Yale R. Magrass chiamano la "storia della sicurezza". La narrazione infonde paura nelle nostre società inventando false minacce e ingigantendo le minacce reali, e giustifica l'autorità delle forze militari come l'unica forza che può garantire la sicurezza e la sopravvivenza. Il risultato inevitabile è l'ascesa di forze razziste, suprematiste e xenofobe, da Narendra Modi in India a Bolsonaro in Brasile, fino all'estrema destra in Europa e a Donald Trump.

Il ruolo di Israele e l'influenza dei paradigmi politici israeliani in questo processo sono discussi da molti dei collaboratori di “Build Resistance non Walls” . Non è un caso che queste forze abbiano adottato Israele come modello e muri di varie forme come strumento di dominio sociopolitico e geopolitico. Il progetto coloniale e di apartheid israeliano offre metodi e tecnologie testati per attuare tali politiche razziste e suprematiste.

Per Israele, la globalizzazione dei muri, l'ascesa dell'estrema destra e la crescita della storia della sicurezza sono una fonte inestimabile di legittimazione e, allo stesso tempo, aprono mercati in continua crescita. Una sintesi dell'ampio studio di Mark Akkerman mostra una crescita globale annua dell'8% dell’industria dei muri, con un aumento del 15% della spesa per la militarizzazione delle frontiere nella sola Europa. Riya AlSanah e Hala Mashood mostrano come le aziende che hanno sviluppato gli apparati di sicurezza militari israeliani traggano profitto nella vendita delle tecnologie di militarizzazione delle frontiere “testate sul campo”. Il loro know-how è stato acquisito per la costruzione del Muro degli Stati Uniti al confine con il Messico.

Nel quadro di una storia di sicurezza totalmente pervasiva, il rovescio della medaglia del paradigma dei muri, secondo Jamal Juma', è la creazione di una società di sorveglianza che crei un panottico che renda tutte le persone vulnerabili ed incapaci di proteggere i loro diritti e la loro privacy. Ancora una volta, avendo la Palestina come laboratorio all'aperto a tempo pieno, la tecnologia e la metodologia israeliane sono leader nel mercato. I recenti scandali con AnyVision o lo spyware del gruppo NSO sono solo due esempi.

Tuttavia, i muri non sono nulla di nuovo, ma piuttosto uno strumento coloniale secolare, adattato da Israele per gli scopi attuali. Khury Peterson-Smith, uno degli autori della dichiarazione “Black Solidarity with Palestine” del 2015 , descrive come gli stessi Stati Uniti siano una "Nazione di Muri", avendo usato storicamente i muri per far avanzare la loro conquista coloniale.Il diffuso sostegno negli Stati Uniti alla versione israeliana dei muri contemporanei appare logico in questo contesto.

I contributi in “Build resistance, not walls” rivelano le connessioni tra i muri di tutto il mondo e ribadiscono come solo insieme, come movimenti, potremo abbatterli.Tagliare i legami di complicità, il sostegno di Israele alla militarizzazione e le politiche razziste in tutto il mondo, è un appello ripetuto in tutto il libro dagli attivisti ed i movimenti sociali in prima linea nella lotta, sia in Messico, che nelle favelas brasiliane o sulle rive del Mediterraneo dove l'UE ha iniziato a utilizzare i droni killer Hermes 900 di Elbit System, sostituendo efficacemente le missioni di SAR (Search and Rescue) con la sorveglianza dei migranti lasciati annegare.

Che sia indispensabile che i movimenti si uniscano quando "globalizzano il modo in cui ci uccidono" è sottolineato eloquentemente da Gizele Martins dei movimenti della favela a Rio de Janeiro, che ha riconosciuto, durante la sua esperienza di viaggio in Palestina, le stesse tattiche utilizzate dalla polizia militare di Rio, addestrata dalla compagnia di sicurezza israeliana ISDS

Altri esempi di azioni congiunte che abbattono i muri includono Tribunali Popolari e Carovane Popolari, nonché iniziative di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS) per affrontare l'architettura dell'impunità che protegge le società che consentono, facilitano e traggono profitto dai muri dell'ingiustizia.

Invece di cedere alla tentazione di essere completamente assorbiti dalla crisi e dagli attacchi sempre più drammatici e brutali sui nostri movimenti, questo è il momento di alzare fieramente la testa, guardare oltre i muri e stabilire connessioni tra le nostre lotte per rafforzarci insieme.

Il movimento brasiliano“Amici della Terra” ci ricorda:

“Più grandi sono i muri, più ci sono crepe. Se i muri ci circondano, dovremmo aggrapparci alla certezza della speranza che uno per uno saranno abbattuti. Mentre le persone continueranno a stare in piedi, i muri cadranno!”

Traduzione di Dario Fichera, Ass. Ya Basta! Êdî Bese! da mondoweiss.net

Post-scriptum:

Poche ore dopo la traduzione di questo articolo, arriva la notizia che il Pentagono ha annunciato la partnership strategica con General Dynamics Corp, stipulando un contratto da 731 milioni di dollari con la più importante multinazionale “dei muri” del mondo per gestire il sistema di comunicazioni satellitare di nuova generazione Mobile User Objective System (MUOS) ubicato a Niscemi, in Sicilia.

Sul comunicato del Coordinamento dei Comitati NO MUOS (visibile a questo link: https://www.nomuos.info/gli-usa-appaltano-il-muos-alla-societa-che-bombarda-i-palestinesi-e-che-sorveglia-il-confine-usa-messico/) si legge, tra le altre cose, che

La General Dynamics Corp è il principale general contractor del Pentagono con un fatturato di 36 miliardi di dollari l’anno. Si occupa della videosorveglianza del confine con il Messico, l’ormai tristemente celebre muro che Trump ha eretto a simbolo della sua presidenza.La società è accusata anche di avere un ruolo nella detenzione di minori proprio al confine, una pratica che ha suscitato scandali e polemiche anche presso l’opinione pubblica statunitense. Ma la passione per i muri da parte di General Dynamics non finisce certo qui. La compagnia si occupa della sorveglianza del muro che circonda la Striscia di Gaza e ha fornito i sistemi di armamenti per i caccia F-16 ed F-35 e droni UAV dell’aviazione israeliana. Gli stessi che, giornalmente, bombardano e uccidono i civili palestinesi. Ci chiediamo se sia normale per il Governo Italiano permettere a una forza straniera l’appalto smaliziato dell’impianto MUOS a società private che si sono macchiate di gravi crimini contro civili inermi e migranti in nome del profitto.”

*** Traduzione a cura di Dario Fichera

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