Elezioni politiche in Spagna: Un’altra svolta della crisi costituzionale del paese

30 / 4 / 2019

La versione originale in inglese è stata pubblicata da Novara Media. Traduzione di Lorenzo Feltrin.

A partire dalle elezioni del 2016, nelle quali il conservatore Mariano Rajoy era riuscito a rimanere al potere nonostante tutte le difficoltà, la scena politica spagnola è stata profondamente scossa da una catena di eventi in quattro atti.

Primo, i due principali partiti di sinistra – il Partito socialista (Psoe) di centro-sinistra e Podemos – hanno accentuato la loro rivalità, provocando un riallineamento della base elettorale che ha finito per danneggiare Podemos. Secondo, l’eruzione della rivolta catalana nell’ottobre 2017 – sotto forma di un referendum unilaterale per la secessione durante il quale ci sono stati violenti scontri con le forze dell’ordine spagnole – è stata seguita dalla sospensione dell’autogoverno catalano e l’arresto della giunta regionale. Terzo, l’arrivo di una schiacciante sentenza contro il Partito popolare (Pp) di Rajoy in un caso di corruzione ha fatto scattare un voto di sfiducia che ha portato alla caduta del governo conservatore nell’estate del 2018. Per finire, dopo essersi sottratto alla minaccia dell’estrema destra per un decennio, il paese ha visto il sorprendente successo di un nuovo partito populista di destra alle elezioni regionali in Andalusia nel dicembre 2018.

La tornata elettorale di domenica – che ha visto gli spagnoli votare alle politiche per la terza volta in poco più di tre anni – segna un’ulteriore svolta nell’attuale crisi costituzionale del paese. Il bilancio è una netta vittoria della sinistra parlamentare, anche se accompagnata da una regressione di Podemos.

Vecchia destra, nuova destra e nuova vecchia destra

La caratteristica più saliente di queste elezioni è stata la frammentazione della destra. A partire dagli anni ’90, la forza della destra spagnola si è basata sulla convergenza dei suoi voti sul conservatore Pp. Durante la leadership neo-con di José María Aznar, dalla metà degli anni ’90, il partito ha potuto vantare una base elettorale che andava dai liberali di centro ai nostalgici di Franco. Tuttavia, sul finire degli anni 2000, la retorica altamente ideologica di Aznar (moralismo cattolico, nazionalismo spagnolo, estremismo neoliberale) è stata smorzata dal subentrare di Mariano Rajoy, un grigio burocrate.

Rajoy è giunto al potere nel 2011, ma le sue politiche di austerità – tra cui aumenti fiscali – sono state percepite come insufficientemente liberali da alcuni settori della sua base. Nel frattempo, alcune figure neo-con di punta hanno abbandonato il partito accusando una mancanza di integrità ideologica. Per di più, tra il 2011 e il 2016, il Pp ha perso consensi a causa dei sempre più gravi scandali di corruzione nonché per la percepita passività del governo nei confronti dei tentativi catalani di raggiungere l’indipendenza.

Questa tendenza ha giovato principalmente a Ciudadanos, un partito di centro portato alla ribalta dal capitale finanziario nel 2015-16 in risposta all’ascesa di Podemos. Con un cocktail di populismo thatcherista (liberalizzazioni contro una casta politica immorale) e di un filone liberale del nazionalismo spagnolo (lotta ai nazionalismi regionali in nome dell’individualismo), il partito è cresciuto in seguito alla rivolta catalana e alla caduta di Rajoy.

Tuttavia, a fine 2018, il Pp e Ciudadanos hanno incontrato un formidabile rivale, il partito di estrema destra Vox. Scheggia impazzita della fazione neo-con del Pp, Vox ha accusato di “codardia” la vecchia destra, aggiudicandosi una inaspettata vittoria in Andalusia. Con una retorica esplicitamente xenofoba, sciovinista e ultra-neoliberale, Vox è più simile al vecchio Ukip che al Rassemblement National di Marine Le Pen (ex Front National), anche se con l’aggiunta di una buona dose di moralismo cattolico.

In combinazione con la conquista del Pp da parte della corrente neo-con guidata da Pablo Casado, tutto ciò ha creato un’acuta competizione per i voti dei ceti medi conservatori. Il risultato è stato una campagna elettorale imbarazzante e cacofonica, nella quale i tre partiti di destra hanno reclutato nobili, toreri e militari per disquisire su chi avrebbe davvero abbassato di più le tasse sui ceti medi o chi sarebbe stato più inflessibile con la Catalogna. Nonostante gli opposti machismi, i tre partiti pensavano di poter formare un governo di coalizione tutti assieme.

Riallineamento a sinistra

Nel 2016, Podemos ha perso la scommessa del superamento del Psoe ed è quindi entrato in una fase di crisi, durante la quale si sono scatenate complesse lotte interne seguite da una serie di scissioni nel periodo precedente alle elezioni. Queste tensioni sono ben rappresentate dall’irreversibile frattura tra il leader simbolo del partito – Pablo Iglesias – e lo stratega Íñigo Errejón, che ha abbandonato Podemos. Il risultato è stato uno stillicidio di consensi. Il partito è stato però parzialmente risollevato dall’emergere di nuovi scandali durante la campagna elettorale (niente poco di meno che l’esistenza di un “patriottico” gruppo di poliziotti dedito allo spionaggio di Podemos) e dalla buona performance di Iglesias nei dibattiti televisivi. Il cartello elettorale Unidas Podemos ha così recuperato un po’ di forza all’ultimo minuto.

Le difficoltà di Podemos hanno abbondantemente avvantaggiato il Psoe. Dopo aver subito la rielezione di Rajoy nel 2016, la vecchia guardia composta da socialisti centristi si è ritrovata quanto mai isolata rispetto alla base, prevalentemente più a sinistra e più aperta all’idea di collaborare con i nazionalisti catalani per sfiduciare Rajoy. La base ha avuto la meglio portando al vertice il suo beniamino Pedro Sánchez – personalità politica fino a quel momento piuttosto vacua.

Diversamente dal caso di Podemos, le lotte interne al Psoe hanno galvanizzato una base demoralizzata e hanno permesso a Sanchez di affossare Rajoy nel 2018. Con Sanchez al governo, i socialisti e Podemos hanno concluso importanti accordi, come l’aumento del 22% del salario minimo. In tempi alquanto rapidi, Sánchez ha restituito un’aria di dignità e vigore a un partito che era rimasto del tutto disorientato dalla crisi finanziaria. Tutto ciò, accoppiato con la radicalizzazione della destra, ha permesso al Psoe di attirare facilmente grandi quantità di votanti sia da destra che da sinistra.

Il futuro

Queste elezioni hanno chiaramente un vincitore: con 123 seggi – ovvero il doppio del secondo partito – il Psoe ha realizzato il suo miglior risultato del decennio, una spettacolare inversione di quel che sembrava essere un processo di “pasokificazione” soltanto due anni fa. In tal modo, il Psoe sta seguendo il Labour di Jeremy Corbyn nel tentativo di evitare il collasso della socialdemocrazia europea. Al contempo, Podemos ha dovuto ridimensionare le sue ambizioni rivoluzionarie, o persino l’idea di poter sfidare il presente assetto costituzionale, basando la propria campagna elettorale su uno sforzo volto a portare il Psoe verso riforme sociali più incisive. Podemos ha perso il 40% dei propri seggi – scendendo a 42 – ma è riuscito a salvare la faccia in un contesto di disarticolazioni regionali e lotte interne (alcuni sondaggi avevano ipotizzato non più di 27 seggi).

Senza dubbio, il più grande perdente è il Pp, che ha ottenuto il peggior risultato della propria storia. Prima delle elezioni, i tesorieri del Pp avevano calcolato che un risultato inferiore agli 80 seggi avrebbe messo il Pp a rischio di bancarotta: è passato da 137 a 66. Vox ha chiaramente sfondato nella politica nazionale ottenendo 23 seggi, è pero molto meno di quel che alcuni avevano prospettato. Era stato ipotizzato che potesse ricevere 50 seggi o più, diventando il terzo partito del paese. Ciudadanos, da parte sua, è il vincitore “relativo” della guerra civile della destra. Con 57 seggi, ha quasi raddoppiato rispetto al 2016 e non ha superato il Pp per meno dell’1% dei voti.

Per quanto riguarda la formazione di un governo, la destra non ha modo di mettere assieme una maggioranza e queste elezioni sono state una sconfitta per la destra nel suo complesso. Un blocco di centro (Psoe e Ciudadanos) potrebbe funzionare ed è certamente l’opzione preferita dalla burocrazia Psoe. Tuttavia, la base la prenderebbe come una dichiarazione di guerra, cosa che riaccenderebbe le lotte interne. Il risultato più probabile è quindi quello di una coalizione Psoe-Podemos sostenuta dalle astensioni dei nazionalisti catalani di sinistra, probabilmente in cambio di nuove trattative sull’autodeterminazione. Considerando le opzioni possibili, questa sarebbe la soluzione più desiderabile. L’estrema destra è alle porte, ma il suo assalto è stato respinto – per ora.

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