Prepariamoci a difendere la rivoluzione

di Zan
21 / 12 / 2018

Non possiamo ancora dirlo con certezza matematica, ma sta succedendo.

Con le dichiarazioni di ieri è formalmente iniziato il disimpegno USA in Siria. Con il disimpegno Usa si lascia carta bianca al presidente turco Erdoğan, che da anni non vede l'ora di spazzare via la rivoluzione del Rojava. 

Prima di oggi ci sono stati svariati segnali che hanno fatto pensare ad una prossima operazione turca nella Siria del Nord: i bombardamenti del primo novembre sulle postazioni Sdf di Kobane e Tall Abyad-Gre Spi, nonché i proclami e i movimenti delle milizie islamiste del TFSA (Turkish-backed Free Syrian Army). La musica cambia una settimana fa: riprendono i proseliti dei gruppi TFSA (1,2,3,4) , ma soprattutto si notano ingenti dispiegamenti (1,2,3,4) di mezzi pesanti dell'esercito turco a ridosso del confine turco-siriano. Si tratta dell'ennesima mossa di guerra psicologica indotta dalla Turchia contro la rivoluzione? Potrebbe essere, se non fosse per il discorso che Erdoğan pronuncia qualche giorno fa, nel quale dichiara apertamente che le operazioni militari turche contro la Siria del Nord riprenderanno a breve. In ogni caso, è difficile pensare all'intervento turco senza il totale ritiro USA.

Proprio ieri arriva la pugnalata alle spalle: il Presidente Trump dichiara di voler operare il disimpegno delle truppe statunitensi dalla Siria del Nord. Gran Bretagna e Francia fanno sapere di non essere state interpellate nella decisione; Israele storce il naso ma non si scompone - può contenere l'Iran benissimo da sola, e non è il caso di rimbeccare Trump, un presidente che ha fatto a Netanyahu fior fiore di regaloni; infine, non è chiaro se il ritiro sarà completo o parziale, se avverrà in tempi rapidi o nel giro di mesi. Peraltro anche alcuni senatori repubblicani criticano Trump, sostenendo la necessità di continuare a combattere l'Isis.

Gli Usa si trovano sul posto per coordinare le ultime fasi della guerra contro lo Stato Islamico a Deir ez-Zor, nella sacca di Hajin; detengono una loro base militare a sud di Kobane. Tuttavia l'amministrazione Usa ha sempre fatto sapere chiaramente di non aver intenzione né di scomodare Erdogan, né di aver l'interesse di restare in Siria, se non per sconfiggere del tutto lo Stato Islamico. Ad oggi, la cittadina di Hajin è libera da appena una settimana. Nonostante secondo un rapporto Onu vi siano ancora tra i 20.000 e i 30.000 combattenti di IS in Siria e Iraq, Erdoğan e Trump vogliono chiudere in fretta la parentesi Rojava. Fino a questo momento gli USA si sono posti come intermediari tra Turchia e Federazione della Siria del Nord, ma Erdoğan e il suo Ministro della Difesa sono stati espliciti: per loro la minaccia dello Stato Islamico non esisterebbe piùe gli Usa non devo intralciare la volontà turca di ripulire la Siria dalle Ypg-Ypj (considerate alla stregua di un Pkk a cui sarebbe stato cambiato il nome). L'obiettivo è stroncare la rivoluzione. Se Usa e Francia leveranno davvero le ancore dalla Siria del Nord, il Rojava sarà abbandonato al suo destino, in balia delle orde islamiste che hanno tanto terrorizzato l'Occidente.

Non si riesce a capire fino a che punto le manovre di Erdoğan siano solo un gioco a braccio di ferro con gli USA: forse centra qualcosa l'accordo per 3,5 miliardi di ieri con cui si è venduto alla Turchia il sistema antimissilistico Patriot (un do ut des? Minacciare per incassare sottobanco?). Ma è più probabile che Trump non voglia scontentare l'alleato Nato, già pericolosamente vicino a Iran e Russia. In questo momento Erdoğan ha il piede in due scarpe e ci calza meravigliosamente. Per le Sdf, sopravvivere ad un'invasione delle forze turche risulterebbe decisamente critico, per quanto la resistenza possa rivelarsi più accanita che ad Afrin.

Oggi sono impegnate circa 20.000 unità SDF ad Hajin. Come lo è stato ad Afrin, questo è il momento buono per la Turchia per sferrare un attacco. Fonti vicine ad Hezbollah hanno rilasciato ieri una mappa che mostrerebbe i piani di invasione turchi: l'obiettivo dell'operazione sarebbe creare una zona cuscinetto di una settantina di chilometri entro il territorio siriano, ben oltre l'arteria stradale strategica M4, ossia la strada più importante che percorre da cima a fondo la Siria del Nord. A questo punto sarebbe difficile non sospettare che Bashar al-Asad non si preoccuperebbe di riconquistare le restanti zone tra Raqqa e Deir ez-Zor. Le Sdf possono contaresu un totale approssimativo di 65.000 unità (di cui circa 30.000 YPG-YPJ), nessuna contraerea e nessuna aviazione. Questi effettivi dovrebbero difendere una striscia di terra di circa 500 chilometri. Il TFSA ha a disposizione 25/30.000 effettivi, mezzi blindati, mezzi corazzati e soprattutto aviazione e fanteria turca.

Winston Churchill una volta disse che gli americani alla fine facevano sempre la cosa giusta, ma solo dopo aver tentato tutto il resto. La cooperazione di comodo tra le Sdf e gli Usa ha da sempre fatto discutere. Su questa cosa ci si è già interrogati in precedenza. In ogni caso è molto facile fare un confronto: se l'alternativa alla presenza di duemila soldati e di una base militare Usa (peraltro nulla di paragonabile all'Italia partigiana del 1945) è l'occupazione militare islamista, fascista e liberticida della Turchia di Erdoğan, non si dovrebbe avere ripensamenti.

Prepariamoci a difendere la rivoluzione.

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