Road to Palestine, day 3 - Profughi da 74 anni

Il campo di Dheishe, alle porte di Betlemme, tra graffiti dei caduti e bandiere rosse. La vita dall’altro lato del muro dell’Apartheid.

22 / 5 / 2022

“Siamo alla quarta generazione nata e cresciuta nel campo” ci dice Hamdih. Lui fa l’artigiano e il muratore, ma ha vissuto in Italia per anni e oggi ci fa da traduttore e da guida. Campo di Dheisheh, alle porte di Betlemme, centro Ibdaa. Siamo dall’altra parte del muro, quello alto otto metri di cemento armato che abbiamo attraversato ieri. 

“I nostri nonni arrivarono qui dalle città e dai villaggi conquistati dagli israeliani nel 1948. Allora vivevano nelle tende e ogni giorno dovevano mettersi in fila davanti all’ufficio dell’Unrwa (l’agenzia Onu per i rifugiati) per ricevere qualcosa da mangiare. Da allora siamo rimasti nella stessa condizione: profughi”.

Oggi non ci sono più le tende, al loro posto sono sorte case che crescono di un piano quando serve un appartamento in più. Del resto i muratori e artigiani palestinesi sono i più richiesti del Medio oriente, anche dagli Israeliani.

I contatti del campo con la solidarietà internazionale si creano già durante la prima Intifada, la sollevazione popolare del 1987.

Nel 1994 gli accordi di Oslo promettono l’autonomia alla Cisgiordania e a Gaza, alimentando la speranza di poter arrivare alla creazione di uno Stato palestinese. Si rivela tutto un tragico inganno, la costruzione di colonie e l’occupazione proseguono. Nel 2000 scoppia la seconda Intifada, il campo di Dheisheh viene nuovamente invaso dall’esercito israeliano. La presenza di diversi solidali europei contribuisce a limitarne la violenza, ma di fatto è la fine delle speranze degli anni ‘90.

Dheisheh, come tutti gli altri campi profughi, rimane sotto la tutela dell’Unwra che garantisce i servizi di base e la consegna di pacchi alimentari, ma non fa nulla per sostenere l’autonomia della popolazione. L'obiettivo è quello di mantenere lo status quo. Altri fondi arrivano dall’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), retta dall’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), con quei soldi e con il sostegno della solidarietà internazionale il Comitato del campo (eletto dai residenti) ha realizzato altri progetti. “Abbiamo fatto le fognature” dice Mahmood, tra i membri del Comitato. Ma tutto questo non cambia la condizione dei residenti del campo. Possono spostarsi liberamente solo fino a Betlemme, che si trova nella cosiddetta area A, quella sotto controllo militare ed amministravo dell’ANP.

Più in là cominciano i check point dell’esercito israeliano, che può chiuderli a piacimento. L’area A è infatti un insieme di città e villaggi senza continuità territoriale, circondata dalle aree B (controllo militare israeliano e amministrativo dell’ANP) e C (controllo israeliano sia militare che amministrativo).

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A Dheisheh il 65% dei residenti è disoccupato, chi lavora in molti casi lo fa a Gerusalemme, nel territorio dello Stato di Israele vero e proprio.

Per andarci serve uno speciale permesso dell’esercito israeliano, concesso solo per motivi di lavoro. Vale solo per gli orari ed il luogo di lavoro ed è rinnovato mensilmente. Il datore di lavoro può farlo revocare in qualunque momento. Ogni giorno centinaia di migliaia di palestinesi tornano nei territori dai quali sono stati cacciati come manodopera altamente ricattabile.

Hamdih e Mahmood ci fanno da giuda per i vicoli del campo. Occupa una superficie di 1,4 km quadrati e vi vivono circa 15000 persone. Su gran parte delle case ci sono ritratti e graffiti in ricordo dei martiri. Il loro memoria c’è anche un piccolo monumento.

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Agli incroci delle strade e sulle case di chi è uscito dalle prigioni israeliane sventolano le bandiere rosse del Fronte Popolare Per La Liberazione Della Palestina (FPLP), di ispirazione marxista-leninista. Più rare quelle gialle di Al-Fatah.

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Il campo è una roccaforte della sinistra palestinese. La leadership ultra-moderata dell’ANP sembra non riscuotere molti consensi da queste parti. 

Quando siamo arrivati abbiamo visto un cassonetto in fiamme in mezzo alla strada, la maniera dei ragazzi del campo di protestare contro alcuni arresti effettuati dai poliziotti dell’ANP per motivi politici e pretesi da Israele. Arresti fatti fuori dal campo, dentro non sarebbero stati possibili a causa la resistenza della popolazione. “Abbiamo fatto scontri con la polizia anche quando è venuto il Papa, perché non ci permettevano di salutarlo. Le loro transenne se le sono potute riprendere solo dopo due mesi” ci racconta ridendo Hamdih mentre ci accompagna. Ci mostra un secondo centro culturale, con tanto di biblioteca e palestra per le donne.

Dopo il giro del campo ci dirigiamo verso Betlemme. La prima tappa è al muro dell’Apartheid.

L’unica cosa bella di questo mostro di cemento e filo spinato che sbarra l’orizzonte sono i tanti graffiti e messaggi di solidarietà vergati in tutte le lingue del mondo.

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Basta allontanarsi di un paio di chilometri dal muro per ritrovarci circondati da negozi di souvenir e da turisti, siamo arrivati nel centro di Betlemme, a ridosso della Basilica della Natività. 

La sera Hamdih ci invita a cena e tra chiacchiere e grigliata lui e suoi amici insegnano qualche passo della Dabke, una danza popolare palestinese. La stessa vietata a Gaza dagli islamisti di Hamas perché ballata insieme insieme da donne e uomini. L’attacco all’identità palestinese non viene solo da Israele.

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