Tunisi - Il fuoco che non si spegne mai

Storie di rivoluzioni e resistenze dal cuore della Tunisia

8 / 4 / 2013

Le nostre spade sono la lingua e la penna. E con queste che lottiamo. E se ci taglieranno le mani per non farci scrivere scriveremo lo stesso, con il sangue”. Con queste parole di Kasima inizia la nostra breve ma intensa avventura nel Sud della Tunisia a Sidi Bouzid, la “culla” della rivoluzione, dove Mohamed Bouazizi il 17 dicembre 2010 si diede fuoco in segno di protesta contro le angherie della polizia nei suoi confronti.

Kasima è un vulcano di idee, azioni e poesie: è stata diverse volte in Italia e con un perfetto italiano ci racconta la rivoluzione permanente di tutte le donne come lei. “Avere memoria è l’unico modo per affrontare il futuro. Dobbiamo ricordare come è nata la nostra rivoluzione perchè altrimenti tutto torna come prima. Ricordare le battaglie combattute è la sola maniera per continuare a combatterle. E’ come in Italia per le lotte dei partigiani. Se si dimenticano quelle azioni e quelle persone si riapre la strada al fascismo”. Kasima è anche in prima linea come donna ed è stata una delle promotrici della manifestazione “anti-complementarità”. Un articolo della nuova Costituzione approvato da una commissione dell'Assemblea costituente tunisina, infatti, affermava che "lo Stato assicura la protezione dei diritti della donna, sotto il principio della complementarità all'uomo in seno alla famiglia, e in qualità di associata all'uomo nello sviluppo della Patria". Grazie alla mobilitazione di tante donne tale parte è stata rimossa dal testo finale. Ma le battaglie saranno ancora tante, visto soprattutto il rischio di una deriva fondamentalista del governo tunisino presieduto dal partito Ennahda.

La stessa sera del primo aprile conosciamo Alì, un media attivista che vive a Tunisi e che ci racconta che il suo migliore amico è scomparso dopo essere partito per Lampedusa. Alì sogna una Tunisia che offra opportunità ai giovani. “Dobbiamo capire che ormai l’Europa non può darci un futuro e che quello che vogliamo fare all’estero possiamo farlo benissimo anche qui”. Poi ci fa ascoltare alcune canzoni del gruppo Curva Sud Tunis. “Durante il regime di Ben Alì lo stadio era l’unico luogo in cui potevamo esprimere il nostro dissenso contro il governo e la polizia”. Alì ha prodotto diversi video durante e dopo la Rivoluzione dei Gelsomini. Il suo principale obiettivo è stato sin dall’inizio quello di dare voce agli “invisibili”. “Ci sono molte famiglie che vivono in condizioni terribili nel Sud della Tunisia. Alcune settimane fa mi hanno contattato chidendomi di raccontare i loro problemi. E io con i video riesco a dare loro quella voce che nessuno vuole dare”. Il suo canale su Youtube e i suoi account su Twitter e Facebook diventano i megafoni per diffondere i suoi video, tasselli di un attivismo quotidiano fatto di bravura e coraggio.

Vicino Sidi Bouzid c’è Menzel Bouzaiene, un’altra delle città dalle quali si è dipanata la scintilla del cambiamento che ha invaso quasi tutti i paesi arabi. “Qui da noi è tutto autogestito dai cittadini. La polizia non ha nessun potere repressivo. Gli unici poliziotti sono chiusi in un ufficio e si limitano a compiere mere formalità burocratiche.” ci racconta Safoin, un giovane membro di UDC (Unione dei Disoccupati Diplomati), un’associazione osteggiata da Ben Alì e adesso mal vista anche dal governo di Ennahda. “Proviamo a fare qui quello che abbiamo visto fare agli operai argentini nel documentario The Take: occupare e autogestire in maniera totalmente condivisa uno spazio, sia esso uan fabbrica o una città. Il nostro sogno è esportare questo modello e far nascere tante Menzel Bouzaiene in Tunisia e in tutto il mondo”. Ma ribellarsi e resistere ha il suo prezzo. “Io e i miei compagni non possiamo uscire da Menzel Bouzaiene perchè rischiamo di essere arrestati e aggrediti” ci confessa. E subito dopo indica il taglio alla mano del suo amico Mohamed, un altro membro di UDC che ha subito due aggresioni in pochi giorni. “L’ultima volta hanno provato ad uccidermi accoltellandomi ma sono riuscito a scappare” racconta Mohamed. Le minacce vengono sia dalla polizia che dai salafiti, gruppi ultraconservatori che stanno prendendo sempre più piede in Tunisia grazie anche ad una certa vicinanza (poco formale ma molto sostanziale) con l’attuale governo. Un altro ragazzo che abbiamo incontrato nella vicina città di Regueb ci dice: “I salafiti non sono tanti, qui in città saranno una trentina. Ma sono organizzatissimi e quando devono “punire” qualcuno chiamano subito quelli delle città vicine e in pochi minuti sono 80-90”. Di fronte a lui c’è un suo amico, un ragazzo membro dell’associazione Istehlel (“scintilla”) picchiato due giorni prima da un gruppo di salafiti. Ma non ci sono solo i salafiti. “Qui la gente è povera, non c’è lavoro e i diritti non sono per tutti. Molti parlano dei salafiti ma i problemi sono anche altri, a cominciare dalle politiche sbagliate del governo di Ennahda” afferma Jaster di ACUN, un’altra organizzazione di attivisti tunisini.

Storie di quotidiana lotta e di quotidiana resistenza. Vite di attivisti da cui abbiamo molto da imparare. Ragazze e ragazzi che ogni giorno combattono per tenere vivo il fuoco della rivoluzione, per far sì che le tante battaglie combattute non si rivelino vane e che vi sia per loro davvero un futuro migliore

E per farlo usano il potere della parola e della creatività. “La parola a voi” e “Imagine”: questi sono i due manifesti appesi alle pareti della radio comunitaria 3R (Radio Regueb Revolution) della città di Regueb. E con questi messaggi ritorniamo a casa, nell’altra sponda del Mediterraneo, con la fortuna di aver incontrato chi davvero ha cambiato il mondo. E continua a cambiarlo.

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