Elezioni amministrative 2016. Niente di nuovo sotto al cielo, eccetto che sul Mediterraneo

9 / 6 / 2016

Vogliamo iniziare ad interrogarci sul tema dell'autonomia municipalista, in un dibattito che tenga dentro anche la questione dei nessi amministrativi. Vogliamo farlo al di fuori di ogni retorica e tatticismo, con la speranza di aprire, come Globalproject.info, una discussione vera sulla questione, che possa essere utile ai movimenti sociali ed a tutte le realtà che agiscono il terreno del cambiamento e rifuggono quello della salvaguardia dello status quo.

Sebbene tutte le grandi città e la maggior parte dei Comuni debbano attraversare il secondo turno per stabilire il colore della futura amministrazione, l’espressione di voto di domenica 5 giugno fotografa in maniera abbastanza nitida una situazione che segna un’indubbia discesa del Partito Democratico, una leadership leghista de facto già esistente del centrodestra, l’insignificanza del neonato soggetto politico di Sinistra Italiana. E l’indiscussa anomalia napoletana.

Innanzitutto, però, una precisazione: non è possibile minimizzare il dato dell’astensionismo. Per quanto i quotidiani nazionali abbiano solertemente esultato per il superamento della metà degli aventi diritto (il 62, 14%), da scongiurare visti i pronostici, è bene tenere in mente che all’incirca due italiani su cinque hanno preferito non recarsi alle urne. Onde evitare semplificazioni, è bene aver presente che il dato dell’astensione non è omogeneo per ogni territorio. Roma rimane l’eccezione che, dopo mesi di commissariamento e di scandalo di Mafia-capitale, ha aumentato l’affluenza, pur rimanendo poco sopra la metà degli elettori. In quasi tutte le città, l’astensione ha avuto un effetto di danneggiamento trasversale: non ha toccato soltanto le sezioni locali del PD, ma ha assunto dei tratti strutturali che ci parlano più di rassegnazione piuttosto che di rifiuto costituente o di dichiarazione di conflitto. Del resto, l’assenza di risposte adeguate  - cioè di movimenti moltitudinari - alle politiche neoliberali di Renzi e, laddove ve ne è stato l’inizio, la repressione del dissenso e l’autoritarismo, sono un silenzio (o “silenziamento”) che parla molto di più delle schede elettorali rimaste intonse. Questa rassegnazione sociale ci comunica spesso, purtroppo, anche della spoliticizzazione in cui versa la maggioranza della cittadinanza del Belpaese – sebbene questo fenomeno, di nuovo, si misuri principalmente in termini di movimento.

Questa valutazione non esclude, però, le condizioni da ortopedia post-traumatica del Partito Democratico: checché ne dica Renzi, il quale prova a spostare la prova tangibile della sua legittimità elettorale nel referendum di ottobre, il mancato primo turno nelle metropoli è un duro colpo da digerire per la tenuta nazionale del governo. Se i due anni del (non acuto) fiorentino non hanno prodotto una mobilitazione sociale generalizzata e incisiva, ciò non significa che l’uso forsennato dei voucher, il Job’s Act, lo Sblocca-Italia, il boicottaggio del referendum sulle trivelle e l’ennesimo finanziamento alle banche, ma non ai risparmiatori, la vessazione della classe degli insegnanti, la demolizione della ricerca italiana, eccetera, eccetera, non abbiano eroso il suo bacino elettorale, soprattutto nelle generazioni che hanno vissuto da sempre la precarietà esistenziale. Importante non tralasciare, inoltre, le sue performance da despota che creano divisioni interne e patti improbabili con forze politiche ancora più innaturali del PD stesso rispetto ad un concetto vago di sinistra. Il PD inizia a scricchiolare, trovando l’unica vertebra che lo sostiene in quel pervicace senso comune, sempre più minoritario, di stabilità e continuità inculcato da Renzi in questi ultimi anni grazie alla retorica del superamento della crisi, dello sviluppo, della “#voltabuona”; un senso comune che spesso appartiene più a gruppi di interesse politico-economico che a una composizione sociale.

I democratici si vedono davanti dei ballottaggi emblematici per dei sindaci uscenti come Merola e Fassino, puniti dalla dispersione dei voti e dalla crescita dell’astensionismo. A Roma Giachetti sarà con tutta probabilità asfaltato dalla “nuovissima” Raggi, come del resto era da immaginarsi dopo la consegna della capitale a Orfini e a Tronca. Lo scontro alla pari che si avrà tra Sale e Parisi a Milano rivela già l’equidistanza che i due candidati hanno rispetto a tutti i contenuti politici: votare per l’uno o per l’altro, sempre il modello Expo – su cui ha investito per il futuro tutta l’iniziale amministrazione arancione di Pisapia per garantire la continuità elettorale – andrà a vincere.

Un’altra vittima ammaccata da queste amministrative è Forza Italia di Berlusconi, ridottosi a spettro che si aggirava attorno ai comizi elettorali della Lega o alla ricerca degli eventi mediatici. La leadership di Salvini ha ottenuto la corroborazione che ormai tutti davano per scontata, verificando anche l’efficacia dell’asse con Fratelli d’Italia. I due partiti si ergono a prossimi vagoni da traino di tutto il carrozzone del centrodestra; o meglio, della destra, visto il visibile spostamento verso l’estremità che la guida della Lega e di Fratelli d’Italia darebbe alla tradizione berlusconiana. In generale, c’è da dire che ovunque questa coalizione si sia presentata unita, ha ottenuto risultati soddisfacenti e ha imposto il ballottaggio anche nei Comuni più refrattari alle formazioni di destra. Bologna è un esempio tra tutti; ma anche in molte città più piccole della “rossa” Toscana la leadership leghista ha raggiunto risultati mai attesi arrivando a competere al ballottaggio. Per non parlare del Veneto di Zaia in cui nell’ultimo anno la propaganda xenofoba e di rifiuto dell’accoglienza, sempre in chiave anti-Europa e anti-Renzi, per i migranti hanno portato ancora più città a passare al governo verde. Allargandoci poi a tutto il Nord-Est, non è da sottovalutare il ballottaggio strappato dal centrodestra con dei gran numeri a Trieste, crocevia storico delle migrazioni e capoluogo della Regione in cui l’estrema destra ha rilanciato durante tutta la fase esplosiva della Balkan Route.

In ogni caso, Salvini riesce a catalizzare quel sentimento di opposizione a Renzi che si fonda sulla sovranità nazionale e il ritorno dei confini – proprio in una fase in cui le migrazioni tornano ad interessare pesantemente l’Italia dopo le deportazioni dalla Grecia dei profughi. In questo senso c’è da registrare, anche se non con linearità, la debolezza elettorale di Forza Nuova e Casapound, contenute da questa impostazione salviniana una volta che il loro matrimonio non è più andato avanti. L’unica triste, preoccupante eccezione rimane Bolzano.

Ma il bipolarismo classico così tanto desiderato dalla riforma di Renzi della Costituzione è rotto dai 5 Stelle, primo partito (o a pari merito) in molte città se non si contano le varie coalizioni che si legano al centrodestra e al centrosinistra. L’assorbimento pentastellato dell’indignazione elettorale nei confronti del sistema partitico tradizionale erode il PD così come occupa uno spazio che, altrimenti, sarebbe unicamente consegnato alla destra. Virginia Raggi distanzia la vittima sacrificale Giachetti e la neofascista Meloni di molti punti percentuali, avanzando come elemento innovatore e in rottura rispetto alla gestione corrotta bipartisan del patrimonio pubblico, della svendita dei servizi, del decoro urbano ideologico, tutti dei processi accentuati dall’operato commissariale voluto, appunto, da Renzi. A Torino, inoltre, l’egemonia democratica fa fatica a conquistarsi il primo turno a causa dell’irrompere della candidata pentastellata, anche se comunque sotto il PD di significative preferenze di voto.

Se il 5 Stelle rappresenta un’alternativa concreta e simbolica al bipolarismo, non possiamo certo dire lo stesso di quell’esperimento che sembra essere fallito alla nascita di Sinistra Italiana. La semplice ricomposizione, battezzata durante l’evento romano di Cosmopolitica, di singoli partiti e di nuove realtà alla sinistra del PD non solo non ha funzionato, ma ha rivelato dei limiti di analisi e di strategia. Nella costituzione di questo gruppo parlamentare, che dovrebbe ufficializzare il nuovo partito nel congresso di dicembre, si è dato per scontato che una sommatoria tra soggetti politici più o meno conosciuti potesse far esprimere il dissenso verso i governi e le amministrazioni neoliberali e neosovranisti in termini elettorali. Si è immaginato che il dissenso avrebbe dovuto naturalmente proiettarsi in un’espressione di voto verso la “vera sinistra” senza alcun sforzo, quasi fosse naturale dopo otto anni di crisi e di riforme dall’alto: poco importava stare all’interno dei comitati in difesa dell’ambiente, nei comitati di lotta per la casa, nelle reti per l’accoglienza dei migranti. Così Sinistra Italiana ha pensato di fare campagna elettorale pensando alla propria autorappresentazione, facendo vedere che i suoi contenuti sono “di sinistra”, ma senza pensare neanche un attimo a quel problemino che, in parole più auliche, verrebbe chiamato di soggettivazione, cioè di trasformazione molecolare dei modi di vita, delle pratiche, di una vera e propria antropologia costretta tra il senso di colpa, l’economia della promessa e tempi di lavoro sempre più stringenti per far fronte alla precarietà. In breve, nel “creare” questa sinistra. Come per ogni creazione innovativa, o si sta dentro i punti di rottura e di conflitto, oppure se ne parla e basta. E, infatti, chi non ha notato in tutti questi mesi l’uso incessante del lessico proveniente da Podemos e dall’esperienza spagnola nei discorsi di molti dei membri di SI? Parole, appunto, che non trovano significato alcuno nel contesto sociale e politico italiano. Senza sorpresa il nuovo partito alla sinistra del PD si guadagna l’ultimo posto sul podio elettorale e ottiene percentuali insulse. L’unica eccezione, difatti non riducibile totalmente a Sinistra Italiana avendo coinvolto anche organizzazioni di movimento, è Coalizione civica di Bologna che raggiunge il 7% candidando a sindaco Martelloni. Un risultato non scontato ma insufficiente sia ad essere determinante nei rapporti di forza con il PD (l’astensione ha punito molto di più Merola che la coalizione di sinistra), sia ad aprire nella durata un orizzonte politico che fa proliferare (nuove) esperienze di democrazia dal basso e di autogestione all’interno della città.

Proprio su questo nodo si definisce e si distingue l’anomalia napoletana attorno alla coalizione che ha sostenuto Luigi De Magistris. Sì, parliamo di coalizione e non solo della figura dell’ex magistrato, per quanto il suo populismo e la sua popolarità non siano affatto secondari, perché non ci sembra insignificante il risultato delle liste civiche, in particolare di DemA. Al contrario di essere mere stampelle del partito principale, o un dispositivo di “dispersione di voti” come hanno annunciato i quotidiani terrorizzati dall’astensione, queste civiche sono composte da attivisti delle assemblee di quartiere, dei comitati ambientali, degli spazi sociali, del sindacalismo di base e del mondo LGBT. La convergenza di tutte queste sfumature della città ha fatto in maniera tale che si componesse un unico dipinto eterogeneo, talvolta contraddittorio ma radicalmente diverso dalla monocromia nazionale e distante dagli accordi di palazzo e dalle sommatorie di ceto politico. Non è un caso che Sinistra Italiana si sia dovuta accodare, fungendo appunto da “stampella” e giocando un ruolo piuttosto marginale nella contesa elettorale. Le preferenze di voto per DemA suscitano estremo interesse poiché rivelano un nesso tra consenso elettorale, lotta politica e costruzione di legame sociale nei quartieri. Un nesso che rimane possibile, per i movimenti, solamente nel momento in cui la dialettica rappresentanza e conflitto non degrada in un piano strategico in cui il primo fattore sussume il secondo.

Dopo il secondo turno, la sfida potrebbe essere proprio quella di riuscire a superare il momento istituente del governo di De Magistris per avviarne uno costituente, per creare istituzioni del comune, nuova decisionalità spostata verso il basso, fondare l’autonomia municipale affinché decida (fino in fondo) la città, al di là di qualsiasi scadenza elettorale. La specifica situazione napoletana può essere la cornice ideale per avviare questi processi. In queste ultime settimane in tanti hanno stabilito parallelismi tra Napoli e Barcellona, tacciando comuni direttrici tra il governo di Ada Colau e quello di De Magistris. Non sappiamo quanto questo parallelismo sia veritiero, ma quello che ci interessa approfondire è la possibilità che le singole anomalie riescano ad esercitare una spinta comune per rompere i dispositivi, primo fra tutti la Legge di Stabilità, che regolano il rapporto tra governance finanziaria, governi statali e istituzioni cittadine. Con la condizione necessaria che una tale disobbedienza municipale troverebbe senso soltanto se prende forma nelle esistenze della cittadinanza, nell’attitudine conflittuale e in nuove istituzioni. Questa suggestione, che è anche una sfida non priva di ripide salite, crediamo che stia al cuore delle uniche, vere eccezioni nel panorama europeo che si affacciano sul mediterraneo.

Proprio l’anomalia napoletana porta, ancora una volta dopo le regionali di un anno fa, ad un’unica conclusione: il cambiamento non ammette scorciatoie. Sta a noi comprendere, senza retorica e con tutta onestà, dove si possono dare le opportunità di discontinuità dal presente, evitando di farsi affascinare da esperienze estere travasate, soluzioni di comodo o di cartello.

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