Più di 100 richiedenti asilo vivevano da mesi lungo il fiume. Il rischio di una piena li metteva in pericolo di vita, ma solo l'interventi di attivisti e volontari impedisce il peggio. Gorizia continua a rifiutare l'umanità e ora sono tutti nel CIE.

Gorizia - La jungla e la guerra ai migranti

15 / 10 / 2015

Quando tutto ciò che hai è in una tenda bagnata, in un bosco che chiami the jungle, tra il fango sul bordo di un minaccioso fiume, l'Isonzo, che si va ingrossando agitato da mulinelli sotto una pioggia battente, le tue priorità riscalano.




È il 14 ottobre e siamo in the jungle, in realtà a un paio di chilometri dal cuore di Gorizia, piazza della vittoria, e a meno di un chilometro dalla stazione.



“You have to move guys, a flood wave is forecast to come. The risk is very high”



What risk?

“to loose everything, you understand.. it rains since days and it will still raining for days, the river level is raising and.. “



“we have nothing to loose

“well, at least your life”

La risposta di Khan è laconica, mentre impasta qualche chilo di farina in una scatola di plastica per vestiti (una di quelle ikea, che ho pure io in armadio).


“what life? We are here like animals. We travelled thousands km, and we are still here like animals. In the jungle. Let's have the lunch, then we can talk”



Intanto il fiume sale e poco più in là un'altra tenda finisce sott'acqua. Arrivano finalmente anche i pompieri. Nessuno aveva pensato di avvertire chi “vive” qua, al fiume, nella jungla.

Nella jungla vivono da mesi un numero variabile di persone. 100, 170, tutti fuori accoglienza. Da mesi vivono per le strade della città, avevano iniziato stando nel parco della rimembranza. Poi il sindaco Romoli ha pensato di risolvere “il problema” con un'ordinanza anti-bivacco che, sostanzialmente, vieta tutto e che in realtà si estende anche alla riva del fiume.


Da mesi ogni possibile soluzione viene respinta, mentre “Insieme con voi”, un'associazione di volontari, insieme alla caritas e alla parrocchia di don Paolo, si occupa della sussistenza di tutti. Vestiti, coperte, cibo, esigenze quotidiane.


La città invece non vuole nessuno. Con la presenza di 70 persone in accoglienza si dichiara satura. Gorizia, la città sede della commissione per le richieste di protezione internazionale che fino a poco fa doveva coprire le esigenze di tutto il nord-est d'Italia (ora solo della regione).




Gorizia è anche la città la cui assessore Romano (politiche sociali e welfare) pensò bene di salire sul palco di Casa Pound il 23 maggio, per la celebrazione della guerra e della strage di Gorizia, esprimendo vicinanza all'organizzazione fascista e sollievo per la sua presenza in città.



Gorizia si mostra irrimediabilmente come una città razzista e xenofoba.

Mentre attivisti dei centri sociali, volontari goriziani e udinesi, il regista Andrea Segre e l'assessore provinciale Ilaria Ceccot, sotto una pioggia battente e nel fango, aiutano i migranti a togliersi dal pericolo e affrontano la necessità di trovare un asilo degno per tutti, l'assessore Del Sordi – che tra le altre ha la delega alla protezione civile – lancia per il giorno successivo (15 ottobre) una manifestazione di intolleranza, promossa dalle destre goriziane.

“Scacciamoli”, dicono, “qui non c'è posto per loro”. 
In attesa della manifestazione “ungherese” che Forza Nuova ha annunciato a Gorizia il 31 ottobre, in compagnia di jobbik (l'estrema destra ungherese).



In effetti sono mesi che tentano di scacciarli, o sperano che evaporino: non possono stare al parco, non possono stare per strada, non possono stare sotto una tettoia, non possono stare nella jungla, ma nonostate l'ampia disponibilità di spazi vuoti nessun asilo viene aperto e sistemato per un'accoglienza strutturalmente degna, nel silenzio totale di quasi ogni soggetto istituzionale e politico della regione.


Più che comandarla, il sindaco Romoli è un magnifico interprete della pancia della città.
 L'onda di piena era forse una buona occasione perché ne annegassero un bel po', come è già successo quest'estate a uno di loro, che si lavava nel fiume. Invece non è andata così, e alle due del pomeriggio migranti, volontari e attivisti si trasferiscono nella stazione, all'asciutto almeno, in sala d'attesa.

La rete di telefonate, trattative, ipotesi è fitta.

Interviene il presidente della commissione parlamentare per i diritti umani, Luigi Manconi, per far pressione sulla Prefetto Isabella Laberti, fresca di nomina: al suo primo incarico è già molto ricettiva delle esigenze politiche della città.

Rifiuta ostinatamente ogni ipotesi di soluzione cittadina.

C'è una scuola della provincia, la Pacassi, chiusa da due anni.

C'è uno stabile nel parco Basaglia – dove tanti anni fa inizio l'epopea omonima e l'esodo, mai terminato, da un altro status di diversità e segregazione.
La provincia mette a disposizione entrambe, ma la richiesta ufficiale non arriva.

C'è l'ex ospedale civile, chiuso da due anni e con ancora i letti, ma questo farebbe capo alla regione, che chissà come mai sembra non avere nulla da commentare sulla situazione goriziana.


I migranti hanno paura.
Bagnati fino all'osso, non vogliono abbandonare Gorizia.
Il timore, irreale ma comprensibile, è che allontanandosi dalla sede della commissione ci si dimentichi di loro.
Come dargli torto, se ci si dimentica di loro anche in città, se non per tormentarli?


Al solo nominare gli autobus per eventuali spostamenti si ritraggono: troppe volte hanno visto amici e compagni salire su autobus e poi sparire, portati chissà dove.


Non vogliono nemmeno pensare a soluzione alternative, autorganizzate: la voce dice che poi ci sono ritorsioni in sede di commissione e il diniego diventa più facile.


Come dar loro torto se è bastato che in 50 venerdì scorso fossero pacificamente fuori della prefettura per chiedere un posto degno, alle porte dell'inverno, per far sì che subitaneamente la polizia si riaffacciasse al parco per scacciare i pochi che vi stazionavano?
Dopo ore di attesa, mentre in molti si allontanano e alcuni tornano alla jungla, la soluzione è pronta.



Il CIE di Gradisca.
Certo, in regime di CARA, non di CIE, ma un brivido di orrore serpeggia fra attivisti e volontari.

Quel CIE chiuso dalle rivolte, a cui i migranti diedero fuoco, dove in 3 sono morti, l'ultimo, Majid, solo poco tempo fa dopo le rivolte estive del 2013, caduto dal tetto.
Quel lager, forse il peggiore d'Italia.

Via da Gorizia, via dalla vista. Scacciamoli.



[Peraltro, va ribadito che il CIE di Gradisca è da mesi (da gennaio per la precisione) la principale di forma di "accoglienza" del territorio goriziano.
La riapertura della struttura in regime di CARA avvenne sotto la gestione della connecting people, ancora sotto inchiesta e sotto processo per malagestione.
E non è chiara la convenzione con cui la coop. Minerva è subentrata a Luglio, perché le richieste di accesso agli atti non hanno avuto esito.
Le uniche due cose certe sono che questi nuovi ingressi porteranno un ulteriore lauto guadagno alla stessa e che il territorio goriziano continua a rifiutarsi di costruire strutturalmente un'accoglienza decente].


Eppure si tratta di un posto asciutto, caldo, con letti, docce calde e cibo.

Quando i primi vi si affacciano, il tam-tam è immediato e altri – alla fine tutti – sono disposti al trasferimento esausti della pioggia, del fango, del freddo, dopo mesi passati accampati lungo il fiume o in qualche anfratto della città.
Riusciamo ad entrare in tre, da dentro facciamo arrivare delle foto anche se la polizia avvisa durante la visita: è vietato fare foto.



“Guardi è vietato fare foto”


“ah sì? Perché?”


“è vietato, se non mette via il cellulare glielo sequestro”

“ma perché è vietato? Non è mica in regime di cie.”


“glielo dico per l'ultima volta”


“ma perché è vietato? È troppo brutto mostrare com'è dentro eh?”


“..non mi faccio queste domande..”




Già. Ma noi si. Stanzoni e corridoi desolati, vuoti come la pancia di un affamato. Letti e mensole di ferro avvitate al mure e nient'altro. Grate, sbarre, gabbie. Il cielo da dentro una rete di ferro e il filo spinato.


Però, sorrisi fra le coperte avvolte intorno al corpo:
“that's good, thanks for helping us!”


“no, that is not good. We're afraid, we'll keep trying to build up a proper accomodation IN Gorizia”

Ce ne andiamo, bagnati fradici pure noi, infreddoliti, sotto una pioggia battente e con l'amaro in bocca.


Da ieri è filtrata la notizia che Medici Senza Frontiere sta per approntare un campo di emergenza.
Lo volevano fare diall'insaputa dell'amministrazione comunale, che ha già annunciato battaglia.


Manco un campo di MsF è bene accetto, solo il degrado, quello vero, quello della dignità.


Stiamo quindi dicendo che un'organizzazione che si occupa di emergenza umanitaria in zone di guerra deve intervenire a Gorizia per garantire il minimale rispetto materiale dei diritti umani.

A Gorizia, capoluogo di provincia, città simbolo dell'italianità sventolata in lungo e in largo dai fascisti di varia provenienza (il 23 maggio da una presenza nazionale di casa pound), dalle destre e dal presidente della Repubblica (il 24 maggio presente all'anniversario dell'entrata in guerra, con un discorso non dissimile in fondo da quello di Casa Pound).

Decine di migliaia di morti per la battaglia di Gorizia, ridotta in macerie, 600 mila nel nord est, e ancora Gorizia è una zona di guerra, e l'italianità tanto sventolata è una guerra: una guerra agli umani e alla loro dignità.

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l' "accoglienza" del cie per i rifugiati