I fondi per l’emergenza COVID-19 saranno spesi bene?

2 / 5 / 2020

Riprendiamo un testo di Elena Gerebizza che tocca una questione dirimente: in che modo il piano di investimenti europei per “l’emergenza Covid-19 entreranno in relazione con gli impegni assunti – se pur limitati - dal Green Deal? Elena Gerebizza è una ricercatrice e fondatrice di Re:Common e interverrà al Webinar - Covid-19 e crisi climatica: la rivoluzione nella rete della vita, che si terrà sabato 2 maggio alle 15 (diretta facebook sulla pagina Venice Climate Camp). L’articolo è stato scritto prima del Consiglio europeo del 23 aprile e della decisione di istituire il Recovery Fund.

Mentre ancora non c’è né chiarezza né tanto meno un accordo sull’impiego dei cosiddetti Corona Bond – se mai vedranno la luce – e del a dir poco controverso MES (il Meccanismo Europeo di Stabilità), un primo passo l’Unione europea sembra averlo comunque fatto.

In un comunicato pubblicato mercoledì 8 aprile, il Consiglio europeo ha dato il via libera all’utilizzo di ulteriori risorse del pacchetto dei Fondi Strutturali europei per interventi collegati all’emergenza. In particolare, l’accordo prevede una maggiore flessibilità nell’impiego e la possibilità di chiedere temporaneamente fino al 100  per cento di copertura dal budget europeo, in un approccio “di solidarietà” che dovrebbe permettere la rilocazione dei fondi verso le aree del Vecchio Continente dove la pandemia sta avendo un impatto maggiore. Badate bene, la decisione del Consiglio dovrà però essere approvata dal Parlamento europeo, per poi divenire operativa, e segna un risultato minimo per un Eurogruppo evidentemente spaccato.

Sempre a proposito dei possibili nuovi strumenti finanziari, nel comunicato non c’è alcun riferimento alla proposta di creare un “fondo di garanzia”, coperto dalle casse dei governi europei, avanzata dal presidente della Banca europea per gli investimenti (BEI) in una lettera ai ministri delle Finanze a fine marzo (di cui abbiamo parlato qui). La proposta del fondo, che verrebbe gestito dalla Bei, è stata approvata dai direttori esecutivi della Banca il 3 aprile scorso. Per creare il fondo, i governi (attraverso le banche pubbliche di sviluppo, ovvero nel caso dell’Italia tramite Cassa Depositi e Prestiti) dovrebbero mettere sul tavolo risorse per ben 25 miliardi di euro, permettendo poi alla BEI di raccogliere sui mercati fino a 200 miliardi di euro da destinare all’emergenza covid-19.

Secondo fonti interne, l’Eurogruppo non avrebbe raggiunto un accordo in merito, ma potrebbe essere solo questione di giorni. La proposta sembra infatti rispondere alle esigenze dei diversi governi e del settore
finanziario: i fondi dovrebbero transitare attraverso intermediari quali gruppi bancari come Unicredit e Intesa Sanpaolo nel caso dell’Italia.

Non sono tuttavia chiari quali sarebbero i criteri per l’utilizzo del fondo, per esempio se sarà vincolato o meno agli impegni contenuti nel Green Deal europeo o al rispetto della nuova politica sull’energia della Banca europea per gli investimenti, che esclude il finanziamento a combustibili fossili e si pone chiari obiettivi di decarbonizzazione. In parole povere, non è chiaro se la BEI intende farsi carico di implementare una stringente due diligence sui beneficiari del fondo, a partire dai loro piani di decarbonizzazione e dai settori di investimento, guardando sia alle aziende candidate a ricevere i fondi e sia alle banche che dovrebbero veicolarli, e quindi guadagnare sulle transazioni. Il rischio in caso contrario è che la risposta all’emergenza covid-19 divenga un boomerang che aggrava ulteriormente l’emergenza climatica, favorendo gli interessi dei soliti noti

Un aspetto questo che fa scopa con l’approccio di sostegno tout court al settore privato da parte della BEI, che come dicevamo è stata e rimane tra i promotori della privatizzazione del settore sanitario in Italia e in Europa, contribuendo allo smantellamento della sanità pubblica, di cui oggi stiamo pagando i costi.

Il lockdown infatti avrà pur bloccato dentro casa la maggior parte di noi, ma non ha fermato le lobby dei settori più inquinanti, che stanno mantenendo alta la pressione sulle istituzioni europee per assicurarsi una lauta fetta dei finanziamenti dedicati all’emergenza covid-19. È quanto emerge dai primi dati pubblicati da un osservatorio aperto da Influence Map e ripresi dal Financial Times. 

Tra i soggetti più influenti attivi su Bruxelles ritroviamo l’Associazione europea dei produttori di automobili (European Automobile Manufacturers Association – ACEA), che vede tra le sue file diversi dei clienti abituali della BEI – come il gruppo Volkswagen e il semi-nostrano Fiat-Chrysler –  e che avrebbe scritto alla presidente della Commissione europea Ursula Von Der Leyen chiedendo di posticipare le scadenze entro cui adeguarsi alla normativa UE sul clima. Molto attiva anche la Federazione bancaria europea (European Banking Federation – EBF) che avrebbe fatto pressione per posticipare al 2021 l’analisi di sensibilità ai cambiamenti climatici, prevista per la seconda metà del 2020. 

In questa situazione, per molti surreale, in cui le libertà civili di molti sono sacrificate per fare fronte a una crisi collettiva senza precedenti, è legittimo chiedersi se davvero “niente sarà come prima” o se invece troppe cose, purtroppo, saranno esattamente come o peggio di come le abbiamo lasciate. 

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