Il capitalismo non sarà mai verde

11 / 4 / 2019

Abbiamo tradotto dal portale francese Grozeille.co un’intervista a Daniel Tanuro, studioso ed ecologista belga autore, tra le altre cose, del libro L'impossibile capitalismo verde (ed. it. Alegre 2011), considerato una delle opere fondamentali del cosiddetto “eco-socialismo”. Traduzione di Anna Clara Basilicò.

Il movimento per il clima, la cui comparsa in Francia risale effettivamente a dopo le dimissioni di Nicolas Hulot, comincia a prendere forza. Se le prime marce per il clima, sul finire del 2018, si limitavano spesso a sostenere principi morali assolutamente vaghi, quelle che oggi accompagnano gli scioperi settimanali dei/delle giovanissimi/e si dichiarano ufficialmente «anticapitaliste» e si affiancano ad azioni di disobbedienza. È in corso una sana radicalizzazione.

Regna tuttavia sovrana una gran confusione. Spesso non si scorgono i rapporti tra la lotta ecologica e quella dei gilet jaunes e, ancor peggio, si pensa talvolta che queste siano tra loro contraddittorie. Non si sa come orientarsi all’interno del dibattito violenza/nonviolenza, tra strategia di massificazione e strategia di azione. Alle volte il concetto stesso di «capitalismo» sembra non essere chiaro, e appare difficile capire la necessità di utilizzarlo per descrivere la crisi ecologica.

Abbiamo deciso di parlarne con Daniel Tanuro, ingegnere agronomo e ambientalista, autore di L’impossible capitalisme vert.

  

1. Si sente spesso dire che il capitalismo è la causa di tutti i problemi ambientali, ma un’affermazione come questa si scontra con una certa aurea che circonda il concetto stesso di capitalismo, spesso associato (vale a dire confuso) con la «società dei consumi», il «consumismo», l’«economia liberista». Che cos’è il capitalismo? Cosa lo distingue da questi altri concetti? Perché il concetto di capitalismo è elemento chiave per analizzare la crisi ecologica? 

D. T.: Opererei una semplificazione eccessiva se sostenessi che il capitalismo è la causa principale della devastazione ecologica. Da un lato infatti occorre ricordare che anche alcune società pre-capitaliste hanno provocato seri problemi ambientali, denunciati già nell’antichità da autori greci e latini. Dall’altro lato, l’URSS, la Cina e gli altri Paesi che hanno tentato una transizione post-capitalista nel ventesimo secolo hanno provocato danni considerevoli. Basti pensare al prosciugamento del Lago d’Aral, al disastro di Chernobyl, alle emissioni record di gas serra da parte della Germania dell’Est e della Cecoslovacchia, senza dimenticare l’assurda campagna maoista per lo sterminio dei passeri – tanto per fare qualche esempio. La distruzione del capitalismo è sicuramente una condizione necessaria per l’instaurarsi di una relazione tra umanità e resto della natura basata su premesse diverse dal saccheggio, ma non è una condizione sufficiente.

Ciò detto, cos’è il capitalismo? Un sistema di produzione generalizzata di beni. Questa definizione implica contemporaneamente il salariato come una forma particolare di sfruttamento del lavoro, la concorrenza per il profitto tra proprietari privati dei mezzi di produzione e la determinazione ex-post dei bisogni umani sulla base del mercato. Il capitalismo è quindi una società economica – la società economica per eccellenza. Con la sua comparsa nella storia, ha ben presto trovato una serie di meccanismi di dominazione che ha rimodellato in funzione dei propri scopi, tra cui il patriarcato. Il capitalismo è quindi un sistema economico patriarcale all’interno del quale la donna è, per così dire, il proletariato dell’uomo.

All’interno di questa società, per definizione, i/le salariati/e producono al di là dei propri bisogni dal momento che una parte del loro tempo di lavoro è finalizzata alla produzione di plusvalore per il proprietario. Il plusvalore non serve solamente a soddisfare i bisogni del capitalista/padrone, ma anche – e soprattutto – ad accrescere il capitale. Di fatto, la concorrenza costringe costantemente ogni capitalista a ridurre i costi unitari, il che lo spinge in particolare ad aumentare la produttività del lavoro sostituendo i/le lavoratori/trici con le macchine, e quindi a produrre di più. Il capitalismo è quindi intrinsecamente produttivo. «Un capitalismo senza crescita è una contraddizione di termini», diceva Schumpeter[1].

La contraddizione sta nel fatto che, essendo il lavoro umano l’unica fonte di valore, questa corsa alla sostituzione dello stesso con le macchine porta a un calo del tasso di profitto medio. Questo abbassamento del tasso di profitto trova però compensazione, poiché il ricorso alle macchine aumenta la quantità di merci prodotte. L’impatto ambientale aumenta di conseguenza. Occorre peraltro tenere a mente che la tendenza costante alla riduzione dei costi si traduce anche in una maggiore efficienza delle macchine, per cui la produzione tende a un migliore utilizzo delle risorse. L’aumento dell’efficienza tuttavia non è una funzione lineare del capitale investito, ma un asintoto orizzontale.

Di conseguenza, l’aumento della quantità di merci provoca in fin dei conti un aumento dei valori assoluti di materie prime e di energia prelevate dall’ambiente. Oltre a ciò, più progredisce la meccanizzazione, più il capitale fisso (le macchine) investito lievita, di modo che la sua redditività sia ripartita su un arco di tempo prolungato. Man mano che il capitale diventa sempre più concentrato e centralizzato, l’imperativo di questa redditività supera e ottiene la precedenza sui bisogni reali. Alla fine, il rapporto tra bisogni umani e produzione si capovolge: è quest’ultima a creare i primi. Marx aveva anticipato questa evoluzione scrivendo che il capitalismo viene a «produrre per produrre, il che implica anche consumare per consumare».

Noi ci troviamo oggi in una situazione per cui il capitalismo contemporaneo ha bisogno di un sistema all’interno del quale lo Stato si sforza costantemente di creare nuovi mercati ad hoc, sia attraverso la privatizzazione, sia attraverso la creazione di nuovi campi di valorizzazione e di accumulazione (il mercato del diritto a inquinare, per esempio). È questo il sistema, adottato all’inizio degli anni ’80, che noi definiamo «neoliberismo» per effettuare una distinzione dal liberismo classico, caratterizzato da un atteggiamento di laissez-faire. In generale, tutta questa dinamica è riassunta dall’ecosocialismo nel concetto di «produttivismo». Questo termine include quindi il consumismo (e i valori che lo accompagnano) in maniera tale per cui, sì, possiamo dire che il capitalismo è insieme una società di sovrapproduzione e una società di sovra-consumo. Ma occorre aggiungere immediatamente due puntualizzazioni.

La prima è che il sovra-consumo, là dove questo rappresenta un fenomeno di massa, costituisce sempre più la compensazione miserabile di una vita alienata. La seconda è che tale sovra-consumo procede di pari passo con un sotto-consumo, vale a dire con una massa di bisogni reali insoddisfatti. La tendenza al calo del tasso di profitto spinge costantemente i capitalisti a inventare nuove strategie di compensazione, tra cui la diffusione del lavoro precario (che colpisce soprattutto le donne), il ricorso a manodopera sottopagata, le catene di fornitura internazionali basate sul subappalto e lo sfruttamento delle risorse naturali (dal momento che sono “gratuite”). Come conseguenza, la tendenza al sovra-consumo e alla sovrapproduzione va di pari passo con la tendenza crescente a devastare l’ambiente, con un aumento dell’ingiustizia e del malessere sociale. La catastrofe che minaccia di trasformarsi in cataclisma in caso di transizione climatica è il risultato di questo meccanismo infernale.

 

2. Possiamo dire con certezza che il capitalismo non sarà mai verde, come dicono i giovani parigini in sciopero sul loro manifesto su Reporterre?

D. T.: Sì, possiamo assolutamente essere categorici a questo proposito. Ci sono evidentemente dei capitali “verdi”, dal momento che esistono mercati “verdi” e opportunità di valorizzare il capitale. Ma la questione non è questa. Se l’espressione «capitalismo verde» avesse un significato sensato, questo sarebbe quello di ritenere il sistema capace di interrompere la crescita per auto-limitare il proprio sviluppo e di usare le risorse naturali con prudenza. Questa eventualità non si darà mai, perché il capitalismo funziona sulla sola base della corsa al profitto, come dimostra la scelta del PIL come indicatore. Un indicatore, del resto, incapace di anticipare i limiti quantitativi dello sviluppo, e ancor più di percepire le alterazioni qualitative indotte nel funzionamento degli ecosistemi.

È fondamentale comprendere che il capitale non è una “cosa”, ma un rapporto sociale di sfruttamento del lavoro, che implica altresì la subordinazione delle donne e che ha bisogno di sfruttare le altre risorse naturali. La logica produttivista del sistema implica dunque che questo tenda, come diceva Marx, a «esaurire le due sole fonti di tutta la ricchezza – la Terra e il lavoratore» (l’assunzione della dominazione patriarcale obbliga ad aggiungere «e la lavoratrice», salariata o meno). Finché ci saranno risorse cui attingere e forza lavoro da sfruttare, il capitale, come un gigantesco automa, proseguirà nella sua opera di distruzione. Un processo che non potrà essere fermato a meno che l’umanità non riprenda controllo della produzione e della sua esistenza sociale. Perché questo accada, l’automa deve essere distrutto. Come ho già detto, non è una condizione sufficiente, ma rimane una condizione necessaria.

 

3. Dal momento che, secondo lei, il capitalismo «non sarà in grado di risolvere nulla», come crede che si possa trovare un margine d’azione al di fuori del capitalismo stesso? Possiamo aspettarci qualcosa dagli Stati o dalle organizzazioni internazionali?

D.T.: Il capitale presuppone una moneta e la moneta presuppone uno Stato. Il capitale ha trovato l’uno e l’altro come prodotti dello sviluppo sociale precedente e li ha investiti adattandoli alla propria logica d’accumulazione (nello stesso modo in cui ha investito il patriarcato). Non c’è quindi nulla da aspettarsi da parte degli Stati, né da parte delle organizzazioni internazionali, che di fatto sono emanazioni degli apparati statali stessi. Il regime neoliberista all’interno del quale lo Stato crea costantemente le condizioni per una mercificazione crescente rende questo punto assolutamente chiaro. Dovrebbe per esempio essere evidente che non c’è assolutamente nulla da aspettarsi da parte dell’Unione Europea, né sul piano sociale, né su quello ambientale, dal momento che l’UE si auto-definisce come «un’economia di mercato aperta in cui la concorrenza è libera».

Questo ovviamente non significa che bisogna smettere di pretendere alcunché da parte dello Stato: significa piuttosto che occorre costruire un rapporto di forza. Ad esempio, un rapporto di forza per lo sviluppo del settore pubblico, la socializzazione dell’energia e la gratuità dei servizi di base, posti sotto un controllo democratico. Ciò detto, distinguerei innanzitutto l’azione “al di fuori del capitalismo” dall’azione ai margini, e solo in un secondo momento affronterei la questione dell’azione diretta al cuore del sistema, vale a dire la contestazione del lavoro salariato che ne costituisce una pietra angolare. Il capitalismo contemporaneo esercita un dominio quasi totale sull’intero pianeta. Le possibilità di portare a termine un’azione completamente “fuori da questo sistema” tentacolare sono oggettivamente limitate. Nel concreto, questa possibilità non esiste che per le popolazioni indigene che hanno potuto mantenere un modo di produzione non capitalista. Come dimostra il caso del Brasile, queste popolazioni sono sottoposte a un’aggressione costante da parte del capitale che intende appropriarsi dei territori e delle risorse per sottometterle alla propria legge. Sono comunità poco numerose, ma la loro resistenza ha un’importanza strategica assolutamente maggiore per l’umanità nel suo insieme. Tale importanza deriva in particolar modo dal fatto che queste popolazioni sono portatrici di una visione del rapporto tra l’umanità e il resto del mondo che è nemico della visione capitalista del dominio e della strumentalizzazione. Una visione che non è un prodotto d’importazione – non è possibile farne un copia-incolla – ma che costituisce una preziosa fonte d’ispirazione per l’ideazione di una cultura del “prendersi cura”, ulteriore condizione necessaria (oltre all’abbattimento del capitalismo) per porre fine alla distruzione.

Le possibilità d’azione ai margini del capitalismo sollevano un’altra questione. È sorprendente infatti che l’esaurimento del sistema porti ovunque a una massiccia esclusione sociale. Vista la distruzione dei dispositivi di protezione sociale, un numero sempre crescente di persone, soprattutto giovani, tenta di sfuggire alla povertà creando attività che si collocano parzialmente al di fuori del mercato – sfuggono in particolare alle maglie della grande distribuzione – e che hanno effettivamente un senso dal momento che si basano su valori non capitalistici di mutuo sostegno/supporto sociale e di gestione prudente delle risorse ambientali. Credere che queste iniziative alternative permetteranno di uscire dal capitalismo con delicatezza, attraverso una sorta di osmosi, è illusorio oggi tanto quanto lo era ieri. Ma i protagonisti possono stringere rapporti con gli altri gruppi sociali che resistono (come i/le contadini/e o i/le migranti), circostanza che aumenterebbe la loro capacità di contribuire all’evocazione di relazioni sociali e modalità di gestione dei territori diversi: in sostanza, a un altro mondo possibile.

La chiave di volta, alla fine dei conti, sta nel far convergere nell’asse anticapitalista le lotte e le battaglie per una vita migliore e per un rapporto con la natura basato sul rispetto per destabilizzare il sistema nel suo centro. Si tratta, in altre parole, di articolare il sociale e l’ambientale attraverso l’invenzione di un programma di transizione ecologicamente vincolato. Oggi come oggi, le componenti più avanzate di questa strategia di convergenza anticapitalista sono le lotte dei popoli indigeni, quelle dei/delle contadini/e e dei/delle senza-terra, del movimento femminista e delle lotte dei/delle giovani. Nel rispetto della loro autonomia e indipendenza, tutte queste componenti possono essere viste come punti d’appoggio per far ripartire il movimento operaio e indurlo a rompere con il produttivismo capitalista attraverso lo sviluppo di un programma proprio di transizione. In particolare, si tratta di rimettere all’ordine del giorno la riduzione drastica del tempo di lavoro (senza alcuna perdita in termini salariali) come rivendicazione anti-produttivistica ed ecologica per eccellenza.

All’interno di questa strategia di convergenza, vorrei soffermarmi un attimo sull’importanza del movimento femminista. È una constatazione: il ruolo delle donne è preponderante in tutte le lotte socio-ambientali. Oggi, ad esempio, sono giovani donne quelle che si vedono in prima fila durante le manifestazioni di Fridays For Future. Non è un caso, non è solamente dettato dal fatto che le donne sarebbero, per costituzione, più rispettose nei confronti della natura rispetto agli uomini. La ragione è piuttosto che il patriarcato demandando alle donne il compito di «prendersi cura» dei corpi e della casa (oïkos, in greco), le rende più sensibili alla necessità di prendersi cura anche degli ecosistemi. Approfondire la lotta femminista, di conseguenza, è un mezzo per diffondere questa cultura del «prendersi cura» e allargarla ai rapporti tra umani e non-umani. Il potere sovversivo di questa lotta è immenso. Ribaltando la dominazione maschile, la donna ha anche la possibilità di sovvertire il rapporto salariale di sfruttamento, che si colloca agli antipodi rispetto al «prendersi cura». Oltre alla sua importanza intrinseca, quindi, la lotta per l’emancipazione delle donne è un elemento chiave della strategia volta a liberare i lavoratori e le lavoratrici salariati/e dall’alienazione capitalista.

 

4. Al momento il movimento ambientale non ha ottenuto alcun risultato, e i gilet gialli hanno strappato qualche briciola solo dopo aver messo a ferro e fuoco il Paese. Qual è la sua posizione sulla violenza? Quali pratiche saranno in grado di girare la situazione a nostro favore?

D.T.: In realtà non sono d’accordo con la sua premessa. Senza il movimento per il clima (preso nella sua più vasta accezione, che comprende la pressione dell’opinione pubblica su determinati governi, come quelli dei piccoli Stati insulari), non credo che gli accordi di Parigi avrebbero fissato come obbiettivo il mantenimento delle temperature entro +1,5°C rispetto al periodo pre-industriale. Certo, gli accordi di Parigi non sono altro che una dichiarazione d’intenti, cui non è stata abbinata alcuna indicazione pratica, e in tutto il testo non è mai fatta menzione delle responsabilità dei combustibili fossili…e tuttavia questa dichiarazione d’intenti, di per sé, rappresenta un passo in avanti. Del resto, i meteo-negazionisti non si sono sbagliati.

Si tratta ora di pretendere che questo passo in avanti sia accompagnato da misure concrete, e di fare in modo che queste misure concrete siano da un lato all’altezza della sfida, e dall’altro socialmente giuste (anche in relazione alla giustizia climatica tra nord-sud, nodo cruciale della questione). Bene, è precisamente nel senso di questa doppia esigenza che il movimento per il clima tende a svilupparsi proprio sotto i nostri occhi. È un processo confusionario, fatto di tentativi e di ambiguità. Vista l’urgenza, possiamo biasimare la sua lentezza, ma le cose stanno cambiando dal momento che la catastrofe climatica ha esasperato la crisi di legittimità del capitale e dei suoi rappresentati politici.

Da un lato abbiamo Trump, Bolsonaro e tutti quelli che sognano di unirsi a loro senza osare dirlo chiaramente. Vedremo se riusciranno a resistere di fronte alle mobilitazioni, chiaramente destinate a crescere. Dall’altro lato, ci sono gli adepti del capitalismo green che non reagiscono se non per mezzo di misure insufficienti…Ma queste misure non ingannano nessuno, e anzi incoraggiano il movimento ad andare avanti, talvolta sul piano della mobilitazione, talvolta su quello delle rivendicazioni.

Penso che questa situazione sia destinata a crescere, a svilupparsi e penso che, sviluppandosi, possa favorire trasformazioni politiche sorprendenti. Il Green New Deal proposto agli Stati Uniti da Alexandria Ocasio-Cortez[2] per risolvere la crisi sociale abbandonando i combustibili fossili in 10 anni è un esempio di queste possibili evoluzioni. Il Green New Deal non è anticapitalista: aggira la necessità di diminuire la produzione materiale, non fornisce nessuna garanzia di rispettare i limiti di emissione di gas serra necessari per rimanere al di sotto della soglia del +1,5°C, lascia in disparte il nodo cruciale della giustizia climatica tra nord e sud e non esclude il ritorno alle cosiddette tecnologie «a emissioni negative» (come la bioenergia e le tecnologie di cattura e stoccaggio della CO2 – BECCS)… Ciò nondimeno, il GND potrebbe rappresentare una svolta, soprattutto perché invita il sindacato ad assumere la guida di una vasta riconversione industriale con il mantenimento delle conquiste operaie, circostanza questa che potrebbe favorire dinamiche sociali interessanti.

Ci sono altri indizi di una possibile evoluzione in tal senso. Ne citerò tre. La condanna giudiziaria del governo olandese per politiche climatiche insufficienti, la proposta della loi-climat redatta da studenti e studentesse universitari/e e proposta al parlamento belga da una sacra unione di partiti (francofoni) e il patto finanza-clima di Larrouturou-Jouzel. Questo piano non ha nulla di propriamente anticapitalista, ma la sua messa in atto significherebbe comunque una svolta, ed è significativo che i suoi autori lo giustifichino sostenendo che una sua attuazione permetterebbe di evitare non solamente il caos climatico, ma anche quello finanziario e la disintegrazione dell’Unione Europea. Eccoci tornati alla questione della legittimità!

La valutazione del movimento dei gilets jaunes è cosa a parte, ma il punto di contatto è giustamente, mi sembra, la perdita di legittimità da parte del potere e del sistema. Non entrerò di nuovo nel merito delle contraddizioni e delle ambiguità dei gilet gialli. Quel che mi sembra fondamentale sottolineare è che un movimento come questo duri da tre mesi e che abbia incontrato per molto tempo il sostegno della maggior parte dell’opinione pubblica…e tutto ciò, nonostante la stigmatizzazione operata dai media, la feroce repressione, le briciole lanciate da Macron e la messa in scena del “grande dibattito nazionale”. Ad oggi, il sostegno continua ad essere maggioritario. È un segnale di malcontento profondo, potenzialmente esplosivo.

Che considerazioni bisogna trarre da tutto ciò? Che serve anzitutto rinforzare, far convergere e proteggere dalla repressione le mobilitazioni di massa all’interno delle quali il potenziale di trasformazione riemerge. E bisogna farlo con fermezza, senza esitare davanti alle azioni di disobbedienza civile, senza però sfociare nella trappola della violenza minoritaria – prestando dunque attenzione a non irridere la maggioranza sociale. La lotta che ci si pone innanzi è destinata a protrarsi a lungo. L’obbiettivo dev’essere quello di creare una situazione tale per cui l’attuale corso dei governi diventi politicamente insostenibile. Per la sua “natura” di minaccia globale e terrificante, il nodo climatico si presta bene a questa dinamica. Occorre prendere esempio dalla lotta anti-nucleare in Germania: si è data grazie alla costruzione nel lungo termine di un movimento di massa risoluto, che ha fatto scendere in piazza milioni di persone, senza discontinuità, nel corso di anni. Sono ben consapevole del fatto che il paragone ha comunque dei limiti: uscire dal fossile in meno di trent’anni è cosa più complessa che rinunciare al nucleare (soprattutto se, come in Francia, si tratta di uscire contemporaneamente dall’uno e dall’altro!). Significa che il cammino sarà più difficile. Sarà particolarmente costellato di false soluzioni che il capitalismo verde propinerà in cerca di legittimità, e che sarà necessario smascherare per andare oltre, per andare più lontano. Significa correre una gara di disperata velocità contro la distruzione in corso, facendo leva su ciascun progresso per rinforzare la lotta. Non c’è altra via, né alcuna scorciatoia.

 

5. Con che occhio guarda ai movimenti più recenti e alle marce per il clima degli scioperi scolastici? Cosa le dicono i gilet gialli? Pensa che una possibile connessione tra queste due lotte – ad oggi separate – sia fondamentale?

D.T.: Questi movimenti esprimono evidentemente l’angoscia che nasce in risposta all’accelerazione dell’oscillazione climatica. Tale angoscia trova ulteriore giustificazione nel momento in cui sappiamo che lo scenario cui fanno riferimento i governi assume de facto il superamento del +1,5°C seguito da un ipotetico raffreddamento reso possibile dall’utilizzo di tecnologie, prima del quale, tuttavia, rischia di scoppiare una catastrofe irreversibile, ad esempio in Antartide, capace di far innalzare i livelli del medio mare dai 3 ai 6 metri. La gioventù sta mostrando di essere ben più consapevole e preoccupata di quanto si ammetta. Bisogna darne atto a Greta Thunberg, che incarna questa consapevolezza nel più alto grado. E quindi sì, una connessione tra il movimento climatico e quello dei gilets jaunes è fondamentale. Ed è soprattutto possibile, perché gli avversari di un’alternativa alla distruzione ambientale non sono i gilet gialli. Gli avversari sono quelli che, come Macron, elargiscono regali fiscali ai ricchi in nome della competitività e impongono tasse ai poveri in nome dell’ecologia. Questa politica ipocrita è il modo migliore di consegnare una parte della popolazione tra le braccia dei clima-negazionisti e dell’estrema destra contraria alle imposte.

Sono assolutamente d’accordo con gli analisti che hanno scritto che i gilet gialli, di fatto, mettono in lune la necessità e la possibilità di un’ecologia differente, insieme sociale e ambientale. Gli sviluppi concreti del movimento hanno già mostrato che i gilets jaunes non sono i bifolchi pro-automobili che alcuni hanno descritto. Aggiungerei poi che lo sviluppo in Francia della lotta dei più giovani per il clima e la connessione tra questo movimento e i gilet gialli aiuterebbe molto a chiarire le prerogative dell’uno e dell’altro. Bisogna stare molto attenti a questo, infatti: le contrapposizioni tra le diverse mobilitazioni sociali fanno il gioco di coloro che intendono mettere in atto soluzioni autoritarie, siano queste nazional-populiste (vedi l’RN) o liberali-bonapartiste (Macron).

 

6. Lei difende un progetto “socialista”. Un termine non particolarmente popolare oggi. Dove si collocherebbe tra l’«ecologia della ZAD» e l’«ecologia del colibrì»? (Si veda l’articolo pubblicato sulla rivista Terrestre, «Le ZAD et le colibri»)

D.T.: Io sto decisamente dalla parte dell’ecologia della ZAD e, all’interno di questa cornice, sto sollecitando alcuni dibattiti strategici e ideologici. Anzitutto strategici, perché occorre sottolineare che la vittoria riportata a Notre-Dame des Landes contro il progetto dell’aeroporto non sarebbe stata possibile senza la costruzione di un ampio movimento di solidarietà intorno agli zadisti, ai residenti e agli agricoltori locali. È stata la combinazione di questi due elementi a rendere il NNDL una questione politica centrale, una questione di governo. In questo caso, siamo di fronte a un chiaro esempio del modo in cui un’azione di disobbedienza civile estremamente radicale e “minoritaria” può e deve articolarsi su una mobilitazione più larga e attirare, al suo interno, non solamente i «colibrì», ma anche parti del movimento operaio. In particolare, il fatto troppo poco noto che la CGT di Vinci (ndt, Confédération Générale du Travail, sindacato della logistica) sia passata dal lato della lotta contro l’aeroporto ha costituito un’enorme vittoria, dalla quale occorre imparare e diffondere la lezione, in Francia come altrove.

Dibattiti ideologici poi, perché la radicalità presuppone inevitabilmente il contenuto e le pratiche. Senza azioni, il contenuto resta astratto e i risultati deprimenti. Senza contenuto, le pratiche restano vuote. “Radicalità” non significa né “violenza” né “agitazione inutile”, ma capacità rigorosa di mettere a nudo le radici per attaccare meglio le cime. Non si tratta di profetizzare l’inevitabile collasso, né di predicare la fine del mondo. Tra gli altri problemi, queste pseudo-soluzioni implicano un non-detto: la distruzione inevitabile della maggior parte dell’umanità, non responsabile del cambiamento climatico. La rassegnazione inavuée di fronte a questa prospettiva è categoricamente inaccettabile su piano etico. Bisogna capovolgere questi discorsi apocalittici o escatologici e tracciare, non foss’altro che per sommi capi, un percorso concreto che permetta di evitare una catastrofe con otto miliardi di persone sulla Terra. Non un@ di meno!

Tale cammino non può darsi se non rimpiazzando l’assurda produzione di merci finalizzate al profitto con la produzione destinata ai bisogni reali, determinati nel rispetto dei limiti della natura e in maniera democratica, il che implica insieme una decentralizzazione massimale e una pianificazione internazionale. Bene, una società che produce per i bisogni reali è quello che si dice socialismo. Il fatto che questo progetto sia stato screditato per dalle esperienze disastrose dello stalinismo e della socialdemocrazia non giustifica il fatto che si debba coniare un nuovo termine. Di contro, l’assunzione della distruzione ambientale giustifica il fatto che si aggiunga il prefisso “eco”. Sono un ecosocialista internazionalista e sostengo l’autogestione, solidarizzo con tutte le lotte degli/delle oppressi/e per l’emancipazione.



[1] Joseph Schumpeter è un economista e professore di Scienze Politiche austriaco naturalizzato statunitense, noto per le sue teorie sulle fluttuazioni economiche, la distruzione creativa e l’innovazione.

[2] Eletta tra le fila democratiche al Congresso, la Ocasio-Cortez si dichiara anti-lobby e socialista. A 29 anni, incarna la sinistra della sinistra nell’arena politica americana e ha guadagnato un discreto successo.

 

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