Il coraggio della verità. Intorno al quadro elettorale europeo

Uno sguardo dal Nordest sull'Europa elettorale e sulla possibilità di una fase costituente

15 / 1 / 2015

Aprire un dibattito pubblico, farlo con efficacia non è cosa da poco. La stimolazione di una riflessione concreta, complessa, che possa sfociare in un esercizio prolifico del pensiero utile alla sola cosa che ci interessa, cioè il rovesciamento radicale dello stato di cose esistente, non è facile. Non basta la franchezza per avviare un tale processo. E’ necessario che la presa di parola sia inserita in una costellazione di elementi, contesti storici e di fase che contengono al loro interno la possibilità affinché ciò che si dice francamente abbia un effetto materiale e ricco per una discussione prolifica. Il «coraggio della verità» è sicuramente onestà e sfrontatezza, per così dire, rispetto a un qualcosa che viene taciuto; ma deve implicare il fatto che ci sia il riconoscimento di un tale coraggio, che il proprio «stile di vita» - per dirla con Foucault - e strategia politica siano ricevibili da altri. I cinici in Grecia avevano questa peculiarità: il coraggio di imporsi nello spazio pubblico perché potevano contare sull'attrazione che la loro irriverenza portava con sé, essendo perfettamente in grado di comprendere le dinamiche sociali della polis, ma soprattutto il momento giusto in cui farlo. 

Syriza, Podemos, potere costituente

Discutere attorno ad una strategia che riguarda lo spazio europeo è cosa urgente ed attuale. Lo abbiamo visto nell'ultimo periodo e nell'avvicinarsi delle scadenze elettorali nazionali e amministrative in alcuni Paesi del sud dell’Europa, nella fattispecie in Spagna e Grecia. Lo abbiamo ripetuto più volte e molti editoriali, contributi, spunti hanno affermato che non si tratta di meri appuntamenti alle urne. E’ vero che si gioca il destino dell’Europa, che il semplice atto di milioni di persone sta spaventando le oligarchie continentali. Non si può essere ciechi di fronte alle minacce psicologiche e politiche provenienti dai mercati finanziari europei e globali, i quali vedono nella possibile vittoria dei partiti di Syriza e Podemos una destabilizzazione del loro fondamentalismo ordoliberale. Altro che «eutanasia» della capacità di mettere in crisi la controparte. Piuttosto è più intelligente chiedersi quali dispositivi e pratiche discorsive la governance è in grado di utilizzare per depotenziare, annichilire e normare le proposte e i percorsi politici di queste esperienze. E, purtroppo, ne ha molti e tanto più potenti di quelli di cui si può dotare un’organizzazione politica atipica.

Le liste di cui stiamo parlando e che si presentano con forti probabilità di vincere le elezioni non sono un’accozzaglia di nomi cui siamo abituati nella Penisola, un riflesso di quegli interessi lobbistici che poco hanno a che vedere con i contesti sociali. La verità è che Syriza, grazie al suo essere coalizione di gruppi partitici e di esperienze di autogestione, è riuscita ad unificare quella rottura costituente nata dai momenti di destituzione dei poteri governamentali. Una vera e propria pratica dell’alternativa nella nuova istituzionalità e metodo della decisione rappresentati dagli spazi mutualistici, di autoproduzione e autogoverno in rete tra loro a partire  dalla differenza e dalla complessità di provenienza politica. Come non riconoscere che una simile composizione interna sia effettivamente portavoce d’interessi e bisogni «di parte»? Non sono stati i «soggetti in lotta» a organizzarsi per riprodurre condizioni materiali di vita laddove la crisi polverizzava le istituzioni del welfare? Senza tralasciarne la genealogia e la vocazione, derivate e indirizzate alla contrapposizione all’austerità e al nomos del debito il cui inizio è stato scandito dalle moltitudini in piazza Syntagma. Un vero livello della discussione deve partire dal restituire questa storia, evitando di cadere nei facili riduzionismi che accusano il processo istituente greco di aver agito da panacea dei movimenti.

In maniera diversa, perché lo richiede anche qui la particolarità delle origini e della geografia territoriale, possiamo dire lo stesso per Podemos. Anche il partito di Iglesias non ha la velleità di imporsi come rappresentanti di un movimento che non esiste più; eppure sarebbe nato Podemos senza le acampadas, i milioni di persone nelle piazze che hanno risignificato una modalità del fare politica in Europa e in Spagna? La capacità di assumere i contenuti del desiderio di cambiamento delle piazze spagnole ha reso Podemos un’istanza che ha sfondato l’immaginario comune, costituendo un’alternativa ai popolari e ai neoliberali iberici.

Con questa breve descrizione non vogliamo, tuttavia, celebrare un qualcosa senza vederne i chiaro-scuri: da materialisti abbiamo la necessità di osservare privi di orpelli ideologici ciò che si dà attorno a noi, capendo se si nascondono interstizi, spazi di libertà funzionali al conflitto costituente. La presenza di queste forme ibride possono essere utili a incrinare la narrazione dominante, il senso comune imperniato dal «there’s no alternative» che lo stato di emergenza permanente ha indotto nell’Europa della crisi. Con sincerità, speriamo davvero che possano vincere e mettere in crisi l’ordine costituito europeo. Ma pensiamo che di fronte al vuoto politico dei movimenti, rischiamo di incorrere in tentazioni strategiche e metodologiche fuorvianti se non facciamo alcune considerazioni.

Innanzitutto, è bene sottolineare la temporalità - per quanto non contraddittoria - tra potere istituente e potere costituente. Il primo si pone il problema del governo del potere come motore di egemonia, senza tuttavia ridefinirne la configurazione. L’opzione si scontra inevitabilmente con i limiti del potere, che nella fattispecie vediamo nelle normative e iniziative comunitarie (Patto di stabilità, quantitative easing) e nell’esautorazione post-moderna dello Stato. Certo, è possibile cambiare con più facilità la materialità delle vite impoverite, dando delle opportunità per un intervento politico anche “dal basso”. Ma i vincoli alla sua effettuazione corrono il rischio di dissipare il posizionamento favorevole che si crea prima e durante le elezioni in una nuova sfiducia, solitudine, ritorno all'individualismo competitivo. La creazione dell’egemonia sulla cosiddetta società civile, sulla zona grigia, è insufficiente se non si modificano i rapporti sociali e non si produce una nuova soggettività che ridisegna l’organizzazione e la strutturazione del meccanismo della decisione. Qui sta il potere costituente, l’allargamento del consenso e il progetto.

Ovvio, non c’è una contraddizione totale tra queste due istanze. Del resto, Syriza e Podemos hanno tratto linfa da una nuova disposizione biopolitica nata nei e dai movimenti. Ma rispetto alla trama della governance contemporanea non pensiamo sia sufficiente per affrontare il nodo dell’alternativa, così come non comporta direttamente l’uso del linguaggio della moltitudine se prima non si soggettivizza in moltitudine per sé. Dunque, per quanto ne riconosciamo l’innovazione e la portata tattica, non siamo così sicuri che dalla vittoria di questi partiti ci sia la conseguenza logica della fase di movimento.

Uno sguardo «attento e altro»

Seguiremo con attenzione ciò che si svilupperà nei prossimi mesi in Grecia e in Spagna, da un particolare punto di vista: attento e altro. Attento per le possibilità non scontate che si aprono, altro perché sappiamo in quale dimensione e tempo investire le nostre energie, per la nostra irriducibile alterità: siamo per l’organizzazione e amplificazione del conflitto a vocazione maggioritaria di quelle micro-resistenze, vertenze ambientali e sociali con cui ci interfacciamo ogni giorno.

Se i nostri sguardi “attenti e altri” volgono all'Europa, i loro occhi poggiano su di un corpo che ha i piedi in Italia. Riprendendo quello che si scriveva nell'introduzione, ci chiediamo se lo sguardo possa essere interessato a ciò che si muove in Italia sulla falsariga delle esperienze greche e spagnole. Dove si trovano il kairos, la contestualità, il tempo/occasione che permettono di fare un discorso eretico nel Belpaese? E’ possibile esercitare quel coraggio che deve essere stimolato dalla situazione sociale, deve avere dei punti di riferimento per essere comunicativo?  Il renzismo e il suo figlio ripudiato che è il salvinismo sono dei mostri difficili da abbattere perché tratteggiano un modello di vita radicale che sta nell'economia della promessa, nella creazione del lavoro (sfruttato) mancante e la chiusura identitaria. Per dirla volgarmente: quale base sociale, quale novità costituente è in fermento per sostanziare (posto che sia la cosa giusta da fare) un’asse verticale per ibridarsi a un partito? Esiste anche soltanto una formazione partitica che abbia una origine da un processo di movimento? Il deserto dei movimenti moltitudinari, conflittuali, ha dato spazio alla radicalizzazione dei discorsi funzionali al capitale. Sicuramente la mancanza di una prospettiva progettuale ha in questo senso indebolito la persistenza dei movimenti. Ma senza i movimenti è impensabile fare coalizioni politiche “a freddo”, anche soltanto per formare un’altra mentalità rispetto a quella presente che pensa alla politica partitica e alla «partecipazione civica», nella crisi totale che investe la rappresentanza moderna. L’unica via per distruggere quelle identità precostituite e arroccate è quella che batte la materialità delle pratiche.

La carenza da colmare si colloca su di un piano complessivo e organizzativo per dare le condizioni di possibilità di movimento, tra le vertenze e un futuro di cambiamento radicale. Abbiamo bisogno di nuove eresie, di uscire da quei ruoli predeterminati, ma con una mano che tocca la realtà dei nostri territori. Da questa comprensione possiamo capire cosa gridare in modo coraggiosamente utile.

Centri sociali del Nord est

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