Il processo mediatico all'antimilitarismo sardo

A quasi 50 persone sono state notificate a mezzo stampa accuse gravissime, tra cui quella di terrorismo

20 / 9 / 2019

Tra il 2014 e il 2016 la Sardegna viene attraversata da numerose proteste messe in atto contro le basi militari statunitensi sparse sul territorio regionale. Il ciclo di proteste ha visto la partecipazione e il sostegno di una larghissima fetta di residenti in Sardegna, mobilitatisi per l’immediato smantellamento – con conseguente bonifica – delle zone interessate.

A 3 anni di distanza, il quotidiano l’Unione Sarda ha riportato la notizia di 50 attivisti e attiviste accusati di reati gravissimi, come "rapine", resistenze pluriaggravate, danneggiamenti e lesioni gravi ai membri delle forze dell'ordine, ma soprattutto il famigerato 270 bis. Come troppo spesso accade, la notizia rimbalza sui media prima che ai diretti interessati sia stata formulata alcuna notifica di chiusura indagini. Un verdetto mediatico e politico, prima che giudiziario. «Ci sfugge a questo punto quale sia l'ordine democratico, ma soprattutto se la giustizia sia uno strumento per fare luce sugli avvenimenti o un mezzo per diffamare mezzo stampa o fiaccare coloro che hanno a cuore le sorti della propria terra e lottano per essa, per un futuro diverso e migliore» scrive in un comunicato il movimento A Foras.

Il tutto avviene a meno di un mese dal corteo di Capofrasca del 12 ottobre e mentre sta entrando nel vivo il dibattito per far riprendere alla fabbrica di Armi la produzione e la vendita di armi ad Arabia Saudita e Yemen. A questo si aggiungono i nuovi progetti presentati dalla multinazionale bellica Avio a Perdasdefogu, nel nuorese.

Il movimento antimilitarista rivendica tutte le azioni compiute durante il triennio più acuto della lotta contro le basi e l'occupazione militare: «se sognare una terra di pace, dove non si sviluppano armamenti o si preparano le guerre è terrorismo, SEMUS TOTUS TERRORISTAS».

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